Due parole su Stamina

Vorrei avere la calma, per discutere pacatamente di queste cose. Vorrei, ma alla mia età è facile infiammarsi e urlare, quindi posso solo promettere che proverò a non farlo. Casi come quello del metodo Stamina possono sembrare nuovi e controversi; come fare a stabilire chi ha ragione, quando uno scienziato afferma ciò che altri scienziati negano categoricamente? Innanzitutto dobbiamo chiarire un paio di cose: Davide Vannoni, colui che ha inventato questo metodo, non è un medico, bensì un professore di psicologia, che grazie alla sua agenzia pubblicitaria è riuscito ad arrivare alla ribalta. La sua è una storia di viaggi nell’est europeo, di campagne pubblicitarie, di ricorsi al tribunale e di cure compassionevoli, non una storia di medicina.

Ricordo quando per la prima volta sentii parlare di del metodo Stamina, era quasi ora di pranzo e, mentre preparavo da mangiare, sentivo in sottofondo un servizio del telegiornale. Sentivo voci discordanti: alcune si battevano per l’idea, altri sollevavano dei dubbi; insomma una scena vista e rivista. Ricordo però che tendevo a fidarmi di Vannoni: il nome del metodo era “Stamina”, qualche base scientifica doveva pure avercela! Mi sbagliavo.

Bisogna riconoscerlo, almeno come psicologo Vannoni se la cava. E’ riuscito a fare in modo che si creasse una sorta di corto circuito cognitivo nella mente di chi sentiva parlare per la prima volta di questa “terapia”: insomma Stamina=staminali, no? Beh, realtà non proprio. Il cosiddetto “metodo stamina” dovrebbe basarsi sulle cellule staminali mesenchimali (tessuto connettivo, per farla breve): una volta prelevate, queste si differenziano e poi vengono iniettate di nuovo nel paziente. Vannoni però glissa sempre sul fatto che quelle mesenchimali sono staminali multipotenti, che cioè possono trasformarsi solamente in alcuni tipi di cellule, a differenza di quelle omnipotenti, che invece si ricavano dal cordone ombelicale dei neonati e possono diventare qualsiasi cellula. Quindi le cellule staminali mesenchimali non possono diventare neuroni.

Ma Vannoni afferma di aver trovato un metodo per farcela, che bello! Se io avessi in mano una tale novità, pubblicherei subito la mia scoperta su PubMed e andrei a comprarmi un vestito da sera in vista del Nobel! Pare invece che Vannoni sia un tipo molto timido: prima rivendica la proprietà intellettuale del metodo, poi invoca il segreto aziendale grazie alla StaminaFoundation, una società fondata nel frattempo (capita proprio a fagiolo, eh?). Ancora oggi questo imprenditore si rifiuta di condurre test a doppio cieco sull’efficacia della sua cura, cioè non vuole sapere se la terapia è solo un costosissimo placebo. Il nostro timidone, pur giurando che il metodo funziona, non è interessato a dimostrare scientificità della sua terapia, tutto il contrario: si affida a Giulio Golia delle Iene per farsi pubblicità, usa la pressione di piazza, dice: “andate a guardare i malati uno ad uno”, dice “ascoltate la loro opinione”. Innanzitutto, guardando attentamente i primi servizi delle Iene sul caso stamina e leggendo ciò che loro non evidenziano, si capisce che i malati versano in condizioni pressoché uguali, se non peggiori di prima; poi come sempre vale la regola “ripeti una bugia cento volte e diventerà verità”, segue come corollario la mobilitazione della piazza; ultimo ma non ultimo, sembra che qualcuno debba ragguagliare Vannoni sull’esistenza delle cartelle cliniche.

L’unica cosa che mi preoccupa è che quest’imbroglione ha un potente alleato: la mentalità italiana. “Lascia che si curino come hanno voglia”, “vuoi togliere anche l’ultima speranza a quei poveretti?”, “Se per loro funziona, cosa te ne frega?”. Allora scusatemi se penso che una medicina debba essere efficace a prescindere dallo stato d’animo di chi la usa, scusatemi se penso che dare una falsa speranza sia disonesto (direi criminale, se si è un medico), scusatemi se all’estero non voglio essere visto come l’italianotto pressapochista, che, anche se una cosa non va bene, lascia correre. Io mi scuso ma non lascio correre.

