La leggerezza, la pesantezza e l’arte dello stare nel mezzo

“Che cosa dobbiamo scegliere, allora? la pesantezza o la leggerezza?”

Questa è la domanda che Kundera si pone all’inizio de L’insostenibile leggerezza dell’essere. E qualche riga più avanti aggiunge: “l’opposizione pesantezza-leggerezza è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni”.

Su quest’ultima affermazione aveva ragione, ma la precedente domanda è forse mal posta, in quanto ritengo che non possiamo scegliere: esistono persone pesanti e persone leggere, le prime non possono diventare leggere, le seconde non possono diventare pesanti. Ma forse è meglio, prima di ogni altra riflessione, esplicitare che cosa io intenda per pesante e cosa per leggero.

Pesantezza e leggerezza sono due modi diversi di porsi nei confronti della vita. Kundera non è in grado di definirli, e dunque non è dal suo scritto che trarrò le loro definizioni. Le trarrò invece dal libro “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert Pirsig, il quale non parla di pesantezza e leggerezza, ma rispettivamente di intelligenza classica e intelligenza romantica. Sono questi però due modi differenti di dire la stessa cosa.

Le persone leggere si affidano soprattutto all’ispirazione, all’immaginazione, alla creatività e all’intuizione. I sentimenti predominano sui fatti. Sono i leggeri che amano opporre l’Arte alla Scienza. Non procedono secondo ragione o in base a leggi precise. Si lasciano guidare dal sentimento, dall’intuizione, dalla sensibilità estetica.
Le persone leggere tendono verso l’alto, e proprio in un senso calviniano “leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.
Le persone leggere devono trovare la bellezza in ogni cosa.

Benché lo spirito pesante comporti una certa bruttezza superficiale, questa bruttezza non gli è intrinseca. Possiede una razionalità così sottile che spesso agli spiriti leggeri sfugge. Lo spirito pesante è diretto, disadorno, economico e accuratamente proporzionato. Il suo scopo non è quello di ispirare emozioni, ma di creare l’ordine nel caos e di svelare l’ignoto.
Le persone pesanti tendono verso il profondo.
Le persone pesanti devono trovare il senso in ogni cosa.

Solo una persona pesante può arrovellarsi nel tentativo di dividere le persone in pesanti e leggere e cercare di determinare quali siano le caratteristiche di ognuna di queste due categorie. Di conseguenza sì, io sono una persona pesante.

Tralasciando questo, voglio andare a riprendere il già accennato punto cruciale della mia riflessione: non possiamo scegliere se essere pesanti o leggeri, lo siamo e basta. Ma né lo spirito leggero né lo spirito pesante sono due modi ottimali di porsi alla vita. Entrambi hanno le loro debolezze, i loro limiti. I primi rischiano di sconfinare nell’irrazionalità e di diventare imprevedibili perfino a loro stessi o indegni di fiducia o interessati solo alla ricerca del piacere; i secondi corrono il pericolo di cadere nell’iper-razionalità, in cui tutto deve essere misurato e dimostrato, e così tutto si fa opprimente, di un grigiore senza fine.

E così i primi finiscono per svanire perché troppo leggeri e i secondi per sprofondare perché troppo pesanti.

Posta in questi termini, la mia riflessione sembra essere una mera e pessimistica constatazione del fatto che, in un modo o nell’altro, siamo condannati a perderci, siamo condannati all’infelicità o – nella più fortunata delle ipotesi – a una felicità effimera. Effettivamente tale riflessione sarebbe consona a uno spirito pesante, ma la mia è differente, va oltre. Io credo che esista una via di fuga, e che più precisamente la via di fuga sia l’amore. Cercherò di spiegarmi. Di che cosa ha bisogno una persona pesante, se non di leggerezza? E una persona leggera di che cosa ha bisogno, se non di pesantezza? Ecco perché io credo che tra una persona pesante e una persona leggera ci sia un intimo, reciproco bisogno. Entrambe doneranno le proprie qualità, e queste qualità saranno in grado di colmare i difetti dell’altra. Non solo: entrambe potranno, reciprocamente, vedere il mondo riflesso negli occhi dell’altra, e scopriranno con stupore che è profondamente, meravigliosamente differente. Capiranno forse che la ricerca della bellezza e la ricerca del senso non sono altro che due modi di ricercare la stessa cosa, perché quando una cosa è bella, tutto acquista un senso; quando una cosa è sensata, tutto diventa più bello. Riusciranno forse a cogliere la bellezza del senso e a comprendere il senso della bellezza. Arriveranno forse anche al di là di questo, oltre orizzonti che non ho mai avuto la fortuna di vedere. Questa fortuna spetta a pochi e io ne sono consapevole. Eppure solo a questo anelo ogni giorno, ad essere anche solo sfiorato da questa fortuna e a trovare, anche solo per un poco, una persona leggera, che mi sappia sollevare dalla pesantezza a cui inesorabilmente tendo. E così il nostro stare insieme sarà una mongolfiera, lei sarà il fuoco che ci spinge verso l’alto, e io, da parte mia, proverò ad essere il peso che ci mantiene verso il basso. Solo così voleremo a mezz’aria, e impareremo l’arte dello stare nel mezzo.

