Leggendo Kerouac


La sera, quando la stanchezza è tanta ma il sonno tarda ad arrivare, niente c’è di meglio che aprire un buon libro. Il buon libro di ieri sera portava il titolo di “I vagabondi del Dahrma”, di Jack Kerouac, libro di cui consiglio a tutti la lettura (non senza aver prima intrapreso il meraviglioso percorso di “Sulla Strada”, mi raccomando).

Ero immerso in quella piacevolissima sensazione di pacifica tranquillità che solo un caldo piumone e una bella tazza di tè possono concedere, e così leggevo. L’inizio fu meraviglioso, folgorante. Mi divorai in poco tempo i primi capitoli, ma arrivato al sesto ci fu la svolta. Inaspettatamente. Già erano state dette frasi straordinarie, come “Chiudi gli occhi e vedrai molto di più” o “ti viene sempre voglia di una bella tazza di tè bollente sotto quelle stelle gelide”, che credo essere uniche e preziose dal punto di vista letterario. Ma poi ci fu la svolta, ed ecco cosa lessi.

Japhy [un alpinista buddista, traduttore di componimenti poetici orientali] veniva considerato un tipo strano dagli studenti, come succede sempre in tutti i campus e negli ambienti universitari tutte le volte che entra in scena un vero uomo – perché le università non sono altro che scuole di galateo per la non identità middleclass che normalmente trova la sua migliore espressione fuori dai confini dell’università nelle schiere di ville da ricchi con prato e TV in ogni salotto dove tutti guardano la stessa cosa e pensano la stessa cosa nello stesso momento, mentre i Japhy di tutto il mondo vanno a esplorare le distese e i deserti per sentire la voce che grida nel deserto, per ritrovare l’estasi delle stelle, per scoprire l’oscuro misterioso segreto dell’origine di un’anonima disincantata civiltà scialacquatrice.

Io mi innamorai di queste parole. E tuttora le odio e le amo, e come ci riesca, lo ignoro. O forse per una volta è meglio contraddire il Catullo che tanto affascina e dire la verità. Io so perché nello stesso tempo le odio e le amo. Le amo perché trovo in queste parole una verità che avevo preferito nascondere a me stesso e agli altri ma che non sarebbe mai bastato fare finta che non ci fosse perché essa cessasse di esistere. Le odio perché queste parole hanno fatto riemergere questa verità dimenticata. Ma è vero: pensiamo e facciamo tutti – e sempre –  le stesse cose, e penso che se alla mia università si presentasse una persona come Japhy, probabilmente riderei di lei. Riderei di un riso falso e amaro, di un risto che fa male, perché è quel riso che la norma sociale comune vuole.

E ora ho un’amarezza che mi mangia da dentro, mi attanaglia le viscere e mi fa pensare che la mia vita non può essere tutta qui. Non può ridursi a università-casa-a-studiare-e-feste-nel-weekend, ma ci deve essere dell’altro, ci DEVE, con un imperativo forse kantiano, ma sicuramente morale, perché benché io ne sappia poco di cosa è giusto e di cosa non lo è, credo di aver capito che non esplorare i deserti è ingiusto, che non cercare l’estasi delle stelle è ingiusto, che non indagare sull’oscuro misterioso segreto di questa anonima disincantata civiltà scialacquatrice, è ingiusto.

E allora penserò, ma soprattutto agirò, mettendo tutto me stesso, mente e corpo, per riuscire in questo mio compito: rendere la mia vita un po’ meno ingiusta. (E ancora una volta, Grazie Jack)

Jack K.

Jean

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