Se non c’è alternativa

Guardate questo grafico (link).

Osservatelo attentamente. È la percentuale di debito pubblico rispetto al PIL, uno dei moltissimi indicatori economici che vede l’ Europa spaccata in due parti. Da un lato Italia, Portogallo, Irlanda, Grecia, dall’altro Germania, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi. La divisione non è affatto casuale: da una parte ci sono i paesi che sono in recessione, che soffrono moltissimo la crisi, dall’altra abbiamo nazioni in crescita, o comunque intaccate in modo minimo dalla crisi economica. Un’altro indicatore che mostra una divisione, più netta ed evidente, e anche più dolorosa, è quello sul tasso di occupazione:

File:Mappa disoccupazione UE2.png

Mi fermo qui perchè di grafici e indicatori ce ne sono diversi, e tutti molto negativi per l’Italia. Eppure questi grafici non sono fini a sè stessi. Non si esauriscono sulla carta dove sono stampati, non sono dei semplici numeri senza alcun significato. Dietro questi indicatori c’è infatti la vita economica di un paese, la vita reale della popolazione. Allora diviene naturale pensare, ragionare su questi grafici, sorgono spontanee delle domande. E la prima cosa che viene in mente, la più banale, è quela di fare qualcosa, per cambiare strada.

Eppure l’Italia non può far niente. Questo post nasce proprio dalla necessità di raccontare un qualcosa che viene continuamente sottovalutato, ovvero come in questo preciso momento storico l’Italia non possa in alcun modo promuovere una propria politica. E questa potrebbe essere un’occasione clamorosa.

Mi spiego meglio. Il grafico che ha aperto questo post non è stato scelto casualmente tra lo spettro dei grafici economici possibili. Esso è la causa principale del perchè l’Italia si trova nella situazione in cui è impantanata oggi. Il debito pubblico italiano è altissimo. La spesa pubblica è stata evidentemente spropositata in relazione al PIL, le tasse, per questo motivo, sono altissime, e gli interessi sul debito sono mostruosamente elevati. Ed è qui che viene la chiave per poter provare a uscire dalla crisi economica. L’Italia infatti non può far nulla proprio per questo motivo. Essendo in Europa, deve sottostare a delle regole, che sono state saggiamente fissate per impedire che un paese possa andare in bancarotta. Se il nostro paese vuole restare nell’Unione Europea, ed è una follia pensare di uscirne, deve rispettare alcuni parametri economici. Tali parametri prevedono che non possano essere immessi soldi in circolazione, che non si possa più permettersi di spendere, dato che si è già speso troppo in passato, e quindi, cosa fondamentale, che non si possa più fare alcuna riforma. Se si parte da questa corretta ipotesi, ovvero che l’Italia è bloccata dal suo debito, le conclusioni divengono chiare e lampanti. Se una qualsiasi politica, di destra, di sinistra, di centro, è impossibile, perchè l’Italia è troppo indebitata per poter fare qualunque cosa, immobilizzata da un gigantesco macigno che è il debito pubblico, è ovvio che l’unica alternativa possibile sia quella di ridurre questo enorme debito. E ridurlo drasticamente. Ripeto: questa non si tratta di una possibilità politica, ma dell’unica possibilità politica rimasta al nostro paese. È la base dal quale partire. Senza quella base l’Italia muore, soffocata da interessi sul debito di 84 milardi di euro. Le politiche di qualsiasi tipo, progressiste, liberali, conservatrici, vengono dopo quella primaria necessità di tagliare il debito.

Il governo Letta sembra averlo in parte capito, ma i tagli sono troppo poco drastici. Se Letta continuerà così rischiamo di passare diversi anni a tagliare poco debito, che continuerà a salire, e ci ritroveremmo dunque nella stessa situazione di partenza, ma senza diverse aziende strategiche da privatizzare, se le privatizzazioni vengono fatte un po’ per volta e male. Se si vuole recuperare una minima sovranità politica (anche se non è detto che ciò sia un bene ) bisogna dunque fare grandi tagli, attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni. Dopo aver fatto questo, e solo dopo, si può pensare a una politica più progressista che porti soldi all’economia e aiuti a permettere la crescita dell’economia. Ma per ora, lo ripeto, non c’è alternativa.

