Jack Kerouac – Inno

Inno

E quando mi hai mostrato il Ponte Di Brooklyn
Al mattino,
Ah, Dio,
E la gente che scivolava sul ghiaccio per strada,
due volte,
due volte,
due persone diverse
sopraggiunsero, andavano a lavorare,
Così serie e volenterose,
Col loro penoso Daily News
In pugno
Scivolarono sul ghiaccio e caddero
Entrambe nel giro di 5 minuti
E io scoppiai in un dirotto pianto
Fu allora che m’insegnasti a piangere, Ah
Dio, Quel mattino,
Ah, Tu
Con me appoggiato al lampione ad asciugarmi
Gli occhi,
gli occhi,
nessuno sapeva che avevo pianto
e poi che gliene fregava
ma Oh ho visto mio padre
e la madre di mio nonno
e le lunghe file di sedie
e gli astanti che piangevano e il morto,
Ahimè, sapevo che Tu Iddio
Avevi dei piani migliori di quello
Così qualsiasi sia il tuo piano per me
Spaccatore di maestà
Fa che sia un lampo
Una folgore
Fa che sia uno schioccar di dita
Riportami a casa dalla Madre Eterna
Oggi stesso
Sempre a tua disposizione
(e fino a quel dì)

Una mattina qualsiasi, probabilmente un lunedì, due poeti vagano per le strade gelide dell’immensa Brooklyn. Hanno passato più o meno tutta la notte rabbrividendo in quei loro cappotti enormi. Poco più in là un uomo vestito di tutto punto, camicia, giacca e cravatta, quotidiano appena comprato per qualche centesimo dal giornalaio all’angolo in una mano e caffè bollente nell’altra, frettolosamente cammina verso l’ufficio. Ha molto da fare oggi, deve firmare contratti, scriverne di nuovi e forse licenziare qualche impiegato non troppo zelante. D’un tratto il ghiaccio traditore lo fa scivolare a terra. Subito l’uomo si rialza, si guarda intorno sperando che nessuno l’abbia visto e riprende la sua strada, più frettoloso e più arrabbiato di prima. Jack Kerouac era lì proprio in quel momento. Di certo quell’uomo non avrebbe pensato di passare alla storia come quel tale che una mattina d’inverno del 1953 cadde in terra. Non l’avrebbe mai immaginato nemmeno l’uomo che cadde 5 minuti dopo, per colpa della stessa lastra traditrice.

Eppure quei due uomini, da quel giorno, sono diventati il simbolo dell’uomo perfettamente inserito in quella che è la società statunitense del secolo scorso e di quello presente, la società del consumo. Guardandoli, Kerouac scoppia in un incontrollabile pianto. Perché? Perché li vede prigionieri. Li vede come piccoli robot progettati per svolgere un preciso e specifico compito, che devono, senza se e senza ma, portare a temine. Li vede come vittime. Li vede come piccoli meccanismi di un grande, immenso organismo che è la società capitalista, e per di più probabilmente inconsapevoli di essere tali. Un filo d’erba non sa di far parte di un prato. Guardandoli, Kerouac prova un forte sentimento di compassione. Anzi, qualcosa di più e di diverso della compassione, perché se compatire significa patire insieme, qui invece il patimento è solo del poeta, e non dell’uomo d’affari. Lui è ignaro.

Il racconto di questo episodio occupa all’incirca la prima metà della poesia. Nella seconda metà la prosa spontanea prende il sopravvento. Kerouac scrive tutto ciò che gli passa per la mente, proprio mentre gli passa per la mente. Il suo pensiero va ai suoi familiari, a suo padre in particolare, che egli perse quando era solo un ragazzo e che mai riuscì a dimenticare. Suo padre che era un uomo molto simile a quei due, perché aveva messo tutto il suo impegno, tutto il suo tempo, ogni singolo giorno, per lavorare e far crescere i propri figli. E Jack che gli aveva dato in cambio? Poco, forse nulla. Tanto che prima di morire, il padre gli disse: -guarda che mani lisce che hai: è perché non fai un cazzo-. Fu molto dura. Ed ecco che proprio il flash di quel funerale si accende nella sua mente: le lunghe file di sedie e gli astanti che piangevano e il morto.

