Diseguaglianza reale o diseguaglianza surreale?

Siamo sicuri che si possa ancora parlare di “periodo di crisi”? Voglio dire, si può ancora considerare l’attuale crisi come solamente periodica o, con un filo forse troppo spesso di pessimismo, si può ipotizzare una decrescita che non è destinata ad alcuna ripresa economica? Dopo aver fatto questa domanda, di cui nemmeno io so, ovviamente, la risposta, vorrei fare però alcune considerazioni.

Si parla infatti di “tempi difficili” a causa di questa crisi da molti definita, secondo me erroneamente, globale. Di certo la crisi non interessa tutte le Nazioni, e anche all’interno di una stessa nazione, non influenza tutti. Prendiamo da exemplum di quanto detto gli Stati Uniti.

Negli USA i super-ricchi non sono mai stati così ricchi come negli ultimi cinque anni. Ovviamente stiamo parlando di una ristretta cerchia di magnati a stelle e strisce che, secondo il mensile Forbes, avrebbero visto crescere i propri averi come mai prima. Annualmente il mensile americano censisce il patrimonio dei 400 uomini più ricchi degli Stati Uniti, e sebbene dubito che rispecchi in maniera completa i reali patrimoni di questi “paperoni”,  si è arrivati alla conclusione che nel 2013 l’ammontare dei 400 conti correnti ha superato la soglia di 2000 miliardi di dollari, ben oltre 300 in più rispetto ai 1700 del 2012.

Solo per farvi comprendere di cosa sto parlando, è questa una cifra che supera, sebbene di poco, l’intera economia della Russia. Chiaramente in testa alla classifica dei ricconi non poteva mancare Bill Gates, fondatore di Microsoft, che quest’anno ha visto aumentare le sue ricchezze superando anche Carlos Slim, miliardario messicano che opera nelle telecomunicazioni. Medaglia d’argento invece per Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, con 58,5 miliardi di dollari (aumentando cioè le sue ricchezze di quasi il 35% in un solo anno).

Insomma i più ricchi non solo non hanno subito danni dalla crisi, ma anzi sono riusciti a fare molti, molti soldi. Secondo uno studio dell’Internal Revenue Service almeno l’1% degli americani più ricchi deteneva da solo il 19,3% del reddito delle famiglie nel 2012. Si tratta della più grande forbice da almeno un secolo e la diseguaglianza è cresciuta a dismisura avvantaggiando ancora una volta di nuovo i più ricchi. Pochi possiedono sempre di più, molti sempre di meno, è la fotografia dell’annientamento della classe media americana.

Ieri un mio caro amico (posso chiamarti Patrick?) ha pubblicato un articolo su questo blog, domandandosi se fosse meglio una uguaglianza imposta o una disuguaglianza reale. Non sempre abbiamo idee uguali, come credo chiunque. Ma credo che (non so lui cosa ne pensi) le diversità ci permettano di confrontarci e di migliorare.

Allora oggi vi chiedo, diseguaglianza reale, o diseguaglianza surreale?

Jean

Uguaglianza imposta o disuguaglianza reale?

Andrea,uno studente, ha sempre studiato un sacco. I professori, vedendo le sue capacità, lo hanno spesso premiato con voti alti, talvolta più alti di quelli che si meritava, ma comunque sempre in linea con quanto aveva studiato. Giovanni, un altro studente, al contrario non ha mai studiato. I professori, non vedendo le sue capacità, lo hanno spesso punito con voti bassi, talvolta più bassi di quelli che si meritava, ma comunque sempre in linea con quanto aveva studiato. I professori sono stati intelligenti, mi verrebbe da dire. Hanno capito un precetto fondamentale: non tutti gli studenti sono uguali,non tutti hanno le stesse capacità, ed è giusto che qualcuno sia premiato più degli altri, e che qualcuno sia premiato meno degli altri, se non sa nulla. Immaginate ora che i professori non riconoscessero queste capacità e che invece imponessero per tutti gli studenti gli stessi voti a prescindere dalle reali abilità. Sarebbe giusto? No, mi pare chiaro. Sarebbe un’imposizione che non corrisponde al vero. Sarebbe un forzare la realtà tentando di appiattire ogni differenza tra gli alunni.Sarebbe soprattutto un qualcosa di contrario a ogni forma di giustizia sociale,a mio parere.