Naturalista Digitale

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Se non c’è alternativa

Guardate questo grafico (link).

Osservatelo attentamente. È la percentuale di debito pubblico rispetto al PIL, uno dei moltissimi indicatori economici che vede l’ Europa spaccata in due parti. Da un lato Italia, Portogallo, Irlanda, Grecia, dall’altro Germania, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi. La divisione non è affatto casuale: da una parte ci sono i paesi che sono in recessione, che soffrono moltissimo la crisi, dall’altra abbiamo nazioni in crescita, o comunque intaccate in modo minimo dalla crisi economica. Un’altro indicatore che mostra una divisione, più netta ed evidente, e anche più dolorosa, è quello sul tasso di occupazione:

File:Mappa disoccupazione UE2.png

Mi fermo qui perchè di grafici e indicatori ce ne sono diversi, e tutti molto negativi per l’Italia. Eppure questi grafici non sono fini a sè stessi. Non si esauriscono sulla carta dove sono stampati, non sono dei semplici numeri senza alcun significato. Dietro questi indicatori c’è infatti la vita economica di un paese, la vita reale della popolazione. Allora diviene naturale pensare, ragionare su questi grafici, sorgono spontanee delle domande. E la prima cosa che viene in mente, la più banale, è quela di fare qualcosa, per cambiare strada.

Eppure l’Italia non può far niente. Questo post nasce proprio dalla necessità di raccontare un qualcosa che viene continuamente sottovalutato, ovvero come in questo preciso momento storico l’Italia non possa in alcun modo promuovere una propria politica. E questa potrebbe essere un’occasione clamorosa.

Mi spiego meglio. Il grafico che ha aperto questo post non è stato scelto casualmente tra lo spettro dei grafici economici possibili. Esso è la causa principale del perchè l’Italia si trova nella situazione in cui è impantanata oggi. Il debito pubblico italiano è altissimo. La spesa pubblica è stata evidentemente spropositata in relazione al PIL, le tasse, per questo motivo, sono altissime, e gli interessi sul debito sono mostruosamente elevati. Ed è qui che viene la chiave per poter provare a uscire dalla crisi economica. L’Italia infatti non può far nulla proprio per questo motivo. Essendo in Europa, deve sottostare a delle regole, che sono state saggiamente fissate per impedire che un paese possa andare in bancarotta. Se il nostro paese vuole restare nell’Unione Europea, ed è una follia pensare di uscirne, deve rispettare alcuni parametri economici. Tali parametri prevedono che non possano essere immessi soldi in circolazione, che non si possa più permettersi di spendere, dato che si è già speso troppo in passato, e quindi, cosa fondamentale, che non si possa più fare alcuna riforma. Se si parte da questa corretta ipotesi, ovvero che l’Italia è bloccata dal suo debito, le conclusioni divengono chiare e lampanti. Se una qualsiasi politica, di destra, di sinistra, di centro, è impossibile, perchè l’Italia è troppo indebitata per poter fare qualunque cosa, immobilizzata da un gigantesco macigno che è il debito pubblico, è ovvio che l’unica alternativa possibile sia quella di ridurre questo enorme debito. E ridurlo drasticamente. Ripeto: questa non si tratta di una possibilità politica, ma dell’unica possibilità politica rimasta al nostro paese. È la base dal quale partire. Senza quella base l’Italia muore, soffocata da interessi sul debito di 84 milardi di euro. Le politiche di qualsiasi tipo, progressiste, liberali, conservatrici, vengono dopo quella primaria necessità di tagliare il debito.

