Cosa sta succedendo in Grecia

È da molto tempo che non mi impegno a scrivere su questo blog. Un’po perchè essendo uno studente universitario talvolta il tempo scarseggia, un po’( un bel po’) per  pigrizia e un po’ perchè semplicemente non ne ho voglia.

Ma in questi ultimi giorni è accaduto qualcosa, qualcosa che mi ha convinto a tornare a condividere i miei pensieri con voi sparuti lettori di questa piattaforma digitale. Come (non) tutti sapranno il mio campo di studi è quello economico, ed è stato proprio quello che ho imparato nella mia carriera universitaria a darmi spunto per scrivere questo articolo. Chi è attento alle notizie di attualità, sapendo che mi concentrerò sulla parte economica, può già avere intuito di che cosa tratterò. Per tutti gli altri espliciterò a chiare lettere l’argomento di cui voglio parlare: la crisi greca.

L’ Europa è in un momento di difficoltà, questo è indubbio. Diverse nazioni, tra cui Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, sono affossate da un enorme debito pubblico e le loro economie stentano a ripartire. Il tasso di disoccupazione è elevato e la crescita del PIL si aggira intorno allo zero o persino sotto.

Evidentemente qualche problema c’è, ma voglio prendere nel dettaglio la situazione greca, perchè è di quella che voglio parlare. La Grecia, come del resto l’Italia, è sempre stata caratterizzata da un elevatissimo debito pubblico, che supera di quasi il doppio il valore del PIL. Il problema maggiore del debito pubblico è sostanzialmente il fatto che per finanziare questo debito la soluzione più facilmente praticabile è quella di stampare moneta in modo da avere denaro disponibile per pagare i creditori. Consequenzialmente la moneta, che entra in circolo in grande quantità, perde di valore, causando un aumento dei costi per l’ importazione e dunque una sostanziale preclusione a tutti i prodotti che provengono dagli stati esteri. Il fabbrisogno totale della nazione dovrebbe quindi totalmente essere offerto dai produttori locali o nazionali, che dunque detengono una sorta di monopolio. Le conseguenze del monopolio sono note e spesso letali per una nazione: i prezzi si possono alzare a dismisura (sino ad essere pari a quelli dei produttori esteri), la quantità di prodotti acquistati cala e quindi aumentano disoccupazione e povertà. Per far fronte alla povertà dilagante il governo deve sovvenzionare i cittadini bisognosi, andando nuovamente a stampare moneta ed entrando in un circolo vizioso di complicatissima soluzione.

Tutto questo prima dell’Euro. Perchè la moneta unica europea ha portato, da questo punto di vista, una stabilità mai vista sino ad ora: anche se il debito greco aumenta il fatto che tutta l’Europa sia sostanzialmente a garanzia di questo debito impedisce che la moneta perda di valore. Inoltre l’Europa si è sempre adoperata per cercare di detenere almeno una parte del debito della Grecia, facendo in modo che il mercato e la borsa non si preoccupino troppo del fatto che i conti greci non siano perfettamente a posto.

E la Grecia? La Grecia fino al 2012 ha continuato a creare nuovo debito, concedendo pensioni elevate a tutti con un’età pensionabile veramente bassa, sussidiando con una quantità di denaro abnorme tutti coloro che perdevano il lavoro o che erano disoccupati, elargendo stipendi alti ai dipendenti del pubblico impiego, e spendendo dunque tutti i soldi dei contribuenti in misure che potevano essere certamente ridotte. La sanità e la scuola, d’altro canto, pativano la mancanza di denaro, che era tutto concentrato nelle misure sociali suesposte, e funzionavano in maniera pessima. Nel 2012, anche a causa della situazione finanziaria globale instabile, avviene l’impensabile: neppure le garanzie offerte dall’ Europa hanno permesso di tranquilizzare i mercati, che considerano i conti greci inaffidabili e tutti i titoli di stato della Grecia come titoli “spazzatura” (junk), ovvero titoli non più commerciabili in quanto non garantiti.

Accade qui una svolta di cui è importante tenere conto: l’ Europa si offre di comprare questi titoli di stato greci, e quindi di salvare la Grecia dal fallimento, ma in cambio chiede al governo greco il ridimensionamento di quelle misure sociali che avevano causato l’enorme debito pubblico, tentando di fare comprendere come non ci possano essere privilegi o sprechi di denaro in un momento di difficoltà.