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Jean Durante

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il Labirinto. Se avesse ragione Umberto Eco

Se il perdersi è la condizione esistenziale dell’uomo, condizione a cui nessuno può, in alcun modo, sottrarsi, allora il labirinto è l’emblema perfetto di quella che è la nostra vita.

Non è un caso che da sempre il labirinto affascini l’uomo. Si pensi a Teseo, si pensi a Dante, si pensi all’Orlando furioso. Ma se all’interno di un mondo – quello greco, dove gli dei operano nell’immanente e sono una certezza del credere comune – esiste un filo, quello di Arianna, che è in grado di salvare l’eroe mitico mostrandogli la strada che lo porta alla libertà, e se in un altro mondo -quello medioevale e cristiano – esiste un Dio che muovendosi riconduce ogni uomo verso la salvezza, ecco, proprio questa salvezza non è più possibile se a perdersi è l’Orlando.

Quando il ghiaccio comincia a scricchiolare e ci si accorge che non erano solide certezze quelle su cui si poggiava i piedi, ma solo sottilissime lastre sull’orlo dell’istantanea e fatale frattura, ecco, è in quel momento che il labirinto diventa assai ingarbugliato, tanto da far sorgere il sospetto che una via d’uscita non debba necessariamente esserci. Ma è proprio quello il momento in cui il labirinto è metafora perfetta del nostro vivere, e allora il letterato -poeta o romanziere che sia – con un misto di stupore e paura prende l’immagine del labirinto, la fa sua e ce la racconta.

In Ariosto lo stupore prevale sulla paura, e se egli fosse un pattinatore, vedendo il ghiaccio sotto i suoi piedi farsi arabesco, di certo continuerebbe a danzare aspettando l’attimo fatale. Infatti nell’Orlando furioso il singolo castello di Atlante è il luogo in cui tutti cercano il vano, “e così stanno | che non si san partir di quella gabbia; | e vi son molti, a questo inganno presi, | stati le settimane intiere e i mesi.” (Canto XII, Ottava 12) e in ugual modo anche il mondo intero è labirintico, e l’uomo stesso non lo comprende e per questo arriva alla follia. Ma tutto è raccontato con una disarmante leggerezza e mai, in nessuna parola fra quelle migliaia di versi, si sente un lieve sintomo di oppressione o di ansia. In fin dei conti, seppur forzato e forse in stridente contrasto al resto del poema, il lieto fine arriva, e quel Dio relegato ai margini dell’opera ancora una volta si muove, e agisce per ridare a Orlando il senno che aveva perso.

Ma dopo il crollo dell’ultimo grande sistema, che a fatica riusciva a dare un senso all’esistere e che in qualche modo cercava di indicare la via di fuga per uscire dal labirinto, ovvero il sistema hegeliano, è la paura a prevalere sullo stupore e la tanto impalpabile ed eterea leggerezza sembra essere svanita per sempre. Nietzsche, il distruttore delle certezze, ha abbattuto morale, etica e quello stesso tradizionale sistema del sapere tanto affannosamente costruito. Ma ora, che resta?

Ansia. Ansia e poco altro. Un’ansia che si fa pesante e opprimente ne “Le città del silenzio” di Italo Calvino, in cui il labirinto non sembra garantire la possibile esistenza di una via d’uscita, e allora l’unica “domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?”. Forse l’uscita non c’è. Decisiva, in questa mia ultima affermazione, è la presenza del forse che non toglie del tutto la possibilità di salvezza, anche se la vita sembra essere, sempre di più, uno “scialo di triti fatti, vano più che crudele”, come ci dice Montale.

Chissà se mai ci sarà la possibilità di, passo dopo passo, districarsi tra i tortuosi sentieri angoscianti e bui, forse grazie a una fioca luce, quella della luna magari, o magari quella montaliana di “Piccolo testamento” che, per quanto debole, sarà forse in grado di mostrarci la strada. Possiamo solo sperare che non abbia ragione Umberto Eco. Perché? Vi starete chiedendo. Provo a spiegarlo.

Ne “Il nome della rosa” trovare l’uscita del labirinto sembra impossibile: “Non so bene spiegare come avvenne, ma come abbandonammo il torrione, l’ordine delle stanze si fece più confuso. Alcune avevano due, altre tre porte. Tutte avevano una finestra anche quelle che imboccavamo partendo da una stanza con finestra e pensando di andare verso l’interno dell’edificio. Ciascuna aveva sempre lo stesso tipo di armadi e di tavoli, i volumi in bell’ordine ammassati sembravano tutti uguali e non ci aiutavano a riconoscere il luogo con un colpo d’occhio”. Ne “Il nome della rosa” trovare l’uscita sembra impossibile, però non lo è. Infatti attraverso il tentativo di guardare il torrione dal cortile, ovvero guardare  il labirinto dall’esterno, si riuscirà a comprenderne la struttura, e la via d’uscita sarà possibile.

Ma noi non avremo mai la possibilità di vedere la nostra vita dall’esterno. Noi esistiamo solo in quanto dentro il labirinto. Fuori dal labirinto non esistiamo più, e se davvero l’unico modo di comprendere il labirinto è osservarlo dall’esterno, noi non lo potremo comprendere mai. Mai troveremo la via di fuga. Se avesse ragione Umberto Eco.

Jean