Il governo Letta sembra averlo in parte capito, ma i tagli sono troppo poco drastici. Se Letta continuerà così rischiamo di passare diversi anni a tagliare poco debito, che continuerà a salire, e ci ritroveremmo dunque nella stessa situazione di partenza, ma senza diverse aziende strategiche da privatizzare, se le privatizzazioni vengono fatte un po’ per volta e male. Se si vuole recuperare una minima sovranità politica (anche se non è detto che ciò sia un bene ) bisogna dunque fare grandi tagli, attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni. Dopo aver fatto questo, e solo dopo, si può pensare a una politica più progressista che porti soldi all’economia e aiuti a permettere la crescita dell’economia. Ma per ora, lo ripeto, non c’è alternativa.

Riflessioni sul Multiverso

Una volta pensavamo che il nostro mondo fosse il solo mondo; pensavamo che il sole fosse l’unico sole; poi, dopo aver impiegato 150000 anni per capire cosa fosse una galassia, decidemmo che la nostra galassia dovesse essere l’unica galassia. In tutti e tre questi casi, abbiamo scoperto che non potevamo sbagliarci più di così. E’ davvero così irragionevole supporre che il nostro universo non sia l’unico? Infatti, visti gli errori commessi in passato (il nostro tasso di fallimento è del 100%), non sarebbe leggermente irrazionale affermare il contrario?

Abbiamo una lunga filosofia di pensiero, che affermava che l’orizzonte era il confine, il limite del mondo; invece, ogni orizzonte che abbiamo mai raggiunto (fisicamente o con l’intelletto), ha sempre rivelato un altro orizzonte. Solo perché non possiamo vedere al di là della montagna, non significa che là non ci sia niente. Perché non dovrebbero esserci altri universi? Perché, eccezion fatta per motivazioni religiose, ciò dovrebbe essere impensabile? Quando mai abbiamo trovato qualcosa, di cui esistesse solo un unico esemplare? Non c’è nessuna prova diretta dell’esistenza di altri universi, ma non dovremmo nemmeno aspettarci di trovarne! (Anche se alcuni fisici sospettano di aver trovato qualche indizio nella geometria dell’universo primordiale, oppure nell’analisi delle onde gravitazionali, l’esistenza delle quali potrebbe essere scoperta sperimentalmente tra non molto, o nel fatto che la gravità stessa sia così debole, se paragonata alle altre 3 forze fondamentali). Non potresti mai, nemmeno in linea teorica essere in grado di confermare direttamente l’esistenza di altri universi, ma potremmo inferire la loro esistenza, capendo meglio ciò che deve essere successo qui, in questo universo, in quell’istante prima che “fosse la luce”. Al momento questa è una domanda a cui non si può dare risposta, ma è una domanda che potrebbe avere la capacità di rispondere alla più antica questione filosofica: “perché siamo qui”. Se il nostro universo è l’unico che potrà mai esserci, allora l’esistenza della vita qui potrebbe essere una coincidenza fastidiosa, una condizione da cui non potremmo mai fuggire. Ma se ci fossero altri universi, con altre leggi, altri comportamenti, allora, ad ogni universo che nasce, l’emergere della vita di qualsiasi tipo diventa sempre più probabile. E con un numero sufficientemente grande di universi, la formazione di un universo con le leggi congeniali alla nascita della vita diventa quasi inevitabile. Abbiamo bisogno solo di una fonte di energia, di ripetizioni e di variazioni.

E se ci fosse davvero un Multiverso? Dove la regressio ad infinitum è fermata da leggi che semplicemente non non possiamo immaginare, diverse geometrie, dimensioni, magari altre forze, energie a noi sconosciute, spazi ultradensi che danno vita ad altri universi, come se gonfiassero delle bolle in uno spazio multidimensionale. Per quanto ne sappiamo, entro questo orizzonte i Big Bang sono comuni quanto lo multiversosono  i fulmini durante un temporale; forse gli indizi stanno nella somiglianza tra il nostro universo e i buchi neri, magari sono bolle dentro altre bolle. Non è che penso di saperlo, è che sono certo del contrario; e so con la stessa precisione che nessun altro lo sa, perché nessuno può saperlo; non abbiamo la minima idea di cosa possa essere possibile in quel mare di universi. Senza ulteriori dati tutte le speculazioni, inclusa la mia, riguardo l’esistenza (o la non esistenza) di un Multiverso non hanno né capo né coda sia in termini scientifici, sia filosofici. Però, se davvero sei un libero pensatore, puoi provare a indossare quell’idea come un paio di occhiali, giusto per vedere come appare la realtà sotto quel punto di vista, per vedere se tutto ha un po’ più senso. 

