Jack Kerouac – Sulla strada


Sulla Strada racconta la storia realmente accaduta di due amici, Jack Kerouac e Neal Cassady, chiamati nel romanzo con due nomi fittizi, Sal Paradise e Dean Moriarty. Ci sono altre decine e decine di personaggi, che vanno e vengono, che non restano mai fermi, alcuni più presenti (come Marylou o Carlo Marx), altri meno, ma nessuno di essi ha un’importanza decisiva, passano tutti in secondo piano, e a emergere sono solo loro due, Jack e Neal. Jack emerge in prima persona, in quanto autore del libro e in quanto io narrante, mentre Neal emerge in quanto esempio perfetto di “beat-man” del secolo scorso. È l’incarnazione vivente del lato dionisiaco della duplice natura di Jack Kerouac, è un uomo che non si può descrivere in breve, e una serie lunghissima di aggettivi non basterebbe a definirlo con la necessaria completezza.

Neal è folle, squilibrato, affascinante, mentalmente alterato ma allo stesso tempo filosofo, energico, carismatico. Queste qualità lo portano a diventare un uomo altamente insofferente nei confronti della sua epoca, ma per comprenderne il motivo bisogna comprendere in quale epoca egli abbia vissuto. L’epoca coincide con gli anni che vanno dal 1940 al 1960 (Neal Cassady è nato nel 1926 e morto nel 1968), ovvero anni di grandi stravolgimenti politici ed economici, infatti le innovazioni che porteranno al boom economico degli anni ’60 innestano proprio in questo terreno le loro radici. E le radici sono, in primo luogo, massa e mercato. In che senso? Nel senso che la massa acquisisce in questi anni un potere sempre maggiore, fino ad arrivare in un numero sempre crescente di Paesi a essere la detentrice politica del potere attraverso la democrazia, e nel senso che il mercato, anno dopo anno, è sempre più “furbo” e arriva a comprendere come sia la massa il cliente migliore a cui vendere i propri prodotti per arricchirsi. Non a caso è proprio in questi anni che Brooks Stevens, un designer statunitense, arriva ad affermare che “è il desiderio del consumatore di possedere qualcosa un po’ più nuovo, un po’ meglio, un po’ prima del necessario” ed aggiunge: “[l’obiettivo è] creare un consumatore insoddisfatto del prodotto di cui ha goduto affinché lo venda di seconda mano e lo comperi più nuovo con una immagine più attuale“.

È su questi assiomi, ormai dati per appurati, che si basa il mercato di oggi, ma all’epoca essi erano completamente rivoluzionari. E questa rivoluzione portò a una generale infelicità, infatti soddisfare di continuo i propri desideri per poi scoprirli labili e vani, con l’unica conseguenza di desiderare subito qualcos’altro, non può di certo portare alla felicità. Ecco che in questo clima economico gli artisti sono portati a due atteggiamenti principali: il rifiuto e la resa. Rifiutare una società che non possono accettare, in quanto opprimente e, se vogliamo dirlo, illiberale, oppure arrendersi e, non trovando via di scampo, annegare in essa.

Neal è troppo intelligente, troppo testardo e, forse, anche troppo folle per arrendersi. L’unica strada è il rifiuto. Ecco dunque che Sulla Strada è il racconto del rifiuto e della resa. Il rifiuto occupa tutto il libro, la resa solo le ultime pagine, e non è mai dichiarata.

Il rifiuto sta nella fuga, in una fuga che, conforme alla rivalutazione del corpo iniziata nell’Ottocento con Schopenhauer e Marx, è una fuga fisica, e non spirituale. Per gli artisti di questo periodo è inconcepibile il pensiero di uomo in quanto puro spirito, l’uomo è prima di tutto realtà sensibile, esiste in quanto materia. Si pensi solo a come Kerouac arriverà, rivolgendosi ai lettori, a chiedere: “E non sapete che Dio è Winnie Pooh?” mostrandosi, in un istante di puro delirio, incapace perfino di concepire Dio stesso come un qualcosa di immateriale. Ma solo per un istante, non fraintendetemi.

La fuga consiste dunque in un qualcosa di fisico, ovvero nel fare la valigia e partire, partire e andare. La meta è spesso imprecisata, e se c’è, è molto lontana, tanto che Jack e Neal rimbalzano da New York a Los Angeles, avanti e indietro per l’America, per moltissime volte, quasi ossessivamente, perché sanno che è nel momento stesso del viaggio che sta la felicità, non nell’arrivare. Infatti ogni volta che arrivano a destinazione essi si ritrovavano costretti a fare i conti con la necessità di soldi, e quindi con il bisogno di trovare un lavoro, e per di più finiscono per innamorarsi. Insomma, finiscono per mettere le radici.

kerouac-cassady

Questo fermarsi è causa di infelicità per due motivi. Innanzitutto, seguendo l’idea di Bergson di flusso vitale, la vita è un continuo scorrere, e dunque non può realizzarsi nella stasi, nella cristallizzazione dell’individuo. Esso deve muoversi, e in questo movimento, perdersi. Da esempio si prenda l’episodio, verso la fine del romanzo, in cui Jack, in una soffocante notte estiva del Messico, divorato da ogni tipo di insetto, sporco di sangue e di polvere, immerso in una zona imprecisata della foresta dell’America Centrale, si stende sul tetto della sua auto. In quel momento l’individuo si annulla nella natura e, in quello che può ricordare un panismo quasi – ma non solo – dannunziano, Jack è felice.

