Qualcosa su Giovanni Pascoli

“Omnes arbusta iuvant humilesque Myricae”.

Il mio poeta preferito, Giovanni Pascoli, inizia così l’epigrafe della sua raccolta di poesie più famose, intitolata Myricae. A tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici, si potrebbe tradurre. Questa frase, ovviamente, ha un significato decisivo nella storia poetica pascoliana, introducendo nella raccolta il fondamentale concetto di diritto di cittadinanza per tutti gli elementi della realtà. Ma, a mio parere, questa straordinaria rivoluzione che riguarda l’oggetto della poesia è soprattutto la premessa a una ancor più straordinaria capacità di Pascoli, capacità che lo rende a tutti gli effetti il mio poeta preferito.

Questa capacità non è facilmente descrivibile a parole, e per capirla appieno è necessario analizzare brevemente la poesia più bella del poeta emiliano, L’assiuolo. La riporto qui sotto:

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

Ci sarebbe tantissimo da analizzare in questa poesia, ma l’elemento che a me stupisce ogni volta che la leggo, che è alla base della capacità di Pascoli di cui sopra parlavo, è il fatto che il poeta emiliano agisca sempre su 2 piani. Prendiamo ad esempio la metrica. Pascoli usa il novenario, verso per eccellenza della filastrocca e della tradizione popolare (in accordo con la sua poetica del fanciullino), eppure, come ha saggiamente notato Contini, lo rompe continuamente con punti interrogativi o esclamativi, pause e virgole. Questa rottura del verso è qui probabilmente dovuta alla volontà di Pascoli di creare un’atmosfera di tensione, di angoscia, ma mette soprattutto in evidenza l’abilità, che sarà sviscerata meglio in seguito, di trasformare un qualcosa di semplice e lineare in una sensazione angosciosa e inquieta. Un’altra consuetudine di Pascoli è quella di passare continuamente da un linguaggio grammaticale, quello che utilizziamo tutti i giorni, a uno pregrammaticale, onomatopeico e fonosimbolico. Questa caratteristica, che è nuovamente un agire su 2 piani differenti, quello della ragione e quello del pre-razionale, è fondamentale per tentare di spiegare il perchè questo poeta mi piaccia tanto. Come nella metrica e nel linguaggio, infatti, Pascoli riesce anche nei contenuti a lavorare su due diversi livelli.

Mentre parla delle “Myricae”, cioè di cose piccole o inutili, mentre descrive piccoli oggetti o animali, il poeta emiliano sta descrivendo in realtà di qualcos’altro, qualcosa di più importante, sta mettendo in risalto delle sensazioni che sono fondamentali per ogni essere umano. Nell’Assiuolo per esempio la sensazione che si ha leggendo la poesia è quella di un’ansia, una preoccupazione, un timore, eppure Pascoli non ha descritto razionalmente queste cose, anzi sta raccontando un paesaggio lunare. Il genio di Pascoli è questo. L’apice della sensazione irrequieta che circonda la poesia si raggiunge nel “chiù” finale di ogni strofa. E il “chiù” non è una descrizione dettagliata dell’ansia che assale il poeta, una lucida spiegazione razionale su come mai abbia questa sensazione, ma semplicemente il verso onomatopeico di un animale notturno. Cerco di spiegarmi meglio. È come se Pascoli ci stesse dicendo che per quanto grande possa essere la ragione umana, per quanto l’uomo possa spiegarsi bene, è nella sfera pre-razionale che si riesce a descrivere al meglio ciò che l’uomo realmente prova. Le sensazioni che ogni persona sente durante il corso della propria vita sono un qualcosa che va oltre il ragionamento puro.Ma il fatto straordinario in realtà è che Pascoli era un classicista, un latinista, un intellettuale di prim’ordine insomma. Questo ci fa comprendere come sia ancor più incredibile questa scelta. Essere una persona colta non ha impedito al poeta emiliano di intuire che la ragione è sì il più alto degli strumenti umani, l’apice a cui l’uomo può aspirare nella sua vita, ma  che esistono anche diverse sfumature all’interno di ogni essere umano che non hanno a che fare con la ragione, e che a volte per spiegare queste sfumature è necessario “abbassarsi” al livello del pre-razionale. Ecco dunque spiegata la necessità di parlare delle cose piccole, delle “myricae”. Solo grazie alle “myricae” infatti si riesce a descrivere davvero i particolari dell’animo umano, le sensazioni, anche quelle più brevi, a fare dei rapidi ritratti dei presentimenti che albergano in ognuno di noi. Ed è questa la capacità fondamentale di Pascoli.

