Riflessioni per una Poesia nuova

Credo che sia urgente affrontare un dibattito che troppo poco si è sviluppato negli ultimi anni. Vedo l’intero grande edificio della Poesia in una condizione pietosa e decadente. O forse anche questa mia ultima affermazione non è abbastanza vicina alla realtà. Ciò che percepisco sempre più chiaramente è che la Poesia non esiste più. Quella che viene oggi dichiarata poesia non è nemmeno lontanamente legata a quella che era la poesia del secolo scorso o dei precedenti. Credo che i motivi debbano essere ricondotti al contesto storico e sociale sviluppatosi negli ultimi anni, ma non è mia intenzione parlare in questa sede né di storia né di società. Vorrei concentrarmi non sulle cause dell’attuale crisi della poesia, ma sulla possibile alternativa per una poesia nuova.

Per fare questo tornerei indietro di qualche anno, in un recente passato, quando però il delitto non era ancora stato commesso e la poesia godeva di una discreta salute. Mi pare dunque opportuna un’attenta lettura di queste parole di Lawrence Ferlingetti (1958).

“Il tipo di poesia che ha fatto più chiasso qui è diversa dalla Poesia sulla Poesia, la poesia della tecnica, la poesia per i poeti e i professori che ha dominato le riviste e le antologie e che naturalmente si scrive anche a San Francisco. La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata “poesia di strada”. Perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico.
Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa. Ma la poesia di cui parlo qui è poesia parlata, poesia concepita come messaggio orale. A volte è stata letta col jazz, a volte no… quello che importa è che questa poesia usa gli occhi e le orecchie come non sono mai stati usati per molti anni.”

Interiore santuario estetico. Queste sono le tre parole fondamentali, perché esemplificano alla perfezione quella che si è sempre più venuta a delineare come la figura del poeta. Il poeta appare come una persona misteriosa, oscura e imperscrutabile dall’esterno, ma dotata di una luce interna che nessuno può vedere (né tantomeno comprendere) la quale, comunque, è sacra e inviolabile. Tutto ciò che deriva da questa luce è sacro e immacolato. È il frutto della purezza interiore. È incontestabile.

Ma ovviamente questo tipo di poeta si definisce poeta incompreso. Nessuno riesce ad arrivare fino in fondo e vedere ciò che c’è nell’abisso della sua coscienza. L’unica cosa che dunque gli resta da fare è ritirarsi nel proprio angolo di universo e ripudiare il mondo esterno, non solo con rammarico, ma per di più con un misantropico ribrezzo.

La verità è che costui non è un poeta, ma semplicemente dice di essere tale. È un usurpatore. O più frequentemente un uomo che ha fallito nel suo tentativo di essere poeta. Il grande edificio della poesia si è dunque riempito di questi uomini e di queste donne che con grandi aspirazioni ma poca abilità hanno iniziato a fare i padroni in casa d’altri. Ci si chiede allora dove siano i reali padroni di questa poesia, i reali poeti. Essi, di fatto, non sono mai usciti di casa loro, ma la loro casa è così piena e la confusione è tanta e tale che è impossibile identificarli. L’errore dei poeti sta nel fatto che mai hanno cercato di emergere, sono rimasti in quella casa affollata da usurpatori.
Per il timore di non essere capito, uscirò da questa metafora: in un mondo dove dominano la sottocultura e la sovrapproduzione (non economica, sia chiaro, ma in questo caso prettamente letteraria) è facile che quel poco di giusto e lodevole che sia stato fatto, venga sommerso dal resto e dimenticato. Di conseguenza è paradossalmente più facile riscoprire un antico poeta di 1000 anni fa che scoprire ciò che il miglior poeta oggi esistente sulla faccia della terra ha appena pubblicato. La spazzatura è troppa.
Il vero poeta deve trovare una soluzione, non può continuare così. Chiedere a tutti di uscire di casa non avrebbe alcun senso, perché semplicemente non lo ascolterebbero. Ha perso quell’autorità che aveva, o più probabilmente non è mai riuscito a guadagnarsela. Non è in questa sede che svelerò la ricetta per una poesia nuova e perfetta, che finalmente riesca a ridare una dignità al vero poeta. Posso però proporre un primo passo, ed è quello che farò qui di seguito.