In secondo luogo costruire una vita stabile significa scendere a patti con la società che Jack e Neal si sono propugnati di rifiutare, e per questo arriva sempre il momento in cui essi non possono fare altro che rifare la valigia e ripartire. E questo momento torna di continuo, con ossessione, tanto che a un certo punto Neal, sposatosi la terza volta e avuto l’ennesimo figlio, in un momento di apparente stasi, tiene comunque la valigia accanto al letto, pronto ad afferrarla per ripartire in un qualsiasi istante. Ed è quello che farà, per andare in Messico con Jack. Questa sarà il loro ultimo viaggio, il più intenso e incredibile, su fino a 3000 metri d’altezza fra i contadini degli altopiani messicani e giù fin nelle più torride pianure, in mezzo alle quali, nel nulla più assoluto, emergono immense città.

Ma questa sarà anche la loro ultima folle fuga, il loro ultimo folle rifiuto. Una volta arrivati, una volta fermi, si renderanno conto di essere infelici e, soprattutto, si renderanno conto che la loro strada non era una strada per raggiungere la felicità, ma una strada per sfuggire all’infelicità. Si renderanno conto che fuggire per sempre è impossibile e che, prima o poi, si è costretti a fermarsi.

È questo il momento della resa (entrambi finiranno con il perdere le energie e, lentamente, con lo spegnersi. Quell’alcol che nei loro anni giovanili era stato causa di divertimento, diventa a poco a poco una terribile dipendenza ed entrambi a causa di esso moriranno. Questo il libro non lo racconta, ma la Storia sì).

Da notare, oltre al contenuto, anche gli innovativi aspetti linguistici e metrici. Kerouac utilizza una lingua che si potrebbe definire avventata, in quanto non meditata prima, e totalmente impulsiva, precipitosa, irriflessiva. È la lingua che lui stesso parla, una lingua nuova e fresca, che mai era stata utilizzata prima in letteratura. Kerouac scrive ciò che pensa, senza preoccuparsi se il pubblico sarà capace di comprendere e di apprezzare, perché (come se vivesse in una seconda era di Maledettismo) il pubblico non ha alcuna importanza, infatti esso è composto proprio dalla massa, ovvero da quella società che egli si propone di rifiutare. Dal punto di vista stilistico, le innovazioni sono di una portata quasi rivoluzionaria e per poterle comprendere, particolarmente preziose risultano le stesse parole di Kerouac, che dice: “voglio prendere un rotolo di carta per rivestire i mobili, infilarlo nella macchina e scrivere tutto più veloce che posso, d’un fiato, esattamente com’è accaduto, al diavolo quelle architetture fasulle”.

In realtà, contrariamente a quanto vuole il mito, la punteggiatura è convenzionale. L’innovazione sta nella spontanea frenesia, che rende la scrittura intima, sfrenata, colloquiale e vera, con segni improvvisi, puntini e trattini che spezzano i periodi e li sovrappongono l’uno all’altro come onde, perché se l’idea che sta alla base del romanzo è quella bergsoniana di vita intesa come flusso eterno e immutabile, ecco che questa idea si ripercuote sulla metrica, che diventa anch’essa densa e fluida, diventa un flusso continuo e costante di parole.

Vorrei, per ultimo, riportare una poesia di Kerouac, senza commentarla né analizzarla, ma semplicemente perché credo che sia il riassunto perfetto di ciò che nella mia analisi ho cercato di dire. È una poesia scritta dopo il romanzo, e che dunque racchiude in sé la visione dell’uomo sconfitto, dichiaratamente infelice.

  Solitudine messicana

E sono uno straniero infelice
contento di scappare per le strade del Messico
I miei amici sono morti su di me, le mie
amanti svanite, le puttane bandite,
il mio letto sbattuto e sollevato dal
terremoto – e niente erbasanta
per uno sballo a lume di candela
e sognare – solo spurghi d’autobus,
ventate polverose, e cameriere che mi sbirciano
da un buco nella porta
segretamente attizzate alla vista
degli onanisti fottenti cuscini –
Io sono la Gargolla
di Nostra Signora
che sogna nello spazio
sogni di grigia nebbia –
Il mio volto è puntato verso Napoleone
– io non ho forma –
La mia agenda è piena di DEFUNTO
non ho valore nel vuoto,
in patria senza onore, –
Il mio unico amico è un vecchio pederasta
senza macchina per scrivere
Chi, se è mio amico,
lo beccherò nel culo.
Mi resta ancora un po’ di maionese,
tutta un’inutile bottiglia d’olio,
contadini mi lavano il lucernaio,
un matto si schiarisce la voce
nel bagno a fianco
cento volte al giorno
condividendo il soffitto con me –
Se mi ubriaco mi viene sete
– se cammino il piede mi cede
– se sorrido la mia maschera è una farsa
– se piango non sono che un bambino –
– se mi ricordo sono bugiardo
– se scrivo la scrittura è passata –
– se muoio il morire è finito –
– se vivo è appena cominciato –
– se aspetto l’attesa è più lunga
– se vado l’andare è andato –
se dormo la beatitudine è pesa –
mi pesa sulle palpebre –
– se vado a un cinema da poco prezzo
mi assalgono le cimici –
I costosi non me li posso permettere
– se non faccio niente
niente fa 

Jean

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