Bene, ora sappiate che una delle ideologie politiche con più successo dell’ultimo secolo, il socialismo , si basa proprio su questo concetto. “Teoria o ideologia che postuli una riorganizzazione della società su basi collettivistiche e secondo principi di uguaglianza sostanziale, contrapponendosi alle concezioni individualistiche della vita umana”, non significa altro se non che nessuna differenza tra gli uomini viene più considerata, che all’uomo viene imposta l’uguaglianza, al posto di una disuguaglianza che è naturale, reale, che si viene a creare a causa delle capacità dei singoli. Per quale motivo Giovanni dovrebbe avere la stessa ricchezza di Andrea? Perchè i due dovrebbero essere uguali? Sono individui profondamente diversi, con delle caratteristiche particolari e differenti. Certamente essi devono essere ugualmente importanti, devono poter usufrire degli stessi servizi di base, scuola e sanità, ma niente oltre a questo.

La disuguaglianza è quindi la forma più naturale e giusta della natura umana, antopologicamente. E dal punto di vista economico?

Certo sarebbe magnifico se ogni persona potesse godere di una grande ricchezza.Eppure ciò è impossibile, utopico e irrealizzabile. Confrontandoci con la realtà dei fatti anche dal punto di vista economico è migliore una società che punta verso la disuguaglianza. Il problema del socialismo economico è che un aumento incontrollato del debito pubblico e del denaro messo in circolazione, non porta assolutamente a una maggiore ricchezza dei ceti più deboli, ma anzi li impoverisce ancora di più. Se le tasse si alzano aumenta notevolmente la disoccupazione, con il fallimento di parecchie aziende. La ripresa diviene impossibile, il debito impedisce ogni riforma, la società si blocca e rimane stagnante. Ogni politica socialista è a lungo termine contraria ai più poveri. La dimostrazione, reale, concreta, ce la danno Margaret Thatcher e i suoi governi negli anni ’80 .

 

Durante il periodo Thatcher la disugualianza è cresciuta di parecchio, i ricchi sono diventati più ricchi, ma la cosa fondamentale è che tutti hanno goduto di una maggiore ricchezza. Il ragionamento da fare è che è inutile tentare di giungere a un’uguaglianza economica in cui tutti sono più poveri, senza il vantaggio per nessuno e con più difficoltà per i ceti meno abbienti.Seguendo la logica non ha alcun senso preferire dei poveri più poveri piuttosto che una collettività più ricca.L’uguaglianza imposta, oltre a essere contraria a ogni principio di capacità dei singoli, semplicemente non funziona. E il liberismo,con tutti i suoi limiti, rimane un’idea di società migliore di quella per la quale a Andrea e Giovanni, i due studenti, viene imposta un’uguaglianza che non corrisponde a realtà.

Agnello, non leone – Jack Kerouac

Questa è la traduzione in italiano del saggio “Lamb, no Lion”, pubblicato nel 1958 da Jack Kerouac. È questo l’unico blog presente nel web in grado di fornirvi la traduzione del saggio in versione integrale. Buona lettura.

La Beat Generation non è vandalismo. Come l’uomo che improvvisamente ha pensato alla parola “beat” per descrivere la nostra generazione, anche a me piacerebbe dire qualcosa a riguardo, prima che chiunque altro nel campo della letteratura inizi a pensare che significhi “teppista”, “violento”, “incurante”, “senza radici”. Come possono le persone essere “senza radici”? E “incurante” di cosa? Desideri? “Teppista” perché non è vestito elegante?

Beat non significa stanco, o esausto, quanto piuttosto beato, la parola italiana per Beatific: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, provando ad amare tutta la vita, provando a essere completamente sincero con tutti, praticando la pazienza, la gentilezza, coltivando la gioia del cuore. Come si può fare questo nel nostro folle mondo moderno di molteplicità e di milioni? Praticando un po’ di solitudine, facendo un giro da solo una volta ogni tanto, per fare entrare dentro di sé il più prezioso fra gli ori: le vibrazioni della sincerità.

Essere stizzito non significa essere beat. Tu puoi startene da solo, ma non per questo devi essere sgarbato. Essere beat non è una forma di vecchia e logorante puntigliosità. È piuttosto una forma di spontanea concordia. Che genere di cultura finirai per avere se tutti, con facce cupe, dicessero di continuo: “non credo che sia del tutto corretto”?

