Via Scarlatti – Vittorio Sereni


con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutte case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche più s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra più ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

Se dovessi definire Sereni in tre parole, direi che egli è Montale senza miracolo. Infatti per entrambi l’abilità nello scrivere è a livelli altissimi, e inoltre il talento del poeta lombardo si avvicina – e qualche volta arriva quasi a toccare – il talento del poeta ligure: grande sapienza descrittiva, composizione stilistica assai studiata, ma leggerezza, a tratti quasi eterea, del dettato.

Inoltre per entrambi il mondo non è niente più che quello che il nostro fermo, lucido occhio umano può osservare. Ma in Montale esiste il giallo dei limoni, esiste quel momento in cui la natura stessa sembra tradire il suo ultimo segreto e, forse, esiste una possibilità di salvezza che spezzi la rete in cui siamo inesorabilmente stretti. In Sereni no, questo non esiste. Leggendo le sue poesie si può notare che il suo atteggiamento verso il mondo è un atteggiamento di mite sofferenza (Da exemplum di quel che sto cercando di dire si prenda la poesia sereniana “Ancora sulle strade di Zenna“). La realtà non può essere mutata dal singolo essere umano, che vivendo tra due infiniti, quello prima di nascere e quello dopo la morte, non è in grado di operare per ottenere un riscatto personale.

Teoricamente, questo è Sereni. Ma qui, in Via Scarlatti, una possibilità di salvezza c’è, e il suo nome è Dio. Con non altri che Lui, è il colloquio. È appunto dopo una sententia iniziale che si apre la poesia, con uno squarcio descrittivo, ed ecco che subito, al verso 5, c’è il primo “Ma”, un “Ma” tutto sereniano, che mira a ribaltare in una seconda battuta ciò che è stato precedentemente detto. Questo è un “Ma” leggero, e se vogliamo dirlo, nemmeno troppo importante. Il “Ma” decisivo arriva in seguito, al verso 11, dove subito la sua importanza è messa in luce dalla ripetizione i volti i volti, con cui il poeta di Luino vuole indicare gli uomini, e in particolar modo la loro sofferenza, una sofferenza che sembra impossibile guarire. Una sofferenza che è, come dice la poesia stessa, sofferenza e ira. Gli uomini diventano ombre, quelle ombre tipicamente montaliane, e sembrano impossibilitati a una vita che vada oltre o al di là del dolore.

Ma è qui che tutto viene ribaltato. Con una bellissima metonimia, Sereni mette in risalto il passare, per la via, di una ragazza. È lei a sostituire al recto, il verso della poesia: lei sembra essere in grado, semplicemente camminando, di irridere a tutto il male e a tutte le sofferenze umane. Camminare… Quel camminare antico, ma sempre – inspiegabilmente – perfetto. In questo verso ci sono secoli di poesia italiana, c’è Cavalcanti, con “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira“, e c’è anche  Dante, con “Tanto gentil e tanto onesta pare“, e forse c’è un eco lontana e quasi impercettibile della “donzelletta che vien per la campagna” di Leopardi. Sicuramente c’è la stessa spensieratezza, che sembra essere qui la soluzione alle sofferenze. C’è poi una seconda immagine, quella del duetto di cantanti, che però trovo meno efficace.

E poi c’è il finale, indispensabile, che tracciando un cerchio perfetto chiude la poesia ricongiungendosi con l’inizio. E qui t’aspetto. Cinque sillabe, che contengono il significato ultimo dell’esistenza umana, che qui, come forse mai in Sereni, sembra esistere, in un finale molto reboriano (si veda “L’immagine tesa“), in cui emerge tutta l’angoscia di Sereni, ma in cui si fa strada una possibile, disperata salvezza: è l’incontro con Dio.

Jean

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