Il governo greco presieduto da Samaras accetta la soluzione prospettata dall’UE. La situazione greca però è pessima, e i tagli alla spesa pubblica, che sono di fondamentale importanza nel lungo periodo, ma che sono recessivi nel breve, causano una mancanza di fiducia tale da gettare nello sconforto la popolazione che nelle nuove elezioni indette nel febbraio 2015 elegge il comunista-populista Tsipras come capo del governo. Quest’ ultimo,dopo alcuni mesi di trattative con l’Europa su come ripagare i debiti contratti nel 2012, propone all’UE un piano insensato per il ripianamento dei conti pubblici e dunque per il pagamento ai creditori europei.

Tsipras infatti prevede che le tasse aumentino in maniera esponenziale in modo che tale da aumentare il gettito fiscale in maniera tale da recuperare proprio dalle imposte il denaro per ripagare i debiti. Quella di aumentare le tasse in realtà è un’idea pessima e controproducente: il gettito aumenta di pochissimo, i consumi crollano, i grandi patrimoni vengono portati all’estero,e la recessione aumenta. L’Europa rendendosi conto che in questo modo la Grecia andrebbe incontro al suicidio, rifiuta questo piano di Tsipras e ne propone uno fatto di tagli della spesa pubblica e riduzione delle imposte, in continuazione con quanto aveva fatto il precedente governo Samaras.

Questo piano, ci tengo a sottolinearlo in modo marcato, è l’unico che ha qualche possibilità di successo. Infatti è fondamentale riuscire a capire che se i tagli alla spesa sono recessivi nei primi anni in cui vengono impiegati, essi portano ad una crescita molto maggiore alla recessione che hanno causato, negli anni successivi. Se il debito pubblico cala a seguito dei tagli, anche le imposte possono essere ridotte. Un riduzione delle imposte causa un aumento dei consumi e dell’occupazione, nonchè una crescita netta del PIL, che a sua volta permette un’ ulteriore riduzione del debito.Per vedere questi effetti sono necessari dai 3 ai 5 anni, ma il problema fondamentale è quello della fiducia dei consumatori. Se i consumatori sono fiduciosi per il futuro allora il piano funziona, ma se i consumatori sono non informati oppure non fiduciosi allora gli effetti benefici di un taglio alla spesa sono rimandati nel tempo.

Nonostante il piano proposto dall’UE sia l’unico praticabile Tsipras non ne vuole sapere di rispettarlo e propone un referendum in modo che sia il popolo greco a decidere se questo piano debba essere rifiutato oppure accettato. Ovviamente ove il piano europeo non fosse accettato la Grecia sarebbe costretta ad uscire dall’ Euro e molto probabilmente a fallire, perdendo la fiducia dei mercati anche per moltissimi anni a venire e creando una situazione di tensione sociale all’interno del Paese davvero elevata.

Questa è la mia analisi di ciò che accade ad oggi in Grecia. Ciò che mi ha portato a scrivere oggi non è in realtà la volontà di fare questa analisi, quanto piuttosto il fatto che la netta maggioranza del popolo italiano che frequenta e scrive opinoni sul web sia nettamente contrario all’accordo con l’UE e che ci siano moltissime persone che ritengano che l’unica via d’uscita possibile sia quella di uscire dall’Euro e quindi andare incontro ad una inevitabile catastrofe. L’Europa, da tutti vista come un tiranno e come un ente assolutamente insensibile alle problematiche nazionali, ha in realtà sempre aiutato la Grecia aquistando i titoli di stato quando nessuno lo avrebbe mai fatto, fornando di fatto moltissimo denaro agli ellenici.

Ripeto inoltre, poichè davvero lo ritengo il punto centrale di tutta la faccenda, che la via proposta dall’Europa è la più saggia e anche l’unica con diverse possibilità di riuscita, in quanto i tagli alla spesa sono l’unica vera soluzione per uscire dal debito pubblico elevato.

Spero vivamente di essere riuscito a convincere anche solo uno di voi con questo mio articolo. Se così fosse il mio ritorno dopo diverso tempo avrà avuto un senso.Il referendum avverrà il 5 luglio, e dunque quel giorno sapremo il futuro della Grecia e dell’Europa. Sperando che anche i greci capiscano. Sperando che vinca il sì all’accordo con l’Europa.