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Perché gli italiani continuano a votare Silvio Berlusconi

È ancora lì. Dato mille volte per finito, per eliminato, per sconfitto, Silvio Berlusconi è ancora una delle persone più potenti d’Italia. Il destino del nostro paese è legato indissolubilmente alla sua figura e ai suoi colpi di testa. E io, un giovane studente, nato nel 1994, non ho mai vissuto nient’altro che lui. Per me,e per tutti quelli della mia generazione, la politica è quella faccia lì, con tutte le sue follie e le sue incoerenze, con il sorriso stampato e le rughe cancellate da un lifting più o meno riuscito.

Eppure quell’uomo è votato, ogni singola volta che si presenta a una tornata elettorale, da tantissimi italiani.E allora sorge spontanea la domanda:perchè? Perchè così tanta gente vota, e continuerà a votare, un uomo che non è riuscito a mantenere le promesse elettorali, che ha gestito male il paese, che ha aumentato la spesa pubblica e che nei suoi governi ha fatto approvare davvero pochissime leggi utili al paese?

La risposta è probabilmente una sola: Silvio Berlusconi è un comunicatore abilissimo e le sue campagne elettorali sono di straordinaria efficacia. Le capacità dell’ex-premier,in questo ambito, sono molteplici. La prima, quella più evidente, è quella di creare nemici “invisibili”. Quante volte abbiamo sentito Berlusconi parlare di “pericolo comunista”? Tante, forse troppe, eppure la trovata funziona: l’ex premier, durante le campagne elettorali, crea una specie di storia del quale è indiscusso protagonista,e, come in ogni storia di successo, è necessario che il protagonista abbia dei nemici. E i nemici sono i “comunisti” che si oppongono all’Italia per bene e liberale che Silvio vorrebbe rappresentare, sono il male assoluto che paralizza il Paese. Il fatto che i”comunisti” dopo la sua discesa in campo non siano mai esistiti, e che anzi il partito di sinistra sia spesso stato colluso con le sue manovre, non è un problema,dato che Berlusconi opera tramite una semplice modalità, la polarizzazione, che non a nulla a che fare con l’ambito della ragione umana. Il discorso diviene quasi antropologico, ma fondamentale: è impossibile negare che l’uomo non sia formato solo da una parte razionale, ma anche da una che opera secondo istinto, una componente irrazionale che proviene dall’origine animale propria dell’essere umano. Su questa parte irrazionale si fonda la strategia di Berlusconi: tramite le sue tecniche comunicative crea le due fazioni opposte di chi è a suo favore, sempre e comunque, e di chi è contro di lui, sempre e comunque. I vantaggi di questa tecnica, definita appunto polarizzazione, sono diversi e importanti. Eccoli:

1) è la premessa per la polarizzazione: S.B. deve sempre,in ogni occasione, essere al centro della scena. E la modalità più efficace per farlo è quella di dire frasi ad effetto, sopra le righe, frasi divisive, polarizzanti. Dire ad esempio che Mussolini ha fatto anche delle cose buone, e dirlo nel giorno della memoria, è un fatto che ha una primaria conseguenza,cioè il risalto che verrà dato alla notizia, che sarà amplissimo. Ogni giornale titolerà su di lui e Berlusconi ne trarrà un grandissimo vantaggio in termini di pubblicità,negativa o positiva che sia.