Ciò che vedo intorno a me è una poesia sempre più misteriosa e imperscrutabile, come già detto. In realtà solo gli incapaci, che nemmeno mi pare opportuno definire poeti, scrivono in modo misterioso e imperscrutabile. Questa soggettivizzazione della poesia sta sconfinando nel ridicolo. Arriveremo al giorno in cui ogni uomo si dichiarerà poeta e proporrà una poetica incomprensibile a chiunque altro all’infuori di se stesso. Sarà una babele poetica.

Uno dei più grandi psicologi sovietici, Vygotskij, ha delineato la differenza tra senso e significato. Il senso è un significato personale, è quel particolare significato che noi attribuiamo a una parola, noto solo a noi stessi. Il significato è invece condiviso, in quanto tutti lo comprendono. Oggi io vedo una poesia del senso. Vorrei che la poesia di domani fosse la poesia del significato.

Questo, si noti, non equivale a dire che la poesia debba piacere a tutti. La ricerca del consenso del grande pubblico non è necessaria, anche perché ho visto molti uomini e molte donne andare in questa direzione, intellettuali e letterati brillanti perfino, che per un po’ di successo si sono concessi a piccol pregio. Sono le prostitute della poesia. Per riprendere la metafora della casa, sono quei e quelle tali che se ne stanno nel vialetto appena fuori dalla casa della poesia, e la gente che passa, ingenua e disinformata, li indica, si cura di loro e dice: “quelli sono i poeti”. Lo dice in buona fede, ma sbaglia.

L’importanza sta nell’usare un linguaggio dotato di significato universale o, quantomeno, il più universale possibile. Un linguaggio semplice. Non è questa una novità. Già Aulo Gellio, nelle Noctes Atticae scriveva “imprimiti bene nella mente e nell’animo che, come un marinaio evita gli scogli, così tu devi evitare le parole strane e rare“. Lessi questa frase per la prima volta nel mio libro di latino al liceo, percepii subito il fatto che fosse importante e per questo la imparai a memoria. Solo ora ne comprendo appieno il motivo.
Comunque sia, di esempi come questi se ne possono fare molti, dispiegati lungo i secoli ma con lo stesso identico messaggio. Mi sia data la possibilità di ricordare la sentenza di Jack Kerouac “One day I’ll find the right words and they will be simple” [un giorno troverò le parole giuste e saranno semplici].
La semplicità non deve però cadere nella banalità, ed è questo il punto più delicato di tutta la mia trattazione, qui arriva infatti il compito più difficile dell’aspirante poeta. Si potrebbe pensare che poco sopra io abbia definito come incapace il poeta che parla del suo misterioso abisso interiore. Quello che intendevo, però, è ben diverso: io dico che chi si arroga il diritto e l’onere di parlare del suo, così séguito a chiamarlo, “misterioso abisso interiore”, non è capace di farlo. Sbaglia, fallisce clamorosamente. Perché?

Perché utilizza il senso anziché il significato. Rende se stesso comprensibile a sé (e non c’è nulla di male in questo) ma non rende l’uomo comprensibile all’umanità. Di conseguenza, d’ora in poi chi si vorrà definire poeta dovrà scavare dentro di sé e spiegarsi in modo preciso, puntuale e soprattutto chiaro. Non sono le acque torbide che ci interessano. Il fondale di un mare profondo e in particolar modo quest’abisso, sono visibili solo in acque limpide. Spero che nonostante l’ulteriore metafora, il concetto sia chiaro: il senso rende incomprensibile ogni cosa, il significato la rende limpida. Questa è la strada da seguire.

