“La mia poesia ha ripiegato le ali”: Rimbaud, la poesia e ciò che li lega.


Con la pubblicazione, avvenuta nel 1873, di Una stagione all’inferno si chiude il periodo di produzione artistica di Rimbaud: Rimbaud smette di scrivere. Perché egli abbia smesso è una domanda a cui molti critici nel corso del Novecento hanno provato a rispondere, ma nessuno è stato in grado di dare risposte certe.

Alcuni, rifacendosi proprio al suo ultimo scritto, vedono il rifiuto dell’arte da parte di Rimbaud come la comprensione della sua inutilità. Infatti egli nell’abbozzo della Stagione all’Inferno dice: «Ora odio gli slanci mistici e le bizzarrie di stile. Ora posso dire che l’arte è una sciocchezza».

Français : Arthur Rimbaud (1854-1891) en 1872....

Français : Arthur Rimbaud (1854-1891) en 1872. Photographie conservée à la Bnf. (Photo credit: Wikipedia)

Ma sembra difficile che Rimbaud, in un clima dove la poesia è identificata come irrazionale e soprattutto come inutile, tanto da arrivare, proprio all’interno del circolo parnassiano di cui Rimbaud faceva parte, alla teoria dell‘Arte per l’Arte, la rifiuti proprio a causa della sua inutilità.

C’è chi invece ritenga che nel suo totale rifiuto della società europea, dominata da una mentalità puramente economica, Rimbaud arrivi a identificare la poesia stessa come prodotto di quella società e sia dunque costretto a rifiutarla.

Altri ancora, più semplicemente, fanno notare il coincidere della fine del rapporto di Rimbaud con Paul Verlaine e la fine del suo scrivere artistico, e assumono la fine di questo rapporto come causa della fine dello scrivere del poeta. Infatti in una lettera del 5 luglio 1873 inviata da Rimbaud all’amico, egli scrive, fra le altre, queste parole:

Se vuoi spedirmi le tue lettere a Parigi scrivi a L. Forain, 289, Rue St. Jacques, per A. Rimbaud. Saprà il mio indirizzo. Certo, se tua moglie tornerà, non ti comprometterò scrivendoti – non ti scriverò mai.

La sola, unica mia parola è: torna, voglio stare con te, ti amo.
Se la ascolterai, mostrerai del coraggio, e di avere uno spirito sincero.
Altrimenti, io ti pianto.
Ma io t’amo, t’abbraccio, e noi ci rivedremo.”

Ma in quella semplice promessa di Rimbaud di non scrivere più all’amico, troppo facilmente i critici ne deducono una promessa di non scrivere più nulla in assoluto. Tutte queste teorie mi lasciano in qualche modo perplesso, e forse, non essendo mai l’una in contrasto con l’altra, è l’insieme di questi più diversi motivi ad aver portato Rimbaud a smettere di scrivere. Ma la domanda a cui io vorrei rispondere non è quale motivo ha spinto Rimbaud a smettere di scrivere, bensì un’altra: ha davvero Rimbaud smesso di scrivere? Di certo egli non ha mai smesso di scrivere lettere in prosa ad amici e familiari, ma del suo scrivere poetico, dopo Sogno del 1875 non ci resta apparentemente più nulla.

Nel tentativo di trovare le tracce di suoi scritti poetici, ho pensato di leggere le sue lettere posteriori al 1875, nelle quali ci sarebbero potute essere tracce di poesia. Non ho trovato molto, se non che in una lettera alla sorella del 15 luglio 1891, parlando delle sue pessime condizioni di salute, a causa delle quali egli non poteva più muovere la gamba sinistra (la cui causa si rivelerà essere un tumore, che lo porterà in poco tempo alla morte), egli dice queste parole:

“Decisi di riposarmi, o almeno di rimanere in posizione orizzontale. Disposi un letto tra la mia cassa, i miei scritti e una finestra dalla quale potevo osservare le mie bilance in fondo al cortile.”