2) prendiamo sempre la frase su Mussolini come esempio: chi sostiene Berlusconi non smette certo di sostenerlo perchè ha detto quella frase, anzi attaccherà con forza chi si scaglierà contro l’ex premier. Il perchè di questo atteggiamento è presto detto: la serie di frasi ad effetto, di atteggiamenti discutibili, di comportamenti scherzosi di Berlusconi, di cui parlavo al punto 1, ha creato nell’immaginario di chi lo sostiene,ed è questo il vantaggio primario della polarizzazione, l’idea che chiunque attacchi S.B. (e S.B. viene attaccato molto spesso a causa appunto delle sue continue uscite, che sono pensate per essere divisive) è una persona che attacca a prescindere, che esagera sulle accuse, che “sta dall’altra parte”.Ecco chi sono davvero i “comunisti”: persone che attaccano Berlusconi per le sue uscite discutibili, e non avversari politici che impediscono a B. di lavorare. Il ragionamento dei sostenitori di berlusconi è totalmente “irrazionale”: non viene presa in considerazione la ragione dell’attacco, ma si pensa che Berlusconi sia stato attaccato solo perchè si chiama Silvio Berlusconi, e non perchè abbia detto o fatto delle cose false o sbagliate.

3) come si vede dal punto 2 è necessario che, perchè la strategia comunicativa di Berlusconi funzioni, qualcuno lo attacchi ogni volta che lui si metta in mostra con le frasi già più volte descritte. Questo è un punto fondamentale: per Berlusconi sono necessari i cosiddetti anti-berlusconiani. Sono parte integrante della sua strategia comunicativa, sono per lui fondamentali. Le sferzate che l’ex-premier subisce sono infatti molteplici e spesso connotate da parzialità: prendendo sempre come esempio la frase su Mussolini, la stra-grande maggioranza dei giornalisti che attacca S.B. non ammetterà mai che, per quanto discutibile e scandalosa, quella frase è vera. Sicuramente Mussolini ha fatto anche delle cose buone. Certo il contesto per dire la frase non è quello adatto, ma è proprio Berlusconi a volerla affermare in quel contesto, ben conscio della pubblicità che ne riceverà. Quello della parzialità dei giornalisti è un altro degli effetti della polarizzazione:  essi fanno parte della fazione opposta a Berlusconi e spesso non riescono a discernere qual è la realtà effettiva, attaccando l’ex-premier solo perchè ha detto qualcosa di contestabile. Questi giornalisti fanno il gioco di S.B., dato che rafforzano i suoi sostenitori. Chi è nella fazione “a favore” dell’ex-premier infatti avrà confermato quello che il loro leader sostiene da tempo, ovvero che esiste una parte di Paese a lui contrario a prescindere da quello che dica (omettendo però ovviamente che quello che dice è per natura divisivo). E ovviamente la principale delle conseguenze delle critiche degli anti-berlusconiani è quella, già espressa, della continua pubblicità, che non fa altro che rafforzare Berlusconi.

Gli esiti di questa strategia di B. sono devastanti. Il Paese è costretto a un continuo referendum su di lui: o pro o contro. Ma l’effetto primario è quello che si parla sempre e solo di Berlusconi. Tutte le dichiarazioni dei suoi avversari politici saranno volte a rispondere alle sue, il centro di ogni ragionamento politico sarà Silvio Berlusconi.

Forse però una strategia per bloccare il diabolico meccanismo berlusconiano c’è. Ed è piuttosto sempice: basterebbe parlare di quello che Berlusconi ha fatto in politica, ovvero niente. I governi di Berlusconi non sono stati piccoli, sono stati minuscoli. Nessuna misura è stata approvata, dal punto di vista economico è stato fatto il nulla totale. Due buone leggi ha fatto il nostro: patente a punti e divieto di fumo in locali pubblici. Basta. Niente tagli di spesa,niente tagli di tasse, niente privatizzazioni, niente politiche liberali. Dal punto di vista politico Silvio Berlusconi è inesistente, bloccato dalle diverse anime del suo partito, che hanno preferito non fare nulla piuttosto che osare a cambiare qualcosa.

Ecco quindi di cosa bisogna parlare se si vuole sconfiggerlo, di politica. Perchè inseguirlo su ogni frase che pronuncia, per quanto discutibile che sia, non è altro che fargli un favore, scadere nel suo campo, nutrirlo affinchè possa rifarlo la settimana dopo, perchè si parli sempre di lui e si creino fazioni contrapposte tra chi lo sostiene e chi gli è contro. E non ce ne libereremo mai.

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Può Matteo Renzi salvare l’Italia?