Potrei essere accusato di ingenuità, e mi si potrebbe dire che è impossibile parlare in modo chiaro e puntuale di qualcosa di così complesso come l’abisso interiore dell’essere umano. Mi si potrebbe dire che nemmeno i grandi poeti ci siano riusciti e che persino Montale dicesse di “non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe”. Rispondo a queste critiche dicendo che non era compito di Montale riuscire in questo obiettivo. Montale ha scritto mezzo secolo fa, se non prima. Questo è il nostro nuovo compito e sicuramente non è facile. Ma non chiamatemi ingenuo se quello che in realtà vi chiedo è l’attuazione di un compito nuovo e difficile. Ma non impossibile. C’è chi nel corso dei secoli è riuscito in questo arduo compito: ci è riuscito Dante, ci è riuscito Gozzano, ci è riuscito Kerouac. Abbiamo grandi maestri. Dimostriamoci allievi all’altezza.

Facciamo dunque nostro questo consiglio: indaghiamo dentro noi stessi e cerchiamo di definire chiaramente ciò che siamo nel profondo. Se non riusciremo, avremo fallito in quanto poeti. Cerchiamo la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe. Se non lo faremo, avremo fallito nel tentativo di costruire una nuova poesia.

E per primo lo dico a me stesso.

Jean Durante

Prima lettera a Jack

209ª Strofa

Bene, questo a momenti mi ammazza.
Ho fatto le valigie ed è arrivato
il momento di partire per il cielo.
Paura del viaggio. Sempre
pesato che fosse breve e spiccio
così me ne fregavo. Oppure
sempre pensato che sarei stato contento d’andarmene.
Ma chi è contento di andarsene? Voglio oro
Voglio ricca sicurezza nelle gambe
e buone ossa di latte vuoto
della Bontà-di-Dio – Voglio
Ho bisogno piango come bimbo
Voglio il mio Orsacchiotto
dolce dorso setoso
e dong streng beng bong
non sciupate il mio ding-dong
cercate di non scherzare con me
un’altra volta e lo vado a dire
al pappone, Dio puttana –
Ho le paturnie
Mi sono espresso male
Voglio oro voglio oro
Oro di eternità

209th Chorus

Well, that about does me in.
I’ve packed my bags and time
Has come to start to heaven.
Afraid of the trip. Always
Thought it was short & snappy
And I wouldnt worry. Or
Always thought I’d be glad to go.
But who’s glad to go? I want gold.
I want rich safety in my legs
And good bones made of empty milk
Of God-Kindness – I want
I need I cry like baby
I want my Partotooty
Sweety backpie back
And dong stang bang bong
Dont scrounge my yoll-scrolls
And try yo fool with me
One more time & I report you
To the pimp, whore God –
I got the woozes
Said the wrong thing
Want gold want gold
Gold of eternity

Questa è forse la poesia più bella che tu abbia mai scritto. O quantomeno la più bella che io abbia letto. Leggendola, ti posso leggere dentro: posso leggere la tua rabbia e la tua fragilità. Posso leggere le tue paure, le tue ansie e le tue preoccupazioni, che sono un po’ anche le mie.

Una strana connessione ci lega, ma io ti capisco Jack. Ho capito fin da subito che quel “that” del primo verso sta a indicare l’alcol, quell’alcol da cui fottutamente dipendevi e dal quale mai ti sei riuscito a separare. E avevi ragione, Jack, e già lo sapevi: quell’alcol a momenti ti avrebbe ammazzato… E così è stato.

Hai preparato le valigie ma non sei pronto per partire, ma del resto, come tu stesso dici, chi è contento di andarsene? Queste tue valigie metafisiche sono diverse da quelle che ti hanno portato di qua di là di su di giù per l’America e per il mondo intero. Queste valigie non ti portano in nessun luogo. Queste valigie ti portano in un non-luogo (come tu ben sai, tu che conosci il Buddha…) e il viaggio che devi fare è diverso da tutti quelli che già hai fatto. Non ci sarà Neal al tuo fianco, e nemmeno un vecchio vagabondo che beve whisky su un treno diretto verso Frisco. Sarai solo. E so che è questo che ti spaventa, Jack, la solitudine. Ma non solo quella. Ti spaventa anche il vuoto. La vanità. L’assenza totale di tutto. Ma Dio esiste nella sua Bontà, e tu lo sai, e sai che Lui solo può darti quella “ricca sicurezza” che cerchi.