Eppure la poesia dove mi sono accorto di questa abilità del poeta emiliano è un’altra, ovvero La nebbia, presente nella raccolta dei Canti di Castelvecchio. Eccola:

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli,
d’aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valerïane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
Che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane…

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda il cipresso
là, solo,
qui, quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.

Non appena ho letto questa poesia provato una strana sensazione. Vorrei descriverla anche a voi, ma forse, se seguissi quello che mi ha insegnato Pascoli, sarebbe meglio non farlo. E credo che seguirò il suo consiglio. Provate a leggerla, e forse quello straordinario presentimento lo avvertirete anche voi.

L’anguilla tra Montale e Kerouac

Siete perplessi, lo so. “L’Anguilla” di Montale, il componimento della raccolta “La bufera e altro”, l’avete ben presente. Ma di Kerouac non ricordate molto. Ricordate certamente Sulla Strada, ricordate tutta la sua frenesia beat e ricordate anche la sua incomparabile dolcezza, forse. Ma l’anguilla proprio no. Non la ricordate.

Dovete allora sapere che Kerouac, nel suo libro di poesie “Mexico City Blues”, pubblicato nel 1959, c’è una poesia, intitolata 174a strofa, che parla dell’anguilla e del suo viaggio. È molto bella: leggetela, se siete curiosi (A sinistra in lingua originale, a destra tradotta in italiano).

174th Chorus

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

174a Strofa

Le anguille europee d’acqua dolce
che risalgono i loro fiumi
e com’è presumibile fanno incursione nei fiordi
e consumano le pozzanghere, strane
proustiane visitatrici sopra le
montagne
dal mare, che, in fin di vita
riattraversano, fino alle Bermuda
da cui vennero, per morire.
Sarà che queste anguille
hanno la smania di esplorare
i capillari dell’Antica Atlantide
dalle cime di montagne sommerse
in questo lato delle Canarie
Ma no – loro scivolano
Dall’Europa all’Ucraina
e giù per i fiumi del Belgio
e senza espressione nel vuoto
nuotano ancora per generare
e muoiono con bronci allungati
– Poveri pesci.

Se vi piace, sappiate che nella stessa raccolta del poeta franco-canadese ce ne sono molte belle come questa. Questa però, è anche molto particolare, perché trae la sua ispirazione da quel famoso componimento che è “L’anguilla” di Montale. Il poeta ligure infatti, scrisse questa sua poesia nel 1948, e la pubblicò nel 1956. Inoltre, come già detto, la raccolta di Kerouac Mexico City Blues, fu pubblicata nel 1959. Esiste dunque il tempo materiale tale che Kerouac abbia avuto la possibilità di leggere il componimento montaliano e ne abbia potuto trarre ispirazione.

Ma se fossimo in tribunale, l’imputato verrebbe assolto per mancanza di prove. Delle date non bastano.

Ecco allora che porto a mio favore una prova più significativa. In un articolo rilasciato per il Corriere della Sera, Fernanda Pivano, forse la letterata italiana più interessata alla Beat Generation, scrive le parole che qui vi riporto.

Montale è stato adottato anche dai poeti moderni americani che sono tanto cari al mio cuore, naturalmente da Jack Kerouac, che questo nome di Montale aveva accolto nel suo cuore di poeta, e come avrebbe potuto non farlo.