Ma infine Kerouac si rivolge a Dio. Pensando a quegli uomini così tristemente inariditi, che sembra abbiano perso l’anima, spera di non dover essere costretto a fare la stessa vita. C’è di più: comprende che non sarà mai in grado di fare quella stessa vita. Chiede allora a Dio che i suoi piani per lui siano differenti. Si mette a disposizione per una vita diversa e possibilmente migliore, una vita che non sia sprecata, ma che sia utile all’umanità intera. Si mette a disposizione come strumento, attraverso il quale Dio stesso possa operare. A volte nella beat generation un Dio sembra non esserci, altre volte invece, soprattutto in Kerouac, un Dio c’è ed è indispensabile perché tutto abbia un senso. Questo ne è un esempio.

Jack Kerouac

Jean

Prima lettera a Jack

209ª Strofa

Bene, questo a momenti mi ammazza.
Ho fatto le valigie ed è arrivato
il momento di partire per il cielo.
Paura del viaggio. Sempre
pesato che fosse breve e spiccio
così me ne fregavo. Oppure
sempre pensato che sarei stato contento d’andarmene.
Ma chi è contento di andarsene? Voglio oro
Voglio ricca sicurezza nelle gambe
e buone ossa di latte vuoto
della Bontà-di-Dio – Voglio
Ho bisogno piango come bimbo
Voglio il mio Orsacchiotto
dolce dorso setoso
e dong streng beng bong
non sciupate il mio ding-dong
cercate di non scherzare con me
un’altra volta e lo vado a dire
al pappone, Dio puttana –
Ho le paturnie
Mi sono espresso male
Voglio oro voglio oro
Oro di eternità

209th Chorus

Well, that about does me in.
I’ve packed my bags and time
Has come to start to heaven.
Afraid of the trip. Always
Thought it was short & snappy
And I wouldnt worry. Or
Always thought I’d be glad to go.
But who’s glad to go? I want gold.
I want rich safety in my legs
And good bones made of empty milk
Of God-Kindness – I want
I need I cry like baby
I want my Partotooty
Sweety backpie back
And dong stang bang bong
Dont scrounge my yoll-scrolls
And try yo fool with me
One more time & I report you
To the pimp, whore God –
I got the woozes
Said the wrong thing
Want gold want gold
Gold of eternity

Questa è forse la poesia più bella che tu abbia mai scritto. O quantomeno la più bella che io abbia letto. Leggendola, ti posso leggere dentro: posso leggere la tua rabbia e la tua fragilità. Posso leggere le tue paure, le tue ansie e le tue preoccupazioni, che sono un po’ anche le mie.

Una strana connessione ci lega, ma io ti capisco Jack. Ho capito fin da subito che quel “that” del primo verso sta a indicare l’alcol, quell’alcol da cui fottutamente dipendevi e dal quale mai ti sei riuscito a separare. E avevi ragione, Jack, e già lo sapevi: quell’alcol a momenti ti avrebbe ammazzato… E così è stato.

Hai preparato le valigie ma non sei pronto per partire, ma del resto, come tu stesso dici, chi è contento di andarsene? Queste tue valigie metafisiche sono diverse da quelle che ti hanno portato di qua di là di su di giù per l’America e per il mondo intero. Queste valigie non ti portano in nessun luogo. Queste valigie ti portano in un non-luogo (come tu ben sai, tu che conosci il Buddha…) e il viaggio che devi fare è diverso da tutti quelli che già hai fatto. Non ci sarà Neal al tuo fianco, e nemmeno un vecchio vagabondo che beve whisky su un treno diretto verso Frisco. Sarai solo. E so che è questo che ti spaventa, Jack, la solitudine. Ma non solo quella. Ti spaventa anche il vuoto. La vanità. L’assenza totale di tutto. Ma Dio esiste nella sua Bontà, e tu lo sai, e sai che Lui solo può darti quella “ricca sicurezza” che cerchi.

Ma per ora hai paura, paura del vuoto, paura che diventa paura infantile del buio. È per questo che nella poesia regredisci alla pre-razionalità (Quasi pascoliana, direbbe il mio caro amico Patrick) di un bambino che nella notte stringe il suo orsacchiotto. Ecco di cosa adesso avresti bisogno: tornare bambino. Ma non si può, e anche questo tu lo sai, infatti nel verso 19 dimostri di essere uomo, cinico e disincantato. Le bambinesche fantasie non sono altro che chimeriche strade non più percorribili.