Cominciamo dal principio. Dopo aver pubblicato il mio libro sulla Beat Generation, mi è stato chiesto di spiegare cosa significasse “Beat” alla TV, alla Radio, e alle persone, ovunque. Loro avevano l’impressione che essere Beat fosse solo un’inutile frenetica isteria. “Che stai aspettando?” Mi chiesero. Risposi che stavo aspettando che Dio mostrasse il suo volto (più tardi ricevetti una lettera da una ragazza di 16 anni, che diceva che era esattamente quello che anche lei stava aspettando). Chiesero: “come può questo avere a che fare con folli Hipster?” Io risposi che anche quei folli, felici Hipster, con i loro sballi, con le loro ragazze e con il loro linguaggio slang, erano creature di Dio, disposti qui, in questo infinito universo, senza sapere perché. E per di più non ho mai sentito parlare di Dio, della Causa Prima, dell’anima, di dove-stiamo-andando tanto quanto tra i ragazzi della mia generazione: e non soltanto tra i ragazzi intellettuali per conto loro, ma tutti insieme. Negli occhi sconfortati dei miei interlocutori c’era la domanda: “Ma Perché?” Il predicatore Billy Graham ha mezzo milione di seguaci. Questa generazione ne ha molti di più e il loro legame è più stretto.

La Lost Generation degli anni ’20 non credeva in nulla, e così andò nella sua cinica direzione, criticando e distruggendo tutto e tutti. Quella generazione costituisce il corpus della nostra attuale classe dirigente, e sta guardando con occhi pieni di disapprovazione a tutto quanto, e trasforma la fede in superstizione. La Lost Generation ha distrutto. La Beat Generation sta ricostruendo tutto daccapo. La Lost Generation crede che ci sarà qualche giustificazione per tutti gli orrori della vita. La prima delle quattro Nobili Verità è: tutta la vita è sofferenza. Eppure li sento parlare di come non sia tutto vano, se tu solo credessi, se tu solo lasciassi che il sacro fluire possa sgorgare incessantemente fuori da quella fonte segreta di profonda felicità.

“Amico, io mi godo tutto!” tantissimi vagabondi mi dissero questo sui marciapiedi degli anni ’40, quando l’essere Beat sbocciava come un fiore etereo tra lo squallore e la follia di quei tempi. “Ma perché?” gli avrei voluto chiedere. “non hai un centesimo, né un posto dove dormire”. La risposta sarebbe stata: “Amico, devi essere sballato, ecco tutto.” Allora mi piacerebbe vedere questi stessi personaggi domani, tutti esausti e distrutti, che rimuginano su una panchina del parco, rifiutandosi di parlare a chiunque, riempiendosi la testa di idee.

E loro sono stati tutti là, di notte,  i musicisti bop erano nei bar a suonare, il ritmo era grandioso e tu avresti visto centinaia di teste che ciondolavano nella fumosa penombra, annuendo alla musica: “Yes, yes, yes” era quello che le loro teste annuendo dicevano, in modo così pensieroso, così bello, così mistico. Anche i musicisti che aspettavano il loro turno per fare un assolo, ascoltavano annuendo, sì. Ho visto un’intera generazione dire sì. (Ho visto anche i drogati dire No con le loro occhiatacce).

Non penso che la Beat Generation diventerà una stupida banda di tossicodipendenti e di teppisti. I miei migliori amici Beat erano tutti gentili, bravi ragazzi, appassionati, sinceri (“Ora datemi 5 minuti del vostro tempo e ascoltate quello che sto per dire!”) …Una così tenera preoccupazione! Una così commovente speranza umana: che tutti possano essere in contatto e possano essere accolti, e che tutto vada per il meglio grazie a questa misteriosa unione delle menti. Ogni droga scomparirà. Quella era una moda, come il gin. Nella Beat Generation, invece della bottiglia di champagne della Lost Generation avvolta in una calza di seta, hai trovato vecchie pastiglie in uno sgabuzzino, o un vecchio scarafaggio in un cassettone, tutto coperto di polvere. Nulla di stupefacente: la droga è rimasta nel giro di qualche drogato per problemi medici di metabolismo, prima che fosse pubblicizzata dalla classe dirigente. Poi è sfuggita di mano.

Quanto al sesso, perché no? Un’intervistatrice mi chiese se pensassi che la passione sessuale fosse sbagliata, io dissi “No, è la porta che conduce al paradiso”.

Solo le persone amareggiate annientano la vita. La Beat Generation sarà la generazione della tenerezza (Come direbbe il grande Pinky Lee, lui che ama i bambini, e tutte le generazioni sono bambini).