È molto significativo che un grande uomo come Kerouac li abbia compresi a fondo, quei versi immortali di Montale: li ha raccolti con una passione con cui raccoglieva la poesia di tutto il mondo in un piccolo armadio dove stavano tutte le sue traduzioni; ed era commovente vedere come questo uomo così disprezzato, ingiustamente disprezzato, dalla poesia italiana sia stato il più serio poeta americano. E capace di rispettare il più serio poeta italiano.

Ora, con queste basi su cui lavorare, proviamo ad analizzare i due componimenti, mettendone il luce ciò che li differenzia e ciò che li lega.

174a strofa – Kerouac

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

L’anguilla – Montale

L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?

Sì può immediatamente notare una differenza di carattere geografico: Kerouac parla di “anguille d’Europa” e di “loro fiumi” come un qualcosa di distante da lui, mentre Montale parla di “nostri estuari, nostri mari” come se li sentisse di sua proprietà, molto vicini a lui.

Ma tralasciando questa differenza puramente geografica, possiamo notare non poche analogie. In entrambe le poesie, le anguille compiono lo stesso viaggio. Percorrono i fiumi, e poi di ramo in ramo entrano nei fiordi, e di capello in capello arrivano fino ai capillari dell’antica Atlantide e, infine, approdano in pozze d’acquamorta, in pozzanghere.

Non so quanto conosciate le anguille, ma sappiate che questo identico viaggio, descritto da Montale e da Kerouac, è falso. Le anguille non lo compiono davvero. Montale se lo è inventato, perché l’emblema che l’anguilla porta con sé è molto più importante di quanto non lo sia la realtà delle cose. È un uscita dalla realtà che rispecchia la fuga da quella rete che ci stringe, da quel reale necessario che non sembra lasciare vie di fuga. L’anguilla, emblema di Clizia, emblema dell’Amore, esce dalla rete, esce da quella catena di anelli ininterrotta, esce perché è qualcosa di altro, e di superiore, esce perché è quel qualcosa che ci salva.

Partendo dallo stesso presupposto però, Kerouac arriva a conclusioni diverse. Infatti se per Montale l’atto della fecondazione è quell’atto che dà vita là dove morde l’arsura, e l’anguilla è “la scintilla che dice | tutto comincia quando tutto pare | incarbonirsi”. Per Kerouac, invece, il generare è vuoto, la fecondazione non porta a nulla, se non ad altra vanità.

Se in Montale l’anguilla è emblema dell’amore, in Kerouac essa rappresenta l’inutilità, quel viaggio che per l’anguilla coincide con tutta la durata della sua vita è inutile, e lo stesso, metaforicamente, vale per l’uomo. La vita e il viaggio sono la stessa cosa, la vita è il viaggio, ma, osservato dall’occhio triste e fragile di Kerouac, questo nostro viaggio, e dunque questa nostra vita, è vana.

E questo ci fa capire come partendo dalla poesia di Montale, Kerouac abbia elaborato un proprio significato, nuovo e diverso da quello montaliano, ma a esso legato. Ci fa capire che la poesia italiana ha ancora qualcosa da dire al mondo intero, e, anche se Montale non è certamente stato un nuovo Dante, l’eco delle sue parole ha saputo arrivare molto lontano, fino alla East Coast dell’America, alle orecchie di quello che è forse lo scrittore e poeta americano più grande del secondo Novecento, Jack Kerouac.

Jean

“La mia poesia ha ripiegato le ali”: Rimbaud, la poesia e ciò che li lega.

Con la pubblicazione, avvenuta nel 1873, di Una stagione all’inferno si chiude il periodo di produzione artistica di Rimbaud: Rimbaud smette di scrivere. Perché egli abbia smesso è una domanda a cui molti critici nel corso del Novecento hanno provato a rispondere, ma nessuno è stato in grado di dare risposte certe.

