Xenia II 12 – Eugenio Montale


I falchi
sempre troppo lontano dal tuo sguardo
raramente li hai visto da vicino.
Uno a Etretat che sorvegliava i goffi
voli dei suoi bambini.
Due altri in Grecia sulla via di Delfi,
una zuffa di piume soffici, due becchi giovani
arditi e inoffensivi.

Ti piaceva la vita fatta a pezzi,
quella che rompe dal suo insopportabile
ordito.

Questa poesia di Montale è tratta da Satura, una raccolta del 1971. È una – ma il giudizio è puramente personale – delle sue poesie più belle. Il poeta genovese si rivolge a sua defunta moglie, Drusilla Tanzi, che era solito chiamare con affetto “la Mosca” a causa della sua fortissima miopia. Montale tenta qui di mettere in funzione quel meccanismo così fallace, labile ed erroneo che è la memoria, e prova a ricordare. Il ricordo parte dai falchi, così spesso presenti in Montale (si pensi a Spesso il male di vivere ho incontrato o all’Estate), e viene subito legato alla figura della moglie, figura che prima del 1963, ovvero prima della sua morte, non è mai presente nelle poesie scritte da Montale. Del resto anche Annetta morì prima che Montale le dedicasse le sue poesie, e nello stesso modo Irma Brandeis, meglio conosciuta come Clizia, non è presente nelle poesie montaliane prima della sua partenza per gli Stati Uniti, da cui non farà ritorno. Forse tutto questo accadde perché – mi sembra banale ma lo dico comunque – Montale, come chiunque, si accorse dell’importanza di ciò che aveva solo nel momento in cui lo perse.

Ma concentrandosi sulla poesia, vorrei far notare come l’espediente letterario dei primi tre versi, molto probabilmente fittizio, sia perfetto per dare l’abbrivio alla trattazione dell’argomento di cui Montale ci vuole parlare: il tempo. Bisogna infatti sapere che Etretat è il luogo in cui Marcel Proust era solito andare per trovare pace e tranquillità, e in cui egli probabilmente concepì ed elaborò la sua a tutti nota Ricerca del tempo perduto. Inoltre Delfi è il luogo in cui era situato l’oracolo di Apollo, il quale forniva in maniera oscura e spesso incomprensibile predizioni sul futuro. Passato e futuro dunque, che non hanno nulla in comune se non la presenza dei falchi.

Ma i falchi, che significano? Vi chiederete. Comprenderlo è indispensabile per intuire il significato degli ultimi versi di questa poesia e, in una più ampia prospettiva, tutta la poetica montaliana. I falchi sono, come possiamo capire dalle poesie precedenti di Montale, l’emblema dell’uscita, del varco e, quindi, della possibilità di salvezza. Quello che Montale ci sta dunque dicendo è che il tempo, passato e futuro, come è sempre stato concepito, in realtà, non esiste: “La storia non contiene un prima e un dopo” ci dice egli stesso ne La storia. Non esiste un ordine prestabilito e programmato di fatti, che si susseguono gli uni agli altri in maniera concatenata e razionale. O, in ogni caso, molti anelli di questa catena non tengono. Esistono solo eventi, sconnessi e casuali, che non sanno legarsi fra loro.

Tutto è dominato dalla casualità. Ma esistono anche i falchi, esiste forse la possibilità di un varco, esiste forse la maglia rotta nella rete che ci stringe, esiste forse quella vita che, seppur “più breve del tuo fazzoletto” (…Ma così sia, da Le Occasioni), riesce forse a rompere da questo insopportabile ordito. Forse. Non possiamo sapere con certezza se esista o no una salvezza, ma forse, chissà…

Jean

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