Io spero solamente che non ci sarà una guerra che ferirà tutte queste persone meravigliose, e io non penso che ci sarà. Sembra che ci sia una Beat Generation in tutto il mondo, anche oltre la cortina di ferro. Credo che la Russia voglia una quota di quanto l’America possieda – cibo e vestiti e altre cose utili di qualsiasi genere.

Io profetizzo che la Beat Generation, che è ritenuta folle nichilismo nelle vesti di una nuova moda, diventerà la più delicata e sensibile Generazione nella storia dell’America, e di conseguenza non potrà fare a meno che fare del bene. Tutto ciò che di sbagliato accade, si rivelerà essere un’intromissione del male. Se in questa Generazione c’è una qualità che ho notato, più forte di tutte le altre, è la sincera volontà di non voler fare del male agli altri. Ho fatto un sogno in cui c’erano un Leone e un Agnello, e io non volevo che il Leone mangiasse l’Agnello, e il Leone si avvicinò a me e leccò la mia faccia, come se fossi un grosso cucciolo di cane, e poi io presi l’agnello in braccio e lui mi baciò. Questo è il sogno della Beat Generation.

Beats460

Jean

Tendono alla chiarità le cose oscure

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

(Eugenio montale, dalla raccolta Ossi di seppia)

Trascrivendo la poesia sul blog, il correttore automatico mi avvertiva della presenza di un errore. La linea rossa ondulata, simbolo universale di errore di scrittura, sottolineava la parola “chiarità“. Beh, non aveva tutti i torti: la parola “chiarità” non esiste. Esiste la parola “chiarezza“, esiste anche la parola “chiarore“, ma non la parola “chiarità“.

Una domanda sorge spontanea: perché Montale l’ha utilizzata? Credo che nel suo attento lavoro di labor limae, non abbia certamente dimenticato di prendere in considerazione i termini “chiarezza” e “chiarore“. Non li ha però voluti utilizzare, e credo che un motivo logico esista. “Chiarezza” è un termine che oltre a descrivere la qualità propria di ciò che è chiaro o lucente, intende, in senso figurato, delineare il concetto di lucidità e di ordine, in contrapposizione alla confusione. Ma in questa poesia il girasole non si contrappone affatto alla confusione. Inoltre il termine “chiarezza” è un termine troppo filosofico, e risulta difficile non pensare ai caratteri cartesiani di chiarezza e distinzione, che, però, in questa poesia non c’entrano proprio niente.

Il termine “chiarore” invece, non poteva andare bene per un motivo di carattere strettamente semantico, infatti il suo significato è “tenue luce diffusa nell’aria“. Ma qui la luce non è tenue. La luce è bionda trasparenza, è l’essenza stessa della vita. È una luce vivace, intensa, e quasi violenta, è una luce che è forza, energia, e non docilità o rassegnazione. Inoltre questo termine non poteva essere utilizzato per un motivo di carattere letterario, Leopardi aveva infatti scritto “chiaror delle nevi” (nelle Ricordanze). Ma il concetto di neve è esattamente l’opposto della chiarità montaliana. Si prenda da esempio la poesia “Ecco il segno, s’innerva” (dalla raccolta Le occasioni) dove la neve è intesa, secondo l’interpretazione di Marco Martelli, come minaccia alla vitalità del tu. Tutto ciò che è ghiaccio è sinonimo di immobilità, ma qui il girasole, come non è emblema di compostezza e di ordine, non lo è nemmeno di immobilità. Il girasole è irrequieta confusione.

Resta solo una cosa da capire: perché la parola chiarità è, invece, perfetta. Il motivo è di carattere letterario. In letteratura, la chiarità è stata sempre vista come elemento contrapposto all’oscurità. Il Boccaccio scriveva: “siccome l’esser fioco impedisce la chiarità della vocecosì le tenebre impediscono la chiarità della luce”. Arrivando a età più recenti, su può leggere nelle “Odi e Inni” di Pascoli:

“Vengono gli uomini pallidi,
tutti nel suo sguardo assòrti:
vengono trasfigurandosi
nella chiarità dell’aria”

Qui la chiarità è qualcosa di positivo, in opposizione al pallore degli uomini.

Quindi ne possiamo dedurre che la chiarità è senza dubbio un elemento positivo legato al concetto di luce. E così Montale lo intendeva. Il girasole è il mezzo attraverso il quale si può giungere a tu per tu con l’essenza stessa della vita, è lo strumento epifanico che permette, forse, la salvezza. È, infine, l’emblema stesso dell’amore, quell’amore che ci salva.

“Gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce”, così Leopardi aveva scritto nell’epigrafe della Ginestra (riprendendo GIOVANNI, III, 19). Ma Montale non sarebbe stato d’accordo: gli uomini sono nelle tenebre, ma aspirano alla luce.  “Tendono alla chiarità le cose oscure”, così scrive Montale. E allora tendono alla chiarità anche quegli oscuri “uomini pallidi” pascoliani, o, per definirli con parole montaliane, quei “lemuri umani“. Forse è questo il senso della poesia, forse è questo che Montale davvero crede, che l’uomo è dantescamente un’interiorità buia e oscura, ma tende alla chiarità, alla luce, all’amore.

Upupa

Jean

Può Matteo Renzi salvare l’Italia?

Nel panorama politico italiano sono davvero poche le persone che propongono qualche idea nuova o anche solo qualche idea sensata.Tra queste sicuramente c’è Matteo Renzi, il sindaco di Firenze. Prima di analizzare che cosa l’esponente toscano del PD propone di buono, è necessario però fare un paio di premesse.

Bisogna dire che se le proposte di Renzi sono ottime, esse rischiano di non essere mai realizzate principalmente per 2 motivi , uno che riguarda il sindaco stesso e uno esterno a lui.

Analizziamo in primis questo secondo problema. Renzi è entrato in un partito, il pd, che è organizzato secondo un retaggio da prima repubblica, dato che esso si è formato dall’unione dei due più grandi partiti italiani del passato,la DC e il PCI. Il pd ha una organizzazione “pesante”, in cui la nomenklatura è ancora una parte fondamentale, in cui sono presenti moltissime correnti e nel quale, proprio per le modalità di formazione, vi è l’eterno scontro tra ex-dc e ex-pci. Controllare un partito di questo tipo è di una difficoltà abnorme. Ecco perchè la prima vera sfida per Renzi non sarà (solo) quella di non essere fagocitato dal partito, ma anzi principalmente quella di riuscire a creare un partito nuovo: un partito “leggero”,  nel quale i dirigenti si cambiano ogni 5 anni, e nel quale non vi  sono correnti perchè i protagonisti politici non restano lì in eterno. Bisogna necessariamente che il pd cambi logica  e si trasformi in un partito moderno, riformatore e nel quale si vedano spesso ricambi generazionali.Se Renzi dovesse continuare a candidare i Bersani, i Finocchiaro,i Franceschini,i Veltroni,i D’Alema e tutta la vecchia classe dirigente allora la sconfitta sarebbe sua, in quanto sarebbe bloccato da una serie infinita di veti incrociati che gli impedirebbero di realizzare una qualsiasi delle sue proposte.

Altro problema è quello personale del sindaco. Ogni volta che parla Renzi dimostra la sua inconsistenza: utilizza parole spesso vane, usando termini nazional-popolari,come “sogno” e “speranza”, e parlando quasi sempre con degli slogan. Eppure il suo programma elettorale è dettagliato, e spiegato bene,in maniera chiara e concisa. Una spiegazione c’è. Il sindaco utilizza quel tipo di linguaggio per portare dalla sua parta una maggiore fetta di popolazione, per creare consenso attorno a sè. Insomma è una tecnica elettorale. Di certo la tecnica è molto simile a quella di un altro famoso “politico”, che non ha fatto proprio il bene dell’Italia negli ultimi anni, nonostante l’ottimo programma, mai realizzato, neanche in parte. Renzi si deve dimostrare un politico abile e non soltanto un cialtrone dalla buona parlantina. Deve riuscire a trasformarsi da politico sognatore in campagna elettorale in politico pragmatico una volta che sarà al governo. Se così non sarà, Renzi sarà per sempre etichettato come quello che parla bene ma non combina nulla di buono.
Una volta che si chiariranno questi due punti, e avremo cioè un Renzi che ha possibilità di muoversi in un partito leggero senza incontrare resistenze e che realizza ciò che dice, il sindaco sarà un possibile salvatore dell’Italia.

Leggendo il suo programma la prima cosa che viene in mente è che Renzi è il primo leader della sinistra italiana a rottamare il socialismo. Citando un ottimo articolo di Massimo Nava sul Corriere della Sera è necessario dire che con la fine del socialismo “non si tratta di rinunciare a identità, valori e ideali, né di «dire cose di destra», ma di comprendere che sono i ceti più deboli a pagare il prezzo più alto dell’insicurezza o dell’immigrazione incontrollata; che sono i ceti medi e produttivi a sopportare la pressione fiscale e il peso abnorme della spesa pubblica e dell’apparato burocratico a causa delle mancate riforme; che il futuro delle nuove generazioni è gravemente ipotecato da una società immobile, declinante, che esporta più cervelli e capitali che prodotti e servizi”.

