Riflessioni per una Poesia nuova

Credo che sia urgente affrontare un dibattito che troppo poco si è sviluppato negli ultimi anni. Vedo l’intero grande edificio della Poesia in una condizione pietosa e decadente. O forse anche questa mia ultima affermazione non è abbastanza vicina alla realtà. Ciò che percepisco sempre più chiaramente è che la Poesia non esiste più. Quella che viene oggi dichiarata poesia non è nemmeno lontanamente legata a quella che era la poesia del secolo scorso o dei precedenti. Credo che i motivi debbano essere ricondotti al contesto storico e sociale sviluppatosi negli ultimi anni, ma non è mia intenzione parlare in questa sede né di storia né di società. Vorrei concentrarmi non sulle cause dell’attuale crisi della poesia, ma sulla possibile alternativa per una poesia nuova.

Per fare questo tornerei indietro di qualche anno, in un recente passato, quando però il delitto non era ancora stato commesso e la poesia godeva di una discreta salute. Mi pare dunque opportuna un’attenta lettura di queste parole di Lawrence Ferlingetti (1958).

“Il tipo di poesia che ha fatto più chiasso qui è diversa dalla Poesia sulla Poesia, la poesia della tecnica, la poesia per i poeti e i professori che ha dominato le riviste e le antologie e che naturalmente si scrive anche a San Francisco. La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata “poesia di strada”. Perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico.
Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa. Ma la poesia di cui parlo qui è poesia parlata, poesia concepita come messaggio orale. A volte è stata letta col jazz, a volte no… quello che importa è che questa poesia usa gli occhi e le orecchie come non sono mai stati usati per molti anni.”

Interiore santuario estetico. Queste sono le tre parole fondamentali, perché esemplificano alla perfezione quella che si è sempre più venuta a delineare come la figura del poeta. Il poeta appare come una persona misteriosa, oscura e imperscrutabile dall’esterno, ma dotata di una luce interna che nessuno può vedere (né tantomeno comprendere) la quale, comunque, è sacra e inviolabile. Tutto ciò che deriva da questa luce è sacro e immacolato. È il frutto della purezza interiore. È incontestabile.

Ma ovviamente questo tipo di poeta si definisce poeta incompreso. Nessuno riesce ad arrivare fino in fondo e vedere ciò che c’è nell’abisso della sua coscienza. L’unica cosa che dunque gli resta da fare è ritirarsi nel proprio angolo di universo e ripudiare il mondo esterno, non solo con rammarico, ma per di più con un misantropico ribrezzo.

La verità è che costui non è un poeta, ma semplicemente dice di essere tale. È un usurpatore. O più frequentemente un uomo che ha fallito nel suo tentativo di essere poeta. Il grande edificio della poesia si è dunque riempito di questi uomini e di queste donne che con grandi aspirazioni ma poca abilità hanno iniziato a fare i padroni in casa d’altri. Ci si chiede allora dove siano i reali padroni di questa poesia, i reali poeti. Essi, di fatto, non sono mai usciti di casa loro, ma la loro casa è così piena e la confusione è tanta e tale che è impossibile identificarli. L’errore dei poeti sta nel fatto che mai hanno cercato di emergere, sono rimasti in quella casa affollata da usurpatori.
Per il timore di non essere capito, uscirò da questa metafora: in un mondo dove dominano la sottocultura e la sovrapproduzione (non economica, sia chiaro, ma in questo caso prettamente letteraria) è facile che quel poco di giusto e lodevole che sia stato fatto, venga sommerso dal resto e dimenticato. Di conseguenza è paradossalmente più facile riscoprire un antico poeta di 1000 anni fa che scoprire ciò che il miglior poeta oggi esistente sulla faccia della terra ha appena pubblicato. La spazzatura è troppa.
Il vero poeta deve trovare una soluzione, non può continuare così. Chiedere a tutti di uscire di casa non avrebbe alcun senso, perché semplicemente non lo ascolterebbero. Ha perso quell’autorità che aveva, o più probabilmente non è mai riuscito a guadagnarsela. Non è in questa sede che svelerò la ricetta per una poesia nuova e perfetta, che finalmente riesca a ridare una dignità al vero poeta. Posso però proporre un primo passo, ed è quello che farò qui di seguito.