Nel panorama politico italiano sono davvero poche le persone che propongono qualche idea nuova o anche solo qualche idea sensata.Tra queste sicuramente c’è Matteo Renzi, il sindaco di Firenze. Prima di analizzare che cosa l’esponente toscano del PD propone di buono, è necessario però fare un paio di premesse.

Bisogna dire che se le proposte di Renzi sono ottime, esse rischiano di non essere mai realizzate principalmente per 2 motivi , uno che riguarda il sindaco stesso e uno esterno a lui.

Analizziamo in primis questo secondo problema. Renzi è entrato in un partito, il pd, che è organizzato secondo un retaggio da prima repubblica, dato che esso si è formato dall’unione dei due più grandi partiti italiani del passato,la DC e il PCI. Il pd ha una organizzazione “pesante”, in cui la nomenklatura è ancora una parte fondamentale, in cui sono presenti moltissime correnti e nel quale, proprio per le modalità di formazione, vi è l’eterno scontro tra ex-dc e ex-pci. Controllare un partito di questo tipo è di una difficoltà abnorme. Ecco perchè la prima vera sfida per Renzi non sarà (solo) quella di non essere fagocitato dal partito, ma anzi principalmente quella di riuscire a creare un partito nuovo: un partito “leggero”,  nel quale i dirigenti si cambiano ogni 5 anni, e nel quale non vi  sono correnti perchè i protagonisti politici non restano lì in eterno. Bisogna necessariamente che il pd cambi logica  e si trasformi in un partito moderno, riformatore e nel quale si vedano spesso ricambi generazionali.Se Renzi dovesse continuare a candidare i Bersani, i Finocchiaro,i Franceschini,i Veltroni,i D’Alema e tutta la vecchia classe dirigente allora la sconfitta sarebbe sua, in quanto sarebbe bloccato da una serie infinita di veti incrociati che gli impedirebbero di realizzare una qualsiasi delle sue proposte.

Altro problema è quello personale del sindaco. Ogni volta che parla Renzi dimostra la sua inconsistenza: utilizza parole spesso vane, usando termini nazional-popolari,come “sogno” e “speranza”, e parlando quasi sempre con degli slogan. Eppure il suo programma elettorale è dettagliato, e spiegato bene,in maniera chiara e concisa. Una spiegazione c’è. Il sindaco utilizza quel tipo di linguaggio per portare dalla sua parta una maggiore fetta di popolazione, per creare consenso attorno a sè. Insomma è una tecnica elettorale. Di certo la tecnica è molto simile a quella di un altro famoso “politico”, che non ha fatto proprio il bene dell’Italia negli ultimi anni, nonostante l’ottimo programma, mai realizzato, neanche in parte. Renzi si deve dimostrare un politico abile e non soltanto un cialtrone dalla buona parlantina. Deve riuscire a trasformarsi da politico sognatore in campagna elettorale in politico pragmatico una volta che sarà al governo. Se così non sarà, Renzi sarà per sempre etichettato come quello che parla bene ma non combina nulla di buono.
Una volta che si chiariranno questi due punti, e avremo cioè un Renzi che ha possibilità di muoversi in un partito leggero senza incontrare resistenze e che realizza ciò che dice, il sindaco sarà un possibile salvatore dell’Italia.

Leggendo il suo programma la prima cosa che viene in mente è che Renzi è il primo leader della sinistra italiana a rottamare il socialismo. Citando un ottimo articolo di Massimo Nava sul Corriere della Sera è necessario dire che con la fine del socialismo “non si tratta di rinunciare a identità, valori e ideali, né di «dire cose di destra», ma di comprendere che sono i ceti più deboli a pagare il prezzo più alto dell’insicurezza o dell’immigrazione incontrollata; che sono i ceti medi e produttivi a sopportare la pressione fiscale e il peso abnorme della spesa pubblica e dell’apparato burocratico a causa delle mancate riforme; che il futuro delle nuove generazioni è gravemente ipotecato da una società immobile, declinante, che esporta più cervelli e capitali che prodotti e servizi”.