Ciò che mi ha interessato di questo stralcio di lettera sono le tre parole i miei scritti. Esse infatti presuppongono che Rimbaud conservasse, nonostante il suo continuo viaggiare, i suoi scritti. Ma questi scritti, esattamente, a cosa corrispondono? Potrebbero corrispondere semplicemente alle sue lettere, oppure potrebbero corrispondere alle sue poesie. Come fare a capire quale delle due ipotesi è quella giusta? Per riuscirci ho cercato il testo originale di questa lettera alla sorella Isabelle, scritto ovviamente in francese, e in esso ho sorprendentemente trovato che la parola utilizzata al posto dell’italiano scritti è ecritures, che non significa esattamente scritti (il cui corrispondente francese è ecrites), ma, più precisamente scritture, un termine che è molto più preciso, un termine che rimanda alle sacre scritture della Bibbia. A questo punto ho cercato, in tutte le sue lettere, dove Rimbaud utilizzi questo termine, e, benché lo utilizzi di rado, esso è sempre accostato al significato di scritti artistici, mai epistolari. Rimbaud utilizza questa parola per indicare un qualcosa di sacro e di visionario, una profezia, infatti come dice nella lettre a Paul Demeny, meglio conosciuta come lettre du voyant, il poeta deve essere veggente, e ciò che scrive deve essere, appunto, una ecritur, un qualcosa di mistico, di visionario. Ecco dunque che il termine scritture può essere facilmente accostato al termine poesie, mentre non avrebbe senso se accostato alle prose o alle lettere.

Con questo non voglio sostenere che Rimbaud abbia ricominciato a scrivere poesie, ma che sicuramente tutte le poesie che aveva scritto prima del 1875 gli erano ancora care, e le portava ancora con sé.

Ma questo sarebbe troppo poco per sostenere un legame inscindibile fra Rimbaud e la poesia. Quello che più mi conduce ad essere convinto di questo legame è un altro testo del poeta francese, il suo ultimo testo. Il 9 Novembre 1891, Rimbaud, sentendo forse la sua ora vicina (morirà solo poche ore dopo, la mattina del 10 Novembre), chiede a sua sorella che lei scriva al posto suo, visto che le sue pessime condizioni di salute non gli permettono di essere autonomo, e le detta queste parole:

“Al direttore delle «messaggerie marittime»

Un lotto*: un dente solo.

Un lotto: due denti.

Un lotto: tre denti.

Un lotto: quattro denti.

Un lotto: due denti.

Signor Direttore,
Le voglio chiedere se Lei mi abbia mai preso in considerazione. Io desidero immediatamente cambiare questo servizio, del quale non conosco neppure il nome, e in tutti i casi, che ci sia il servizio di Aphinar. Tutti questi servizi sono dappertutto laggiù, ed io, impotente, sfortunato, io non posso trovare nulla, il primo cane per la strada glielo potrà dire.
Inviatemi dunque il prezzo dei servizi di Aphinar a Suez. Io sono completamente paralizzato: dunque desidero trovarmi a bordo di buon ora. Ditemi a quale ora devo essere trasportato a bordo…”

(*Il lotto era una quota fissa di una certa merce, che veniva utilizzata come mezzo di baratto: nel suo lavoro di commerciante in Africa, Rimbaud era solito barattare lotti di caffè con denti di elefante, molto pregiati poiché d’avorio)

Ritengo che le prime righe contenute in questo ultimo scritto possono essere considerate a tutti gli effetti versi poetici, e quindi nel loro insieme, una poesia; infatti hanno forti analogie con quei criteri metrici e stilistici che Rimbaud utilizzò nelle sue precedenti poesie, come tenterò ora di dimostrare.

Innanzitutto il verso breve era spesso utilizzato dal giovane poeta maledetto fin dai suoi primi scritti poetici, ad esempio in Les reparties de Nina e Mes Petites amoureuses, e l’utilizzo di versi molto corti, anche solo bisillabici, è sempre più frequente in Rimbaud, tanto che fra i suoi ultimi componimenti, detti Dernier Vers, la maggior parte delle poesie sono composte da versi molto brevi (come L’Eternité, Bonheur , Age d’Or).