Ma per ora hai paura, paura del vuoto, paura che diventa paura infantile del buio. È per questo che nella poesia regredisci alla pre-razionalità (Quasi pascoliana, direbbe il mio caro amico Patrick) di un bambino che nella notte stringe il suo orsacchiotto. Ecco di cosa adesso avresti bisogno: tornare bambino. Ma non si può, e anche questo tu lo sai, infatti nel verso 19 dimostri di essere uomo, cinico e disincantato. Le bambinesche fantasie non sono altro che chimeriche strade non più percorribili.

Il verso 19 è la mia ossessione. Mi lascia a bocca aperta, esterrefatto, ogni volta. Devo dire Jack che ti conosco, ma non del tutto. Altrimenti me lo sarei aspettato. E invece no, mi coglie ogni volta di sorpresa. In questo verso c’è tutta la tua genialità: quelli che sono i capricci di un bambino, diventano, da un verso all’altro, minacce e bestemmie. In un solo verso, in pochissimo tempo. Perché è in pochissimo tempo che si cresce, che da bambini si diventa adulti. E tu lo sei diventato così, d’un fiato, senza avere la possibilità di accorgertene. È per questo che quel giorno, tanti anni fa, sulla strada con Neal, quando lui ti disse che avevi già 27 anni tu ti arrabbiasti. Ti arrabbiasti perché lui, che era il tuo lato dionisiaco, che era la tua irrazionalità, si era per un attimo mostrato razionale e ti aveva detto chi eri. E questo ti aveva spiazzato.

Ma tornando a noi, caro Jack, devo dirti che il finale di questa poesia è meraviglioso. È meraviglioso perché si comprende come ciò che cerchi non sia una qualche sicurezza terrena, ma qualcosa di più. Cerchi dell’oro, sì, ma non dell’oro che brilli sotto la timida luce di un raggio di sole. No, tu cerchi l’oro dell’eternità, un oro che brilli in assenza di luce, in assenza di tempo, in assenza di spazio. Cerchi l’oro più prezioso che esista, Jack, e lo chiami “Oro dell’eternità” sebbene tu sappia che Egli viene comunemente chiamato Dio.

con affetto,

Jean

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Perché gli italiani continuano a votare Silvio Berlusconi

È ancora lì. Dato mille volte per finito, per eliminato, per sconfitto, Silvio Berlusconi è ancora una delle persone più potenti d’Italia. Il destino del nostro paese è legato indissolubilmente alla sua figura e ai suoi colpi di testa. E io, un giovane studente, nato nel 1994, non ho mai vissuto nient’altro che lui. Per me,e per tutti quelli della mia generazione, la politica è quella faccia lì, con tutte le sue follie e le sue incoerenze, con il sorriso stampato e le rughe cancellate da un lifting più o meno riuscito.

Eppure quell’uomo è votato, ogni singola volta che si presenta a una tornata elettorale, da tantissimi italiani.E allora sorge spontanea la domanda:perchè? Perchè così tanta gente vota, e continuerà a votare, un uomo che non è riuscito a mantenere le promesse elettorali, che ha gestito male il paese, che ha aumentato la spesa pubblica e che nei suoi governi ha fatto approvare davvero pochissime leggi utili al paese?

La risposta è probabilmente una sola: Silvio Berlusconi è un comunicatore abilissimo e le sue campagne elettorali sono di straordinaria efficacia. Le capacità dell’ex-premier,in questo ambito, sono molteplici. La prima, quella più evidente, è quella di creare nemici “invisibili”. Quante volte abbiamo sentito Berlusconi parlare di “pericolo comunista”? Tante, forse troppe, eppure la trovata funziona: l’ex premier, durante le campagne elettorali, crea una specie di storia del quale è indiscusso protagonista,e, come in ogni storia di successo, è necessario che il protagonista abbia dei nemici. E i nemici sono i “comunisti” che si oppongono all’Italia per bene e liberale che Silvio vorrebbe rappresentare, sono il male assoluto che paralizza il Paese. Il fatto che i”comunisti” dopo la sua discesa in campo non siano mai esistiti, e che anzi il partito di sinistra sia spesso stato colluso con le sue manovre, non è un problema,dato che Berlusconi opera tramite una semplice modalità, la polarizzazione, che non a nulla a che fare con l’ambito della ragione umana. Il discorso diviene quasi antropologico, ma fondamentale: è impossibile negare che l’uomo non sia formato solo da una parte razionale, ma anche da una che opera secondo istinto, una componente irrazionale che proviene dall’origine animale propria dell’essere umano. Su questa parte irrazionale si fonda la strategia di Berlusconi: tramite le sue tecniche comunicative crea le due fazioni opposte di chi è a suo favore, sempre e comunque, e di chi è contro di lui, sempre e comunque. I vantaggi di questa tecnica, definita appunto polarizzazione, sono diversi e importanti. Eccoli:

1) è la premessa per la polarizzazione: S.B. deve sempre,in ogni occasione, essere al centro della scena. E la modalità più efficace per farlo è quella di dire frasi ad effetto, sopra le righe, frasi divisive, polarizzanti. Dire ad esempio che Mussolini ha fatto anche delle cose buone, e dirlo nel giorno della memoria, è un fatto che ha una primaria conseguenza,cioè il risalto che verrà dato alla notizia, che sarà amplissimo. Ogni giornale titolerà su di lui e Berlusconi ne trarrà un grandissimo vantaggio in termini di pubblicità,negativa o positiva che sia.

2) prendiamo sempre la frase su Mussolini come esempio: chi sostiene Berlusconi non smette certo di sostenerlo perchè ha detto quella frase, anzi attaccherà con forza chi si scaglierà contro l’ex premier. Il perchè di questo atteggiamento è presto detto: la serie di frasi ad effetto, di atteggiamenti discutibili, di comportamenti scherzosi di Berlusconi, di cui parlavo al punto 1, ha creato nell’immaginario di chi lo sostiene,ed è questo il vantaggio primario della polarizzazione, l’idea che chiunque attacchi S.B. (e S.B. viene attaccato molto spesso a causa appunto delle sue continue uscite, che sono pensate per essere divisive) è una persona che attacca a prescindere, che esagera sulle accuse, che “sta dall’altra parte”.Ecco chi sono davvero i “comunisti”: persone che attaccano Berlusconi per le sue uscite discutibili, e non avversari politici che impediscono a B. di lavorare. Il ragionamento dei sostenitori di berlusconi è totalmente “irrazionale”: non viene presa in considerazione la ragione dell’attacco, ma si pensa che Berlusconi sia stato attaccato solo perchè si chiama Silvio Berlusconi, e non perchè abbia detto o fatto delle cose false o sbagliate.

3) come si vede dal punto 2 è necessario che, perchè la strategia comunicativa di Berlusconi funzioni, qualcuno lo attacchi ogni volta che lui si metta in mostra con le frasi già più volte descritte. Questo è un punto fondamentale: per Berlusconi sono necessari i cosiddetti anti-berlusconiani. Sono parte integrante della sua strategia comunicativa, sono per lui fondamentali. Le sferzate che l’ex-premier subisce sono infatti molteplici e spesso connotate da parzialità: prendendo sempre come esempio la frase su Mussolini, la stra-grande maggioranza dei giornalisti che attacca S.B. non ammetterà mai che, per quanto discutibile e scandalosa, quella frase è vera. Sicuramente Mussolini ha fatto anche delle cose buone. Certo il contesto per dire la frase non è quello adatto, ma è proprio Berlusconi a volerla affermare in quel contesto, ben conscio della pubblicità che ne riceverà. Quello della parzialità dei giornalisti è un altro degli effetti della polarizzazione:  essi fanno parte della fazione opposta a Berlusconi e spesso non riescono a discernere qual è la realtà effettiva, attaccando l’ex-premier solo perchè ha detto qualcosa di contestabile. Questi giornalisti fanno il gioco di S.B., dato che rafforzano i suoi sostenitori. Chi è nella fazione “a favore” dell’ex-premier infatti avrà confermato quello che il loro leader sostiene da tempo, ovvero che esiste una parte di Paese a lui contrario a prescindere da quello che dica (omettendo però ovviamente che quello che dice è per natura divisivo). E ovviamente la principale delle conseguenze delle critiche degli anti-berlusconiani è quella, già espressa, della continua pubblicità, che non fa altro che rafforzare Berlusconi.