Renzi riesce a comprendere una cosa banale, banalissima: se la spesa pubblica non si riduce non è in alcun modo possibile fare una qualsiasi riforma per aiutare il paese a riprendersi, e non è possibile abbasssare le tasse. Una idea sconosciuta al vecchio socialismo bersaniano, che prevede invece un aumento incontrollato della spesa pubblica per potere fare riforme a favore dei più poveri. Se oggi Bersani fosse premier, staremmo probabilmente meglio,ritrovandoci molto peggio, con molta spesa in più e molto più debito da pagare,tra pochi anni.

Fondamentale diviene dunque questo punto del programma di Renzi, che prevede un calo del debito pubblico come premessa per il rilancio:

“Devono essere messe in atto tutte le misure necessarie affinché il debito pubblico cali in modo significativo, anno dopo anno, anche negli anni in cui la congiuntura è sfavorevole, in particola­re i prossimi due. Per mantenere tale impegno è necessario mettere in atto un’efficace politica di dismissioni del patrimonio pubblico. Stime credibili (Astrid) ritengono possibile una riduzione del debito al 107% del Pil entro il 2017 e un’ulteriore calo negli anni successivi attraverso un mix di interventi.

In particolare, sul versante degli asset del patrimonio è possibile ipotizzare:
1. la cessione di immobili pubblici per circa 72 miliardi di euro (alla quale deve accompagnar­si una indispensabile revisione delle procedure burocratiche e urbanistiche in assenza della quale ogni valorizzazione di questo patrimonio è impossibile);
2. la cessione di partecipazioni in aziende quotate e non quotate per circa 40 miliardi euro;
3. la capitalizzazione delle concessioni statali per circa 30 miliardi.”

Renzi prevede un programma di riduzione del debito molto efficace, che prevede la cessione di immobili pubblici e di aziende/concessioni statali, che porterebbe nelle casse dello stato moltissimi soldi per finanziare la ripresa e abbassare le tasse.

A questo punto,e solo a questo punto,dopo un taglio della spesa pubblica, è possibile intervenire per aumentare i salari reali delle famiglie. Renzi scrive nel suo programma:

“100 euro al mese in più per chi ne guadagna meno di duemila. La nostra proposta è di ridurre l’imposizione tributaria sui lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 2000 euro netti al mese per un ammontare di 100 euro al mese.La forma tecnica della riduzione sarà una detra­zione ulteriore,e non un cambio di aliquote per poterla riservare solo ai lavoratori di queste fasce di reddito. Stimiamo la platea interessata tra 15 e 16 milioni di lavoratori. Il costo della detrazione sarebbe quindi attorno a 20 miliardi di euro all’anno che proponiamo di finanziare attraverso il taglio della spesa pubblica “intermediata””

E ancora,punto fondamentale:

“Liberalizzare davvero per far scendere le tariffe.”

La liberalizzazione è fondamentale dopo la privatizzazione, prevista dalla vendita di concessioni statali.Senza liberalizzare le tariffe non si possono abbassare,con il crearsi di monopoli. Se invece la liberalizzazione avviene la concorrenza sul libero mercato permette un abbassamento netto delle tariffe e dei costi di moltissimi servizi.

Altri punti ottimi del programma di Renzi sono l’accordo con la riforma Fornero delle pensioni, necessaria a causa dell’aumentare dell’età anagrafica del paese e soprattutto la semplificazione.

La burocrazia soffocante è il vero problema di questo paese, nel quale è impossibile aprire un azienda, assumere un dipendente, se non firmando una valanga di moduli.

Il programma renziano è molto più ampio di quello che ho su esposto, e non tutti i punti sono condivisibili. Spesso pare contraddittorio l’inserimento di contentini per accontentare la base socialista,che costano molto in termini di spesa pubblica. Comunque un programma che non prevede uno stato più pesante,ma anzi prevede dismissioni e taglio di spesa, è una buona base su cui iniziare. Sicuramente meglio del nulla che abbiamo oggi.E potrebbe essere la base di una nuova sinistra non più assistenzialista,ma moderna e riformatrice. Aspettando che anche a destra accada a stessa cosa.

renzi2 Il Programma di Matteo Renzi: analisi punto per punto delle Proposte Economiche (Reload)