Allora immaginiamo una situazione ipotetica, nella quale gli universi possono formarsi in modo naturale, separati gli uni dagli altri da distanze spaziali o dimensionali, oppure in un tempo lineare così smisurato, che solo il più squilibrato dei matematici potrebbe immaginare. Immaginiamo come potrebbe essere quella realtà, in un universo di quelli in cui la vita come noi la conosciamo è solo una possibilità.

In principio era il buio; poi la rottura spontanea di simmetria: le quattro forze si separano; poi era l’elettromagnetismo e solo dopo questo momento poté “essere la luce”, una parte della quale si sarebbe condensata per diventare quark e gluoni, che poi formarono protoni ed elettroni. Tutto questo è avvenuto in meno di un milionesimo del primo secondo di vita del nostro ipotetico universo, nei 3 minuti successivi l’espansione dello spazio fa calare la densità di energia fino a raggiungere la “fresca” temperatura di un miliardo di Kelvin, le particelle non possono ancora unirsi per formare il primo vero atomo; dovrà passare ancora circa mezzo milione di anni, perché ciò accada.

Ora facciamo un salto in avanti di 9 miliardi di anni, quando le nubi di gas saranno da tempo collassate per formare le galassie e dopo che diverse generazioni di stelle saranno vissute e morte. Andiamo su un pianeta, formatosi dalla polvere che circondava una stella, un pianeta sul quale le forze naturali hanno avuto il tempo di agire, sistemando senza tregua le particelle in ogni arrangiamento possibile, legando, costruendo, spezzando, ricombinando le parti, mutando sempre, finché, dopo un altro mezzo miliardo di anni, si forma la prima molecola autoreplicante o meglio la vita. Dall’energlia agli atomi, dagli atomi agli esseri, a loro volta fatti di atomi, fatti di energia.

Dopo 4oo milioni di anni di costanti mutazioni, emerge l’intelligenza e questi esseri d’energia, intrigati da ciò che vedono, voglio capire da dove provengono: guardano i loro corpi e vedono imperfezione, guardano il loro mondo e vedono energia, ripetizione, variazione, schemi, complessità: sicuramente la firma di un Creatore! Vanno quindi alla ricerca di déi, ma trovano solamente le loro stesse parole, quindi guardano più a fondo e vedono caos, e poi schemi all’interno del caos, schemi provenienti dal caos, lo vedono ovunque: nelle onde sonore, nelle onde di compressione, nelle vibrazioni, nelle oscillazioni, nella luce, nella gravità, nell’elettricità, nella fisica, nella chimica, nella biologia. Ovunque le forze incontrano l’armonia, emergono le forme, schemi d’ordine nel caos, onde in fase che esitano un istante prima di tornare al caos da cui sono emerse; poi guardano più a fondo e trovano numeri sotto il caos, trovano leggi semplici ovunque.

Gli esseri d’energia hanno scoperto che i numeri sono la chiave per capire l’universo, “ma- si chiedono- perché mai dovrebbe essere così?” Poi scoprono che vivono in un universo quantizzato, in cui la materia e le forze possono esistere solo come unità di egual grandezza, che possono quindi essere calcolate e 8534279415_fe87b18756_zpredette fino all’undicesima cifra decimale: le equazioni si bilanciano davvero, il loro universo è razionale! E tra tutte le cose di cui potevano essere composti, scoprono che sono fatti dalla più pura forma di energia, stabilizzata in uno stato di emergente armonia fisica e concludono che essi devono esistere proprio come gli schemi nel caos matematico. Sono ancora solo animali, sono ancora solo elementi chimici, ma prima di tutto ciò essi erano un accecante lampo di luce. Interpretando loro conoscenza al meglio delle loro possibilità, concludono che esistono semplicemente perché la loro esistenza è possibile.