Il verso 19 è la mia ossessione. Mi lascia a bocca aperta, esterrefatto, ogni volta. Devo dire Jack che ti conosco, ma non del tutto. Altrimenti me lo sarei aspettato. E invece no, mi coglie ogni volta di sorpresa. In questo verso c’è tutta la tua genialità: quelli che sono i capricci di un bambino, diventano, da un verso all’altro, minacce e bestemmie. In un solo verso, in pochissimo tempo. Perché è in pochissimo tempo che si cresce, che da bambini si diventa adulti. E tu lo sei diventato così, d’un fiato, senza avere la possibilità di accorgertene. È per questo che quel giorno, tanti anni fa, sulla strada con Neal, quando lui ti disse che avevi già 27 anni tu ti arrabbiasti. Ti arrabbiasti perché lui, che era il tuo lato dionisiaco, che era la tua irrazionalità, si era per un attimo mostrato razionale e ti aveva detto chi eri. E questo ti aveva spiazzato.

Ma tornando a noi, caro Jack, devo dirti che il finale di questa poesia è meraviglioso. È meraviglioso perché si comprende come ciò che cerchi non sia una qualche sicurezza terrena, ma qualcosa di più. Cerchi dell’oro, sì, ma non dell’oro che brilli sotto la timida luce di un raggio di sole. No, tu cerchi l’oro dell’eternità, un oro che brilli in assenza di luce, in assenza di tempo, in assenza di spazio. Cerchi l’oro più prezioso che esista, Jack, e lo chiami “Oro dell’eternità” sebbene tu sappia che Egli viene comunemente chiamato Dio.

con affetto,

Jean

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Leggendo Kerouac

La sera, quando la stanchezza è tanta ma il sonno tarda ad arrivare, niente c’è di meglio che aprire un buon libro. Il buon libro di ieri sera portava il titolo di “I vagabondi del Dahrma”, di Jack Kerouac, libro di cui consiglio a tutti la lettura (non senza aver prima intrapreso il meraviglioso percorso di “Sulla Strada”, mi raccomando).

Ero immerso in quella piacevolissima sensazione di pacifica tranquillità che solo un caldo piumone e una bella tazza di tè possono concedere, e così leggevo. L’inizio fu meraviglioso, folgorante. Mi divorai in poco tempo i primi capitoli, ma arrivato al sesto ci fu la svolta. Inaspettatamente. Già erano state dette frasi straordinarie, come “Chiudi gli occhi e vedrai molto di più” o “ti viene sempre voglia di una bella tazza di tè bollente sotto quelle stelle gelide”, che credo essere uniche e preziose dal punto di vista letterario. Ma poi ci fu la svolta, ed ecco cosa lessi.

Japhy [un alpinista buddista, traduttore di componimenti poetici orientali] veniva considerato un tipo strano dagli studenti, come succede sempre in tutti i campus e negli ambienti universitari tutte le volte che entra in scena un vero uomo – perché le università non sono altro che scuole di galateo per la non identità middleclass che normalmente trova la sua migliore espressione fuori dai confini dell’università nelle schiere di ville da ricchi con prato e TV in ogni salotto dove tutti guardano la stessa cosa e pensano la stessa cosa nello stesso momento, mentre i Japhy di tutto il mondo vanno a esplorare le distese e i deserti per sentire la voce che grida nel deserto, per ritrovare l’estasi delle stelle, per scoprire l’oscuro misterioso segreto dell’origine di un’anonima disincantata civiltà scialacquatrice.

Io mi innamorai di queste parole. E tuttora le odio e le amo, e come ci riesca, lo ignoro. O forse per una volta è meglio contraddire il Catullo che tanto affascina e dire la verità. Io so perché nello stesso tempo le odio e le amo. Le amo perché trovo in queste parole una verità che avevo preferito nascondere a me stesso e agli altri ma che non sarebbe mai bastato fare finta che non ci fosse perché essa cessasse di esistere. Le odio perché queste parole hanno fatto riemergere questa verità dimenticata. Ma è vero: pensiamo e facciamo tutti – e sempre –  le stesse cose, e penso che se alla mia università si presentasse una persona come Japhy, probabilmente riderei di lei. Riderei di un riso falso e amaro, di un risto che fa male, perché è quel riso che la norma sociale comune vuole.

