Ti libero la fronte dai ghiaccioli – Montale


Oggi vorrei fare un’analisi di questa poesia, tratta dalle Occasioni di Montale.

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

(Eugenio Montale, Le occasioni)

Questo componimento è un componimento d’Amore, dedicato a un tu, un tu che non è generico, ma ben preciso, ovvero la donna amata. E subito la poesia si apre con questo tu e con qualcosa di totalmente inaspettato: quella donna angelo che per secoli era rimasta là, relegata ai margini dei cieli, ora è qui, accanto al poeta. E il poeta compie un gesto inaudito e totalmente rivoluzionario: la tocca. Con la sua mano e con infinita dolcezza, compie un semplice gesto, che è il liberare la fronte della sua amata dai ghiaccioli, quei ghiaccioli che le sono rimasti attaccati al viso da quando era lassù, nelle gelide sfere dei cieli più alti. Ma il passaggio da quei cieli a questa terra è velocissimo, è un precipitare tanto improvviso quanto essenziale, è il passo decisivo, è il punto esatto in cui la poesia montaliana si stacca da tutto ciò che è stato fatto o detto prima e prende una nuova, folgorante, direzione. Qui c’è il contatto fisico, che con una concretezza tutta montaliana dell’immagine, mette in evidenza la fisicità, lo spessore umano, che ha una forma e che non è più lontano o impalpabile.

Non ci possono essere repliche né obiezioni, la donna di cui qui si parla è proprio la donna angelo, con tanto di penne, che sono però lacerate, una parola ancora una volta fortemente concreta, che deriva infatti dal verbo latino lacero, che a sua volta trova la sua radice nella parola Lak che significa fare a pezzi. La donna angelo arriva, ma arriva distrutta, ammalata, scossa: si desta a soprassalti. Non è quell’arrivo salvifico che portava con sé la donna, prima fra tutte la Beatrice dantesca, perché la donna angelo perde la sua connotazione escatologica e acquista invece una dimensione terrena e necessaria, tipicamente montaliana. È l’arrivo di una donna che non ha alcuna intenzione di salvare, ma chiede semplicemente di essere salvata. E io trovo in questo un’estrema dolcezza, una dolcezza senza precedenti.

La seconda strofa si apre con una determinazione di tempo, forse fin troppo precisa. Ma il mezzogiorno non è un mezzogiorno di fuoco, e il caldo non fa da padrone, come altrove in Montale. Qui il paesaggio è tipicamente invernale, e il sole è freddoloso, quasi spento. L’ombra del nespolo, oltre che a riportare al centro della poesia un termine molto caro a Montale, ovvero quello dell’ombra, dà una connotazione molto semplice alla descrizione del luogo, che è composta da pochi, intensi elementi. La poesia si chiude con un finale meraviglioso, e l’attenzione si sposta attraverso un climax dal luogo chiuso in cui il poeta e la sua donna si trovano, all’esterno e, seguendo l’ombra che il nespolo disegna, si sposta fino alle altre ombre. Le altre ombre, che sono altre rispetto all’ombra del nespolo ma che sono altre anche rispetto all’ombra di Montale stesso (Se un’ombra scorgete, non è un ombra, ma quella io sono) si riferiscono ad altri individui imprecisati, sconosciuti. E non c’è da parte del poeta l’intenzione di interessarsi a loro. Loro sono fuori, e questa poesia non si concentra sul resto e sul , bensì sull’io, sul tu e sul qui. Tanto che le ultime tre parole sono “tu sei qui”. Di tutto il resto, per questa volta, non importa.

Montale

 

Jean

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