Ora la domanda è questa: cosa ti fa credere che non stai vivendo in quell’universo proprio ora? Come faresti a esserne sicuro? Nessun esperimento, nessuna osservazione, che potresti fare qui, sembrerebbe differente . Non saresti capace di distinguere l’universo che ho descritto da quello in cui stai vivendo, perché ogni esperimento che faresti qui, non farebbe altro che confermare che sei composto da energia armonica e che vivi in un universo semplice. Se pensi che tutto questo sia una di quelle frottole New Age, allora tu devi mostrarmi dove posso trovare un’E che non sia uguale a un mc2, o un’ma che non implichi una esattamente proporzionale e misurabile. E se questo non assomiglia all’universo che il tuo dio ha creato, allora è lecito dire che pare che non sia stato il tuo dio a fare questo universo. Non significa che un’intelligenza non sia stata coinvolta (diciamo nel momento della rottura di simmetria), significa solo che stai quasi certamente dando importanza alla cosa sbagliata; se tutto ciò che è successo dal lampo iniziale è spiegabile attraverso un miliardo di piccoli scalini naturali, perché mai postulare un gigantesco salto soprannaturale al principio di tutto? Mai niente nella scienza ti dirà che non c’era un creatore (l’ipotesi del Multiverso potrebbe rispondere anche alla domanda “da dove arriva il creatore?”), ma forse dobbiamo abbandonare la promessa dell’immortalità per sentirci veramente vivi qui e ora, per dare valore gli uni agli altri ora, per apprezzare veramente ciò che abbiamo. Probabilmente ciò fa parte della crescita, o almeno ne faceva parte, prima che la gente si mettesse a fare promesse che niente e nessuno avrebbe potuto mantenere. Magari in futuro non scombussoleremo sin dall’inizio le menti dei nostri bambini, dicendo loro che dei miti sono la verità; magari racconteremo loro altre storie fantastiche, che parleranno di come muri muro-di-berlino tiananmen-square-1989-tank-man-china-close-up-one-tank1apparentemente indistruttibili possono sgretolarsi nel giro una notte o di come una volta, con il mondo intero che stava a guardare, un uomo cinese con la sua borsa della spesa diventò per pochi attimi più di un essere umano. Perché vivere con la costante vergogna, come un peccatore caduto, come un indegno, come un essere umano di seconda classe; perché mai anche solo provare a credere in una tale storia, quando invece con pochi libri potresti imparare abbastanza sull’universo, da poterti guardare ogni mattina allo specchio e sapere che il tuo albero genealogico risale sù fino alla luce stessa. E tutto ciò che devi fare per vederla è lasciar cadere gli antiquati tabù religiosi.With_Arms_Wide_Open_by_bonbonitaNaturalista Digitale

 

 

Prima lettera a Jack

209ª Strofa

Bene, questo a momenti mi ammazza.
Ho fatto le valigie ed è arrivato
il momento di partire per il cielo.
Paura del viaggio. Sempre
pesato che fosse breve e spiccio
così me ne fregavo. Oppure
sempre pensato che sarei stato contento d’andarmene.
Ma chi è contento di andarsene? Voglio oro
Voglio ricca sicurezza nelle gambe
e buone ossa di latte vuoto
della Bontà-di-Dio – Voglio
Ho bisogno piango come bimbo
Voglio il mio Orsacchiotto
dolce dorso setoso
e dong streng beng bong
non sciupate il mio ding-dong
cercate di non scherzare con me
un’altra volta e lo vado a dire
al pappone, Dio puttana –
Ho le paturnie
Mi sono espresso male
Voglio oro voglio oro
Oro di eternità

209th Chorus

Well, that about does me in.
I’ve packed my bags and time
Has come to start to heaven.
Afraid of the trip. Always
Thought it was short & snappy
And I wouldnt worry. Or
Always thought I’d be glad to go.
But who’s glad to go? I want gold.
I want rich safety in my legs
And good bones made of empty milk
Of God-Kindness – I want
I need I cry like baby
I want my Partotooty
Sweety backpie back
And dong stang bang bong
Dont scrounge my yoll-scrolls
And try yo fool with me
One more time & I report you
To the pimp, whore God –
I got the woozes
Said the wrong thing
Want gold want gold
Gold of eternity

Questa è forse la poesia più bella che tu abbia mai scritto. O quantomeno la più bella che io abbia letto. Leggendola, ti posso leggere dentro: posso leggere la tua rabbia e la tua fragilità. Posso leggere le tue paure, le tue ansie e le tue preoccupazioni, che sono un po’ anche le mie.