E ora ho un’amarezza che mi mangia da dentro, mi attanaglia le viscere e mi fa pensare che la mia vita non può essere tutta qui. Non può ridursi a università-casa-a-studiare-e-feste-nel-weekend, ma ci deve essere dell’altro, ci DEVE, con un imperativo forse kantiano, ma sicuramente morale, perché benché io ne sappia poco di cosa è giusto e di cosa non lo è, credo di aver capito che non esplorare i deserti è ingiusto, che non cercare l’estasi delle stelle è ingiusto, che non indagare sull’oscuro misterioso segreto di questa anonima disincantata civiltà scialacquatrice, è ingiusto.

E allora penserò, ma soprattutto agirò, mettendo tutto me stesso, mente e corpo, per riuscire in questo mio compito: rendere la mia vita un po’ meno ingiusta. (E ancora una volta, Grazie Jack)

Jack K.

Jean

Agnello, non leone – Jack Kerouac

Questa è la traduzione in italiano del saggio “Lamb, no Lion”, pubblicato nel 1958 da Jack Kerouac. È questo l’unico blog presente nel web in grado di fornirvi la traduzione del saggio in versione integrale. Buona lettura.

La Beat Generation non è vandalismo. Come l’uomo che improvvisamente ha pensato alla parola “beat” per descrivere la nostra generazione, anche a me piacerebbe dire qualcosa a riguardo, prima che chiunque altro nel campo della letteratura inizi a pensare che significhi “teppista”, “violento”, “incurante”, “senza radici”. Come possono le persone essere “senza radici”? E “incurante” di cosa? Desideri? “Teppista” perché non è vestito elegante?

Beat non significa stanco, o esausto, quanto piuttosto beato, la parola italiana per Beatific: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, provando ad amare tutta la vita, provando a essere completamente sincero con tutti, praticando la pazienza, la gentilezza, coltivando la gioia del cuore. Come si può fare questo nel nostro folle mondo moderno di molteplicità e di milioni? Praticando un po’ di solitudine, facendo un giro da solo una volta ogni tanto, per fare entrare dentro di sé il più prezioso fra gli ori: le vibrazioni della sincerità.

Essere stizzito non significa essere beat. Tu puoi startene da solo, ma non per questo devi essere sgarbato. Essere beat non è una forma di vecchia e logorante puntigliosità. È piuttosto una forma di spontanea concordia. Che genere di cultura finirai per avere se tutti, con facce cupe, dicessero di continuo: “non credo che sia del tutto corretto”?

Cominciamo dal principio. Dopo aver pubblicato il mio libro sulla Beat Generation, mi è stato chiesto di spiegare cosa significasse “Beat” alla TV, alla Radio, e alle persone, ovunque. Loro avevano l’impressione che essere Beat fosse solo un’inutile frenetica isteria. “Che stai aspettando?” Mi chiesero. Risposi che stavo aspettando che Dio mostrasse il suo volto (più tardi ricevetti una lettera da una ragazza di 16 anni, che diceva che era esattamente quello che anche lei stava aspettando). Chiesero: “come può questo avere a che fare con folli Hipster?” Io risposi che anche quei folli, felici Hipster, con i loro sballi, con le loro ragazze e con il loro linguaggio slang, erano creature di Dio, disposti qui, in questo infinito universo, senza sapere perché. E per di più non ho mai sentito parlare di Dio, della Causa Prima, dell’anima, di dove-stiamo-andando tanto quanto tra i ragazzi della mia generazione: e non soltanto tra i ragazzi intellettuali per conto loro, ma tutti insieme. Negli occhi sconfortati dei miei interlocutori c’era la domanda: “Ma Perché?” Il predicatore Billy Graham ha mezzo milione di seguaci. Questa generazione ne ha molti di più e il loro legame è più stretto.