Gli esiti di questa strategia di B. sono devastanti. Il Paese è costretto a un continuo referendum su di lui: o pro o contro. Ma l’effetto primario è quello che si parla sempre e solo di Berlusconi. Tutte le dichiarazioni dei suoi avversari politici saranno volte a rispondere alle sue, il centro di ogni ragionamento politico sarà Silvio Berlusconi.

Forse però una strategia per bloccare il diabolico meccanismo berlusconiano c’è. Ed è piuttosto sempice: basterebbe parlare di quello che Berlusconi ha fatto in politica, ovvero niente. I governi di Berlusconi non sono stati piccoli, sono stati minuscoli. Nessuna misura è stata approvata, dal punto di vista economico è stato fatto il nulla totale. Due buone leggi ha fatto il nostro: patente a punti e divieto di fumo in locali pubblici. Basta. Niente tagli di spesa,niente tagli di tasse, niente privatizzazioni, niente politiche liberali. Dal punto di vista politico Silvio Berlusconi è inesistente, bloccato dalle diverse anime del suo partito, che hanno preferito non fare nulla piuttosto che osare a cambiare qualcosa.

Ecco quindi di cosa bisogna parlare se si vuole sconfiggerlo, di politica. Perchè inseguirlo su ogni frase che pronuncia, per quanto discutibile che sia, non è altro che fargli un favore, scadere nel suo campo, nutrirlo affinchè possa rifarlo la settimana dopo, perchè si parli sempre di lui e si creino fazioni contrapposte tra chi lo sostiene e chi gli è contro. E non ce ne libereremo mai.

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Leggendo Kerouac

La sera, quando la stanchezza è tanta ma il sonno tarda ad arrivare, niente c’è di meglio che aprire un buon libro. Il buon libro di ieri sera portava il titolo di “I vagabondi del Dahrma”, di Jack Kerouac, libro di cui consiglio a tutti la lettura (non senza aver prima intrapreso il meraviglioso percorso di “Sulla Strada”, mi raccomando).

Ero immerso in quella piacevolissima sensazione di pacifica tranquillità che solo un caldo piumone e una bella tazza di tè possono concedere, e così leggevo. L’inizio fu meraviglioso, folgorante. Mi divorai in poco tempo i primi capitoli, ma arrivato al sesto ci fu la svolta. Inaspettatamente. Già erano state dette frasi straordinarie, come “Chiudi gli occhi e vedrai molto di più” o “ti viene sempre voglia di una bella tazza di tè bollente sotto quelle stelle gelide”, che credo essere uniche e preziose dal punto di vista letterario. Ma poi ci fu la svolta, ed ecco cosa lessi.

Japhy [un alpinista buddista, traduttore di componimenti poetici orientali] veniva considerato un tipo strano dagli studenti, come succede sempre in tutti i campus e negli ambienti universitari tutte le volte che entra in scena un vero uomo – perché le università non sono altro che scuole di galateo per la non identità middleclass che normalmente trova la sua migliore espressione fuori dai confini dell’università nelle schiere di ville da ricchi con prato e TV in ogni salotto dove tutti guardano la stessa cosa e pensano la stessa cosa nello stesso momento, mentre i Japhy di tutto il mondo vanno a esplorare le distese e i deserti per sentire la voce che grida nel deserto, per ritrovare l’estasi delle stelle, per scoprire l’oscuro misterioso segreto dell’origine di un’anonima disincantata civiltà scialacquatrice.

Io mi innamorai di queste parole. E tuttora le odio e le amo, e come ci riesca, lo ignoro. O forse per una volta è meglio contraddire il Catullo che tanto affascina e dire la verità. Io so perché nello stesso tempo le odio e le amo. Le amo perché trovo in queste parole una verità che avevo preferito nascondere a me stesso e agli altri ma che non sarebbe mai bastato fare finta che non ci fosse perché essa cessasse di esistere. Le odio perché queste parole hanno fatto riemergere questa verità dimenticata. Ma è vero: pensiamo e facciamo tutti – e sempre –  le stesse cose, e penso che se alla mia università si presentasse una persona come Japhy, probabilmente riderei di lei. Riderei di un riso falso e amaro, di un risto che fa male, perché è quel riso che la norma sociale comune vuole.