Una strana connessione ci lega, ma io ti capisco Jack. Ho capito fin da subito che quel “that” del primo verso sta a indicare l’alcol, quell’alcol da cui fottutamente dipendevi e dal quale mai ti sei riuscito a separare. E avevi ragione, Jack, e già lo sapevi: quell’alcol a momenti ti avrebbe ammazzato… E così è stato.

Hai preparato le valigie ma non sei pronto per partire, ma del resto, come tu stesso dici, chi è contento di andarsene? Queste tue valigie metafisiche sono diverse da quelle che ti hanno portato di qua di là di su di giù per l’America e per il mondo intero. Queste valigie non ti portano in nessun luogo. Queste valigie ti portano in un non-luogo (come tu ben sai, tu che conosci il Buddha…) e il viaggio che devi fare è diverso da tutti quelli che già hai fatto. Non ci sarà Neal al tuo fianco, e nemmeno un vecchio vagabondo che beve whisky su un treno diretto verso Frisco. Sarai solo. E so che è questo che ti spaventa, Jack, la solitudine. Ma non solo quella. Ti spaventa anche il vuoto. La vanità. L’assenza totale di tutto. Ma Dio esiste nella sua Bontà, e tu lo sai, e sai che Lui solo può darti quella “ricca sicurezza” che cerchi.

Ma per ora hai paura, paura del vuoto, paura che diventa paura infantile del buio. È per questo che nella poesia regredisci alla pre-razionalità (Quasi pascoliana, direbbe il mio caro amico Patrick) di un bambino che nella notte stringe il suo orsacchiotto. Ecco di cosa adesso avresti bisogno: tornare bambino. Ma non si può, e anche questo tu lo sai, infatti nel verso 19 dimostri di essere uomo, cinico e disincantato. Le bambinesche fantasie non sono altro che chimeriche strade non più percorribili.

Il verso 19 è la mia ossessione. Mi lascia a bocca aperta, esterrefatto, ogni volta. Devo dire Jack che ti conosco, ma non del tutto. Altrimenti me lo sarei aspettato. E invece no, mi coglie ogni volta di sorpresa. In questo verso c’è tutta la tua genialità: quelli che sono i capricci di un bambino, diventano, da un verso all’altro, minacce e bestemmie. In un solo verso, in pochissimo tempo. Perché è in pochissimo tempo che si cresce, che da bambini si diventa adulti. E tu lo sei diventato così, d’un fiato, senza avere la possibilità di accorgertene. È per questo che quel giorno, tanti anni fa, sulla strada con Neal, quando lui ti disse che avevi già 27 anni tu ti arrabbiasti. Ti arrabbiasti perché lui, che era il tuo lato dionisiaco, che era la tua irrazionalità, si era per un attimo mostrato razionale e ti aveva detto chi eri. E questo ti aveva spiazzato.

Ma tornando a noi, caro Jack, devo dirti che il finale di questa poesia è meraviglioso. È meraviglioso perché si comprende come ciò che cerchi non sia una qualche sicurezza terrena, ma qualcosa di più. Cerchi dell’oro, sì, ma non dell’oro che brilli sotto la timida luce di un raggio di sole. No, tu cerchi l’oro dell’eternità, un oro che brilli in assenza di luce, in assenza di tempo, in assenza di spazio. Cerchi l’oro più prezioso che esista, Jack, e lo chiami “Oro dell’eternità” sebbene tu sappia che Egli viene comunemente chiamato Dio.

con affetto,

Jean

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