Alcuni, rifacendosi proprio al suo ultimo scritto, vedono il rifiuto dell’arte da parte di Rimbaud come la comprensione della sua inutilità. Infatti egli nell’abbozzo della Stagione all’Inferno dice: «Ora odio gli slanci mistici e le bizzarrie di stile. Ora posso dire che l’arte è una sciocchezza».

Français : Arthur Rimbaud (1854-1891) en 1872....

Français : Arthur Rimbaud (1854-1891) en 1872. Photographie conservée à la Bnf. (Photo credit: Wikipedia)

Ma sembra difficile che Rimbaud, in un clima dove la poesia è identificata come irrazionale e soprattutto come inutile, tanto da arrivare, proprio all’interno del circolo parnassiano di cui Rimbaud faceva parte, alla teoria dell‘Arte per l’Arte, la rifiuti proprio a causa della sua inutilità.

C’è chi invece ritenga che nel suo totale rifiuto della società europea, dominata da una mentalità puramente economica, Rimbaud arrivi a identificare la poesia stessa come prodotto di quella società e sia dunque costretto a rifiutarla.

Altri ancora, più semplicemente, fanno notare il coincidere della fine del rapporto di Rimbaud con Paul Verlaine e la fine del suo scrivere artistico, e assumono la fine di questo rapporto come causa della fine dello scrivere del poeta. Infatti in una lettera del 5 luglio 1873 inviata da Rimbaud all’amico, egli scrive, fra le altre, queste parole:

Se vuoi spedirmi le tue lettere a Parigi scrivi a L. Forain, 289, Rue St. Jacques, per A. Rimbaud. Saprà il mio indirizzo. Certo, se tua moglie tornerà, non ti comprometterò scrivendoti – non ti scriverò mai.

La sola, unica mia parola è: torna, voglio stare con te, ti amo.
Se la ascolterai, mostrerai del coraggio, e di avere uno spirito sincero.
Altrimenti, io ti pianto.
Ma io t’amo, t’abbraccio, e noi ci rivedremo.”

Ma in quella semplice promessa di Rimbaud di non scrivere più all’amico, troppo facilmente i critici ne deducono una promessa di non scrivere più nulla in assoluto. Tutte queste teorie mi lasciano in qualche modo perplesso, e forse, non essendo mai l’una in contrasto con l’altra, è l’insieme di questi più diversi motivi ad aver portato Rimbaud a smettere di scrivere. Ma la domanda a cui io vorrei rispondere non è quale motivo ha spinto Rimbaud a smettere di scrivere, bensì un’altra: ha davvero Rimbaud smesso di scrivere? Di certo egli non ha mai smesso di scrivere lettere in prosa ad amici e familiari, ma del suo scrivere poetico, dopo Sogno del 1875 non ci resta apparentemente più nulla.

Nel tentativo di trovare le tracce di suoi scritti poetici, ho pensato di leggere le sue lettere posteriori al 1875, nelle quali ci sarebbero potute essere tracce di poesia. Non ho trovato molto, se non che in una lettera alla sorella del 15 luglio 1891, parlando delle sue pessime condizioni di salute, a causa delle quali egli non poteva più muovere la gamba sinistra (la cui causa si rivelerà essere un tumore, che lo porterà in poco tempo alla morte), egli dice queste parole:

“Decisi di riposarmi, o almeno di rimanere in posizione orizzontale. Disposi un letto tra la mia cassa, i miei scritti e una finestra dalla quale potevo osservare le mie bilance in fondo al cortile.”