Renzi riesce a comprendere una cosa banale, banalissima: se la spesa pubblica non si riduce non è in alcun modo possibile fare una qualsiasi riforma per aiutare il paese a riprendersi, e non è possibile abbasssare le tasse. Una idea sconosciuta al vecchio socialismo bersaniano, che prevede invece un aumento incontrollato della spesa pubblica per potere fare riforme a favore dei più poveri. Se oggi Bersani fosse premier, staremmo probabilmente meglio,ritrovandoci molto peggio, con molta spesa in più e molto più debito da pagare,tra pochi anni.

Fondamentale diviene dunque questo punto del programma di Renzi, che prevede un calo del debito pubblico come premessa per il rilancio:

“Devono essere messe in atto tutte le misure necessarie affinché il debito pubblico cali in modo significativo, anno dopo anno, anche negli anni in cui la congiuntura è sfavorevole, in particola­re i prossimi due. Per mantenere tale impegno è necessario mettere in atto un’efficace politica di dismissioni del patrimonio pubblico. Stime credibili (Astrid) ritengono possibile una riduzione del debito al 107% del Pil entro il 2017 e un’ulteriore calo negli anni successivi attraverso un mix di interventi.

In particolare, sul versante degli asset del patrimonio è possibile ipotizzare:
1. la cessione di immobili pubblici per circa 72 miliardi di euro (alla quale deve accompagnar­si una indispensabile revisione delle procedure burocratiche e urbanistiche in assenza della quale ogni valorizzazione di questo patrimonio è impossibile);
2. la cessione di partecipazioni in aziende quotate e non quotate per circa 40 miliardi euro;
3. la capitalizzazione delle concessioni statali per circa 30 miliardi.”

Renzi prevede un programma di riduzione del debito molto efficace, che prevede la cessione di immobili pubblici e di aziende/concessioni statali, che porterebbe nelle casse dello stato moltissimi soldi per finanziare la ripresa e abbassare le tasse.

A questo punto,e solo a questo punto,dopo un taglio della spesa pubblica, è possibile intervenire per aumentare i salari reali delle famiglie. Renzi scrive nel suo programma:

“100 euro al mese in più per chi ne guadagna meno di duemila. La nostra proposta è di ridurre l’imposizione tributaria sui lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 2000 euro netti al mese per un ammontare di 100 euro al mese.La forma tecnica della riduzione sarà una detra­zione ulteriore,e non un cambio di aliquote per poterla riservare solo ai lavoratori di queste fasce di reddito. Stimiamo la platea interessata tra 15 e 16 milioni di lavoratori. Il costo della detrazione sarebbe quindi attorno a 20 miliardi di euro all’anno che proponiamo di finanziare attraverso il taglio della spesa pubblica “intermediata””

E ancora,punto fondamentale:

“Liberalizzare davvero per far scendere le tariffe.”

La liberalizzazione è fondamentale dopo la privatizzazione, prevista dalla vendita di concessioni statali.Senza liberalizzare le tariffe non si possono abbassare,con il crearsi di monopoli. Se invece la liberalizzazione avviene la concorrenza sul libero mercato permette un abbassamento netto delle tariffe e dei costi di moltissimi servizi.

Altri punti ottimi del programma di Renzi sono l’accordo con la riforma Fornero delle pensioni, necessaria a causa dell’aumentare dell’età anagrafica del paese e soprattutto la semplificazione.

La burocrazia soffocante è il vero problema di questo paese, nel quale è impossibile aprire un azienda, assumere un dipendente, se non firmando una valanga di moduli.

Il programma renziano è molto più ampio di quello che ho su esposto, e non tutti i punti sono condivisibili. Spesso pare contraddittorio l’inserimento di contentini per accontentare la base socialista,che costano molto in termini di spesa pubblica. Comunque un programma che non prevede uno stato più pesante,ma anzi prevede dismissioni e taglio di spesa, è una buona base su cui iniziare. Sicuramente meglio del nulla che abbiamo oggi.E potrebbe essere la base di una nuova sinistra non più assistenzialista,ma moderna e riformatrice. Aspettando che anche a destra accada a stessa cosa.

renzi2 Il Programma di Matteo Renzi: analisi punto per punto delle Proposte Economiche (Reload)