La Lost Generation degli anni ’20 non credeva in nulla, e così andò nella sua cinica direzione, criticando e distruggendo tutto e tutti. Quella generazione costituisce il corpus della nostra attuale classe dirigente, e sta guardando con occhi pieni di disapprovazione a tutto quanto, e trasforma la fede in superstizione. La Lost Generation ha distrutto. La Beat Generation sta ricostruendo tutto daccapo. La Lost Generation crede che ci sarà qualche giustificazione per tutti gli orrori della vita. La prima delle quattro Nobili Verità è: tutta la vita è sofferenza. Eppure li sento parlare di come non sia tutto vano, se tu solo credessi, se tu solo lasciassi che il sacro fluire possa sgorgare incessantemente fuori da quella fonte segreta di profonda felicità.

“Amico, io mi godo tutto!” tantissimi vagabondi mi dissero questo sui marciapiedi degli anni ’40, quando l’essere Beat sbocciava come un fiore etereo tra lo squallore e la follia di quei tempi. “Ma perché?” gli avrei voluto chiedere. “non hai un centesimo, né un posto dove dormire”. La risposta sarebbe stata: “Amico, devi essere sballato, ecco tutto.” Allora mi piacerebbe vedere questi stessi personaggi domani, tutti esausti e distrutti, che rimuginano su una panchina del parco, rifiutandosi di parlare a chiunque, riempiendosi la testa di idee.

E loro sono stati tutti là, di notte,  i musicisti bop erano nei bar a suonare, il ritmo era grandioso e tu avresti visto centinaia di teste che ciondolavano nella fumosa penombra, annuendo alla musica: “Yes, yes, yes” era quello che le loro teste annuendo dicevano, in modo così pensieroso, così bello, così mistico. Anche i musicisti che aspettavano il loro turno per fare un assolo, ascoltavano annuendo, sì. Ho visto un’intera generazione dire sì. (Ho visto anche i drogati dire No con le loro occhiatacce).

Non penso che la Beat Generation diventerà una stupida banda di tossicodipendenti e di teppisti. I miei migliori amici Beat erano tutti gentili, bravi ragazzi, appassionati, sinceri (“Ora datemi 5 minuti del vostro tempo e ascoltate quello che sto per dire!”) …Una così tenera preoccupazione! Una così commovente speranza umana: che tutti possano essere in contatto e possano essere accolti, e che tutto vada per il meglio grazie a questa misteriosa unione delle menti. Ogni droga scomparirà. Quella era una moda, come il gin. Nella Beat Generation, invece della bottiglia di champagne della Lost Generation avvolta in una calza di seta, hai trovato vecchie pastiglie in uno sgabuzzino, o un vecchio scarafaggio in un cassettone, tutto coperto di polvere. Nulla di stupefacente: la droga è rimasta nel giro di qualche drogato per problemi medici di metabolismo, prima che fosse pubblicizzata dalla classe dirigente. Poi è sfuggita di mano.

Quanto al sesso, perché no? Un’intervistatrice mi chiese se pensassi che la passione sessuale fosse sbagliata, io dissi “No, è la porta che conduce al paradiso”.

Solo le persone amareggiate annientano la vita. La Beat Generation sarà la generazione della tenerezza (Come direbbe il grande Pinky Lee, lui che ama i bambini, e tutte le generazioni sono bambini).

Io spero solamente che non ci sarà una guerra che ferirà tutte queste persone meravigliose, e io non penso che ci sarà. Sembra che ci sia una Beat Generation in tutto il mondo, anche oltre la cortina di ferro. Credo che la Russia voglia una quota di quanto l’America possieda – cibo e vestiti e altre cose utili di qualsiasi genere.

Io profetizzo che la Beat Generation, che è ritenuta folle nichilismo nelle vesti di una nuova moda, diventerà la più delicata e sensibile Generazione nella storia dell’America, e di conseguenza non potrà fare a meno che fare del bene. Tutto ciò che di sbagliato accade, si rivelerà essere un’intromissione del male. Se in questa Generazione c’è una qualità che ho notato, più forte di tutte le altre, è la sincera volontà di non voler fare del male agli altri. Ho fatto un sogno in cui c’erano un Leone e un Agnello, e io non volevo che il Leone mangiasse l’Agnello, e il Leone si avvicinò a me e leccò la mia faccia, come se fossi un grosso cucciolo di cane, e poi io presi l’agnello in braccio e lui mi baciò. Questo è il sogno della Beat Generation.

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Jean