Ciò che mi ha interessato di questo stralcio di lettera sono le tre parole i miei scritti. Esse infatti presuppongono che Rimbaud conservasse, nonostante il suo continuo viaggiare, i suoi scritti. Ma questi scritti, esattamente, a cosa corrispondono? Potrebbero corrispondere semplicemente alle sue lettere, oppure potrebbero corrispondere alle sue poesie. Come fare a capire quale delle due ipotesi è quella giusta? Per riuscirci ho cercato il testo originale di questa lettera alla sorella Isabelle, scritto ovviamente in francese, e in esso ho sorprendentemente trovato che la parola utilizzata al posto dell’italiano scritti è ecritures, che non significa esattamente scritti (il cui corrispondente francese è ecrites), ma, più precisamente scritture, un termine che è molto più preciso, un termine che rimanda alle sacre scritture della Bibbia. A questo punto ho cercato, in tutte le sue lettere, dove Rimbaud utilizzi questo termine, e, benché lo utilizzi di rado, esso è sempre accostato al significato di scritti artistici, mai epistolari. Rimbaud utilizza questa parola per indicare un qualcosa di sacro e di visionario, una profezia, infatti come dice nella lettre a Paul Demeny, meglio conosciuta come lettre du voyant, il poeta deve essere veggente, e ciò che scrive deve essere, appunto, una ecritur, un qualcosa di mistico, di visionario. Ecco dunque che il termine scritture può essere facilmente accostato al termine poesie, mentre non avrebbe senso se accostato alle prose o alle lettere.

Con questo non voglio sostenere che Rimbaud abbia ricominciato a scrivere poesie, ma che sicuramente tutte le poesie che aveva scritto prima del 1875 gli erano ancora care, e le portava ancora con sé.

Ma questo sarebbe troppo poco per sostenere un legame inscindibile fra Rimbaud e la poesia. Quello che più mi conduce ad essere convinto di questo legame è un altro testo del poeta francese, il suo ultimo testo. Il 9 Novembre 1891, Rimbaud, sentendo forse la sua ora vicina (morirà solo poche ore dopo, la mattina del 10 Novembre), chiede a sua sorella che lei scriva al posto suo, visto che le sue pessime condizioni di salute non gli permettono di essere autonomo, e le detta queste parole:

“Al direttore delle «messaggerie marittime»

Un lotto*: un dente solo.

Un lotto: due denti.

Un lotto: tre denti.

Un lotto: quattro denti.

Un lotto: due denti.

Signor Direttore,
Le voglio chiedere se Lei mi abbia mai preso in considerazione. Io desidero immediatamente cambiare questo servizio, del quale non conosco neppure il nome, e in tutti i casi, che ci sia il servizio di Aphinar. Tutti questi servizi sono dappertutto laggiù, ed io, impotente, sfortunato, io non posso trovare nulla, il primo cane per la strada glielo potrà dire.
Inviatemi dunque il prezzo dei servizi di Aphinar a Suez. Io sono completamente paralizzato: dunque desidero trovarmi a bordo di buon ora. Ditemi a quale ora devo essere trasportato a bordo…”

(*Il lotto era una quota fissa di una certa merce, che veniva utilizzata come mezzo di baratto: nel suo lavoro di commerciante in Africa, Rimbaud era solito barattare lotti di caffè con denti di elefante, molto pregiati poiché d’avorio)

Ritengo che le prime righe contenute in questo ultimo scritto possono essere considerate a tutti gli effetti versi poetici, e quindi nel loro insieme, una poesia; infatti hanno forti analogie con quei criteri metrici e stilistici che Rimbaud utilizzò nelle sue precedenti poesie, come tenterò ora di dimostrare.

Innanzitutto il verso breve era spesso utilizzato dal giovane poeta maledetto fin dai suoi primi scritti poetici, ad esempio in Les reparties de Nina e Mes Petites amoureuses, e l’utilizzo di versi molto corti, anche solo bisillabici, è sempre più frequente in Rimbaud, tanto che fra i suoi ultimi componimenti, detti Dernier Vers, la maggior parte delle poesie sono composte da versi molto brevi (come L’Eternité, Bonheur , Age d’Or).