E ora ho un’amarezza che mi mangia da dentro, mi attanaglia le viscere e mi fa pensare che la mia vita non può essere tutta qui. Non può ridursi a università-casa-a-studiare-e-feste-nel-weekend, ma ci deve essere dell’altro, ci DEVE, con un imperativo forse kantiano, ma sicuramente morale, perché benché io ne sappia poco di cosa è giusto e di cosa non lo è, credo di aver capito che non esplorare i deserti è ingiusto, che non cercare l’estasi delle stelle è ingiusto, che non indagare sull’oscuro misterioso segreto di questa anonima disincantata civiltà scialacquatrice, è ingiusto.

E allora penserò, ma soprattutto agirò, mettendo tutto me stesso, mente e corpo, per riuscire in questo mio compito: rendere la mia vita un po’ meno ingiusta. (E ancora una volta, Grazie Jack)

Jack K.

Jean

Diseguaglianza reale o diseguaglianza surreale?

Siamo sicuri che si possa ancora parlare di “periodo di crisi”? Voglio dire, si può ancora considerare l’attuale crisi come solamente periodica o, con un filo forse troppo spesso di pessimismo, si può ipotizzare una decrescita che non è destinata ad alcuna ripresa economica? Dopo aver fatto questa domanda, di cui nemmeno io so, ovviamente, la risposta, vorrei fare però alcune considerazioni.

Si parla infatti di “tempi difficili” a causa di questa crisi da molti definita, secondo me erroneamente, globale. Di certo la crisi non interessa tutte le Nazioni, e anche all’interno di una stessa nazione, non influenza tutti. Prendiamo da exemplum di quanto detto gli Stati Uniti.

Negli USA i super-ricchi non sono mai stati così ricchi come negli ultimi cinque anni. Ovviamente stiamo parlando di una ristretta cerchia di magnati a stelle e strisce che, secondo il mensile Forbes, avrebbero visto crescere i propri averi come mai prima. Annualmente il mensile americano censisce il patrimonio dei 400 uomini più ricchi degli Stati Uniti, e sebbene dubito che rispecchi in maniera completa i reali patrimoni di questi “paperoni”,  si è arrivati alla conclusione che nel 2013 l’ammontare dei 400 conti correnti ha superato la soglia di 2000 miliardi di dollari, ben oltre 300 in più rispetto ai 1700 del 2012.

Solo per farvi comprendere di cosa sto parlando, è questa una cifra che supera, sebbene di poco, l’intera economia della Russia. Chiaramente in testa alla classifica dei ricconi non poteva mancare Bill Gates, fondatore di Microsoft, che quest’anno ha visto aumentare le sue ricchezze superando anche Carlos Slim, miliardario messicano che opera nelle telecomunicazioni. Medaglia d’argento invece per Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, con 58,5 miliardi di dollari (aumentando cioè le sue ricchezze di quasi il 35% in un solo anno).

Insomma i più ricchi non solo non hanno subito danni dalla crisi, ma anzi sono riusciti a fare molti, molti soldi. Secondo uno studio dell’Internal Revenue Service almeno l’1% degli americani più ricchi deteneva da solo il 19,3% del reddito delle famiglie nel 2012. Si tratta della più grande forbice da almeno un secolo e la diseguaglianza è cresciuta a dismisura avvantaggiando ancora una volta di nuovo i più ricchi. Pochi possiedono sempre di più, molti sempre di meno, è la fotografia dell’annientamento della classe media americana.

Ieri un mio caro amico (posso chiamarti Patrick?) ha pubblicato un articolo su questo blog, domandandosi se fosse meglio una uguaglianza imposta o una disuguaglianza reale. Non sempre abbiamo idee uguali, come credo chiunque. Ma credo che (non so lui cosa ne pensi) le diversità ci permettano di confrontarci e di migliorare.

Allora oggi vi chiedo, diseguaglianza reale, o diseguaglianza surreale?

Jean