Se non c’è alternativa

Guardate questo grafico (link).

Osservatelo attentamente. È la percentuale di debito pubblico rispetto al PIL, uno dei moltissimi indicatori economici che vede l’ Europa spaccata in due parti. Da un lato Italia, Portogallo, Irlanda, Grecia, dall’altro Germania, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi. La divisione non è affatto casuale: da una parte ci sono i paesi che sono in recessione, che soffrono moltissimo la crisi, dall’altra abbiamo nazioni in crescita, o comunque intaccate in modo minimo dalla crisi economica. Un’altro indicatore che mostra una divisione, più netta ed evidente, e anche più dolorosa, è quello sul tasso di occupazione:

File:Mappa disoccupazione UE2.png

Mi fermo qui perchè di grafici e indicatori ce ne sono diversi, e tutti molto negativi per l’Italia. Eppure questi grafici non sono fini a sè stessi. Non si esauriscono sulla carta dove sono stampati, non sono dei semplici numeri senza alcun significato. Dietro questi indicatori c’è infatti la vita economica di un paese, la vita reale della popolazione. Allora diviene naturale pensare, ragionare su questi grafici, sorgono spontanee delle domande. E la prima cosa che viene in mente, la più banale, è quela di fare qualcosa, per cambiare strada.

Eppure l’Italia non può far niente. Questo post nasce proprio dalla necessità di raccontare un qualcosa che viene continuamente sottovalutato, ovvero come in questo preciso momento storico l’Italia non possa in alcun modo promuovere una propria politica. E questa potrebbe essere un’occasione clamorosa.

Mi spiego meglio. Il grafico che ha aperto questo post non è stato scelto casualmente tra lo spettro dei grafici economici possibili. Esso è la causa principale del perchè l’Italia si trova nella situazione in cui è impantanata oggi. Il debito pubblico italiano è altissimo. La spesa pubblica è stata evidentemente spropositata in relazione al PIL, le tasse, per questo motivo, sono altissime, e gli interessi sul debito sono mostruosamente elevati. Ed è qui che viene la chiave per poter provare a uscire dalla crisi economica. L’Italia infatti non può far nulla proprio per questo motivo. Essendo in Europa, deve sottostare a delle regole, che sono state saggiamente fissate per impedire che un paese possa andare in bancarotta. Se il nostro paese vuole restare nell’Unione Europea, ed è una follia pensare di uscirne, deve rispettare alcuni parametri economici. Tali parametri prevedono che non possano essere immessi soldi in circolazione, che non si possa più permettersi di spendere, dato che si è già speso troppo in passato, e quindi, cosa fondamentale, che non si possa più fare alcuna riforma. Se si parte da questa corretta ipotesi, ovvero che l’Italia è bloccata dal suo debito, le conclusioni divengono chiare e lampanti. Se una qualsiasi politica, di destra, di sinistra, di centro, è impossibile, perchè l’Italia è troppo indebitata per poter fare qualunque cosa, immobilizzata da un gigantesco macigno che è il debito pubblico, è ovvio che l’unica alternativa possibile sia quella di ridurre questo enorme debito. E ridurlo drasticamente. Ripeto: questa non si tratta di una possibilità politica, ma dell’unica possibilità politica rimasta al nostro paese. È la base dal quale partire. Senza quella base l’Italia muore, soffocata da interessi sul debito di 84 milardi di euro. Le politiche di qualsiasi tipo, progressiste, liberali, conservatrici, vengono dopo quella primaria necessità di tagliare il debito.

Il governo Letta sembra averlo in parte capito, ma i tagli sono troppo poco drastici. Se Letta continuerà così rischiamo di passare diversi anni a tagliare poco debito, che continuerà a salire, e ci ritroveremmo dunque nella stessa situazione di partenza, ma senza diverse aziende strategiche da privatizzare, se le privatizzazioni vengono fatte un po’ per volta e male. Se si vuole recuperare una minima sovranità politica (anche se non è detto che ciò sia un bene ) bisogna dunque fare grandi tagli, attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni. Dopo aver fatto questo, e solo dopo, si può pensare a una politica più progressista che porti soldi all’economia e aiuti a permettere la crescita dell’economia. Ma per ora, lo ripeto, non c’è alternativa.