In secondo luogo dal punto di vista stilistico l’anafora, l’intera ripetizione di versi o comunque l’ossessivo ripetersi di determinate parole è molto frequente in Rimbaud, si prendano i primi due versi della poesia Tête de Faune dell’appena quindicenne poeta:

Dans la feuillée, écrin vert taché d’or,Dans la feuillée incertaine et fleurie

Dentro il fogliame, scrigno verde macchiato d’oro,Dentro il fogliame, incerto e fiorito

O i versi 21-36 del IV capitolo di un componimento come Ce qu’on dit au Poète à propos de fleurs, dove una singola parola, trouve, si ripete all’inizio di ogni strofa:

Trouve, ô Chasseur, nous le voulons,
Quelques garances parfumées
Que la Nature en pantalons
Fasse éclore ! – pour nos Armées !

Trouve, aux abords du Bois qui dort,
Les fleurs, pareilles à des mufles,
D’où bavent des pommades d’or
Sur les cheveux sombres des Buffles !

Trouve, aux prés fous, où sur le Bleu
Tremble l’argent des pubescences,
Des calices pleins d’Oeufs de feu
Qui cuisent parmi les essences !

Trouve des Chardons cotonneux
Dont dix ânes aux yeux de braises
Travaillent à filer les noeuds !
Trouve des Fleurs qui soient des chaises !

Trova, o Cacciatore, lo vogliamo
qualche robbia profumata
che la natura in calzoni
faccia sbocciare! – per le nostre Armate!Trova, nei dintorni di Foreste addormentate,
fiori simili a dei musi
che sbavano auree pomate
sugli scuri capelli dei Bufali!Trova, ai folli prati, dove sul blu
trema l’argento delle pubescenze,
dei calici pieni di Uova di fuoco
che si cuociono tra le essenze!Trova Cardi cotonati
di cui dieci asini con occhi di brace
lavorino per filarne i nodi!
Trova Fiori che siano sedie!

O, in maniera molto più vistosa, si guardi alla poesia Felicità, dove il ripetersi di uno stesso verso (per di più molto breve) è continuo e quasi ossessivo.

O saisons, ô châteaux,
Quelle âme est sans défauts?O saisons, ô châteaux,J’ai fait la magique étude
Du Bonheur, que nul n’élude.O vive lui, chaque fois
Que chante son coq gaulois.Mais ! je n’aurais plus d’envie,
Il s’est chargé de ma vie.Ce charme ! il prit âme et corps,
Et dispersa tous efforts.Que comprendre à ma parole ?
Il fait qu’elle fuit et vole !

O saisons, ô châteaux !

[Et, si le malheur m’entraîne,
Sa disgrâce m’est certaine,

Il faut que son dédain, las !
Me livre au plus prompt trépas !

O saisons, ô châteaux,
Quelle âme est sans défauts ?]*

*Le ultime sei righe sono state barrate da Rimbaud stesso con una croce e non sono qui tradotte in italiano.

O stagioni, o castelli,quale anima è senza difetti?
O stagioni, o castelli,
ho fatto il magico studiodella felicità che nessuno elude.
Oh, viva lei, ogni voltache canti il gallo gallico.
Ma non avrò più desideri:essa s’è incaricata della mia vita.
Questo incanto! prese anima e corpoe disperse ogni sforzo.
Come comprendere la mia parola?Bisogna ch’essa fugga e voli!
O stagioni, o castelli!

Di certo non si può paragonare questo ultimo testo di Rimbaud con i suoi scritti giovanili in quanto a bellezza artistica. Si può invece, e a mio parere si deve, comprendere quanto questo testo sia importante: alla fine della sua vita, in un momento di atroce dolore fisico che invadeva tutto il suo corpo, Rimbaud decide di scrivere, e che si tratti di ermetismo, avanguardia dadaista o semplice farneticazione poco importa, quello che importa è che dall’uomo che Rimbaud è, emerge il poeta, in un emergere che è faticoso, scosso, combattuto, ma di decisiva importanza: è la dimostrazione ultima di un disperato legame tra Rimbaud e la poesia.

Jean