In secondo luogo dal punto di vista stilistico l’anafora, l’intera ripetizione di versi o comunque l’ossessivo ripetersi di determinate parole è molto frequente in Rimbaud, si prendano i primi due versi della poesia Tête de Faune dell’appena quindicenne poeta:

Dans la feuillée, écrin vert taché d’or,Dans la feuillée incertaine et fleurie

Dentro il fogliame, scrigno verde macchiato d’oro,Dentro il fogliame, incerto e fiorito

O i versi 21-36 del IV capitolo di un componimento come Ce qu’on dit au Poète à propos de fleurs, dove una singola parola, trouve, si ripete all’inizio di ogni strofa:

Trouve, ô Chasseur, nous le voulons,
Quelques garances parfumées
Que la Nature en pantalons
Fasse éclore ! – pour nos Armées !

Trouve, aux abords du Bois qui dort,
Les fleurs, pareilles à des mufles,
D’où bavent des pommades d’or
Sur les cheveux sombres des Buffles !

Trouve, aux prés fous, où sur le Bleu
Tremble l’argent des pubescences,
Des calices pleins d’Oeufs de feu
Qui cuisent parmi les essences !

Trouve des Chardons cotonneux
Dont dix ânes aux yeux de braises
Travaillent à filer les noeuds !
Trouve des Fleurs qui soient des chaises !

Trova, o Cacciatore, lo vogliamo
qualche robbia profumata
che la natura in calzoni
faccia sbocciare! – per le nostre Armate!Trova, nei dintorni di Foreste addormentate,
fiori simili a dei musi
che sbavano auree pomate
sugli scuri capelli dei Bufali!Trova, ai folli prati, dove sul blu
trema l’argento delle pubescenze,
dei calici pieni di Uova di fuoco
che si cuociono tra le essenze!Trova Cardi cotonati
di cui dieci asini con occhi di brace
lavorino per filarne i nodi!
Trova Fiori che siano sedie!

O, in maniera molto più vistosa, si guardi alla poesia Felicità, dove il ripetersi di uno stesso verso (per di più molto breve) è continuo e quasi ossessivo.

O saisons, ô châteaux,
Quelle âme est sans défauts?O saisons, ô châteaux,J’ai fait la magique étude
Du Bonheur, que nul n’élude.O vive lui, chaque fois
Que chante son coq gaulois.Mais ! je n’aurais plus d’envie,
Il s’est chargé de ma vie.Ce charme ! il prit âme et corps,
Et dispersa tous efforts.Que comprendre à ma parole ?
Il fait qu’elle fuit et vole !

O saisons, ô châteaux !

[Et, si le malheur m’entraîne,
Sa disgrâce m’est certaine,

Il faut que son dédain, las !
Me livre au plus prompt trépas !

O saisons, ô châteaux,
Quelle âme est sans défauts ?]*

*Le ultime sei righe sono state barrate da Rimbaud stesso con una croce e non sono qui tradotte in italiano.

O stagioni, o castelli,quale anima è senza difetti?
O stagioni, o castelli,
ho fatto il magico studiodella felicità che nessuno elude.
Oh, viva lei, ogni voltache canti il gallo gallico.
Ma non avrò più desideri:essa s’è incaricata della mia vita.
Questo incanto! prese anima e corpoe disperse ogni sforzo.
Come comprendere la mia parola?Bisogna ch’essa fugga e voli!
O stagioni, o castelli!

Di certo non si può paragonare questo ultimo testo di Rimbaud con i suoi scritti giovanili in quanto a bellezza artistica. Si può invece, e a mio parere si deve, comprendere quanto questo testo sia importante: alla fine della sua vita, in un momento di atroce dolore fisico che invadeva tutto il suo corpo, Rimbaud decide di scrivere, e che si tratti di ermetismo, avanguardia dadaista o semplice farneticazione poco importa, quello che importa è che dall’uomo che Rimbaud è, emerge il poeta, in un emergere che è faticoso, scosso, combattuto, ma di decisiva importanza: è la dimostrazione ultima di un disperato legame tra Rimbaud e la poesia.

Jean

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