L’anguilla tra Montale e Kerouac


Siete perplessi, lo so. “L’Anguilla” di Montale, il componimento della raccolta “La bufera e altro”, l’avete ben presente. Ma di Kerouac non ricordate molto. Ricordate certamente Sulla Strada, ricordate tutta la sua frenesia beat e ricordate anche la sua incomparabile dolcezza, forse. Ma l’anguilla proprio no. Non la ricordate.

Dovete allora sapere che Kerouac, nel suo libro di poesie “Mexico City Blues”, pubblicato nel 1959, c’è una poesia, intitolata 174a strofa, che parla dell’anguilla e del suo viaggio. È molto bella: leggetela, se siete curiosi (A sinistra in lingua originale, a destra tradotta in italiano).

174th Chorus

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

174a Strofa

Le anguille europee d’acqua dolce
che risalgono i loro fiumi
e com’è presumibile fanno incursione nei fiordi
e consumano le pozzanghere, strane
proustiane visitatrici sopra le
montagne
dal mare, che, in fin di vita
riattraversano, fino alle Bermuda
da cui vennero, per morire.
Sarà che queste anguille
hanno la smania di esplorare
i capillari dell’Antica Atlantide
dalle cime di montagne sommerse
in questo lato delle Canarie
Ma no – loro scivolano
Dall’Europa all’Ucraina
e giù per i fiumi del Belgio
e senza espressione nel vuoto
nuotano ancora per generare
e muoiono con bronci allungati
– Poveri pesci.

Se vi piace, sappiate che nella stessa raccolta del poeta franco-canadese ce ne sono molte belle come questa. Questa però, è anche molto particolare, perché trae la sua ispirazione da quel famoso componimento che è “L’anguilla” di Montale. Il poeta ligure infatti, scrisse questa sua poesia nel 1948, e la pubblicò nel 1956. Inoltre, come già detto, la raccolta di Kerouac Mexico City Blues, fu pubblicata nel 1959. Esiste dunque il tempo materiale tale che Kerouac abbia avuto la possibilità di leggere il componimento montaliano e ne abbia potuto trarre ispirazione.

Ma se fossimo in tribunale, l’imputato verrebbe assolto per mancanza di prove. Delle date non bastano.

Ecco allora che porto a mio favore una prova più significativa. In un articolo rilasciato per il Corriere della Sera, Fernanda Pivano, forse la letterata italiana più interessata alla Beat Generation, scrive le parole che qui vi riporto.

Montale è stato adottato anche dai poeti moderni americani che sono tanto cari al mio cuore, naturalmente da Jack Kerouac, che questo nome di Montale aveva accolto nel suo cuore di poeta, e come avrebbe potuto non farlo.

È molto significativo che un grande uomo come Kerouac li abbia compresi a fondo, quei versi immortali di Montale: li ha raccolti con una passione con cui raccoglieva la poesia di tutto il mondo in un piccolo armadio dove stavano tutte le sue traduzioni; ed era commovente vedere come questo uomo così disprezzato, ingiustamente disprezzato, dalla poesia italiana sia stato il più serio poeta americano. E capace di rispettare il più serio poeta italiano.

Ora, con queste basi su cui lavorare, proviamo ad analizzare i due componimenti, mettendone il luce ciò che li differenzia e ciò che li lega.

174a strofa – Kerouac

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

L’anguilla – Montale

L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?

Sì può immediatamente notare una differenza di carattere geografico: Kerouac parla di “anguille d’Europa” e di “loro fiumi” come un qualcosa di distante da lui, mentre Montale parla di “nostri estuari, nostri mari” come se li sentisse di sua proprietà, molto vicini a lui.

Ma tralasciando questa differenza puramente geografica, possiamo notare non poche analogie. In entrambe le poesie, le anguille compiono lo stesso viaggio. Percorrono i fiumi, e poi di ramo in ramo entrano nei fiordi, e di capello in capello arrivano fino ai capillari dell’antica Atlantide e, infine, approdano in pozze d’acquamorta, in pozzanghere.

Non so quanto conosciate le anguille, ma sappiate che questo identico viaggio, descritto da Montale e da Kerouac, è falso. Le anguille non lo compiono davvero. Montale se lo è inventato, perché l’emblema che l’anguilla porta con sé è molto più importante di quanto non lo sia la realtà delle cose. È un uscita dalla realtà che rispecchia la fuga da quella rete che ci stringe, da quel reale necessario che non sembra lasciare vie di fuga. L’anguilla, emblema di Clizia, emblema dell’Amore, esce dalla rete, esce da quella catena di anelli ininterrotta, esce perché è qualcosa di altro, e di superiore, esce perché è quel qualcosa che ci salva.

Partendo dallo stesso presupposto però, Kerouac arriva a conclusioni diverse. Infatti se per Montale l’atto della fecondazione è quell’atto che dà vita là dove morde l’arsura, e l’anguilla è “la scintilla che dice | tutto comincia quando tutto pare | incarbonirsi”. Per Kerouac, invece, il generare è vuoto, la fecondazione non porta a nulla, se non ad altra vanità.

Se in Montale l’anguilla è emblema dell’amore, in Kerouac essa rappresenta l’inutilità, quel viaggio che per l’anguilla coincide con tutta la durata della sua vita è inutile, e lo stesso, metaforicamente, vale per l’uomo. La vita e il viaggio sono la stessa cosa, la vita è il viaggio, ma, osservato dall’occhio triste e fragile di Kerouac, questo nostro viaggio, e dunque questa nostra vita, è vana.

E questo ci fa capire come partendo dalla poesia di Montale, Kerouac abbia elaborato un proprio significato, nuovo e diverso da quello montaliano, ma a esso legato. Ci fa capire che la poesia italiana ha ancora qualcosa da dire al mondo intero, e, anche se Montale non è certamente stato un nuovo Dante, l’eco delle sue parole ha saputo arrivare molto lontano, fino alla East Coast dell’America, alle orecchie di quello che è forse lo scrittore e poeta americano più grande del secondo Novecento, Jack Kerouac.

Jean

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