Ciò che vedo intorno a me è una poesia sempre più misteriosa e imperscrutabile, come già detto. In realtà solo gli incapaci, che nemmeno mi pare opportuno definire poeti, scrivono in modo misterioso e imperscrutabile. Questa soggettivizzazione della poesia sta sconfinando nel ridicolo. Arriveremo al giorno in cui ogni uomo si dichiarerà poeta e proporrà una poetica incomprensibile a chiunque altro all’infuori di se stesso. Sarà una babele poetica.

Uno dei più grandi psicologi sovietici, Vygotskij, ha delineato la differenza tra senso e significato. Il senso è un significato personale, è quel particolare significato che noi attribuiamo a una parola, noto solo a noi stessi. Il significato è invece condiviso, in quanto tutti lo comprendono. Oggi io vedo una poesia del senso. Vorrei che la poesia di domani fosse la poesia del significato.

Questo, si noti, non equivale a dire che la poesia debba piacere a tutti. La ricerca del consenso del grande pubblico non è necessaria, anche perché ho visto molti uomini e molte donne andare in questa direzione, intellettuali e letterati brillanti perfino, che per un po’ di successo si sono concessi a piccol pregio. Sono le prostitute della poesia. Per riprendere la metafora della casa, sono quei e quelle tali che se ne stanno nel vialetto appena fuori dalla casa della poesia, e la gente che passa, ingenua e disinformata, li indica, si cura di loro e dice: “quelli sono i poeti”. Lo dice in buona fede, ma sbaglia.

L’importanza sta nell’usare un linguaggio dotato di significato universale o, quantomeno, il più universale possibile. Un linguaggio semplice. Non è questa una novità. Già Aulo Gellio, nelle Noctes Atticae scriveva “imprimiti bene nella mente e nell’animo che, come un marinaio evita gli scogli, così tu devi evitare le parole strane e rare“. Lessi questa frase per la prima volta nel mio libro di latino al liceo, percepii subito il fatto che fosse importante e per questo la imparai a memoria. Solo ora ne comprendo appieno il motivo.
Comunque sia, di esempi come questi se ne possono fare molti, dispiegati lungo i secoli ma con lo stesso identico messaggio. Mi sia data la possibilità di ricordare la sentenza di Jack Kerouac “One day I’ll find the right words and they will be simple” [un giorno troverò le parole giuste e saranno semplici].
La semplicità non deve però cadere nella banalità, ed è questo il punto più delicato di tutta la mia trattazione, qui arriva infatti il compito più difficile dell’aspirante poeta. Si potrebbe pensare che poco sopra io abbia definito come incapace il poeta che parla del suo misterioso abisso interiore. Quello che intendevo, però, è ben diverso: io dico che chi si arroga il diritto e l’onere di parlare del suo, così séguito a chiamarlo, “misterioso abisso interiore”, non è capace di farlo. Sbaglia, fallisce clamorosamente. Perché?

Perché utilizza il senso anziché il significato. Rende se stesso comprensibile a sé (e non c’è nulla di male in questo) ma non rende l’uomo comprensibile all’umanità. Di conseguenza, d’ora in poi chi si vorrà definire poeta dovrà scavare dentro di sé e spiegarsi in modo preciso, puntuale e soprattutto chiaro. Non sono le acque torbide che ci interessano. Il fondale di un mare profondo e in particolar modo quest’abisso, sono visibili solo in acque limpide. Spero che nonostante l’ulteriore metafora, il concetto sia chiaro: il senso rende incomprensibile ogni cosa, il significato la rende limpida. Questa è la strada da seguire.

Potrei essere accusato di ingenuità, e mi si potrebbe dire che è impossibile parlare in modo chiaro e puntuale di qualcosa di così complesso come l’abisso interiore dell’essere umano. Mi si potrebbe dire che nemmeno i grandi poeti ci siano riusciti e che persino Montale dicesse di “non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe”. Rispondo a queste critiche dicendo che non era compito di Montale riuscire in questo obiettivo. Montale ha scritto mezzo secolo fa, se non prima. Questo è il nostro nuovo compito e sicuramente non è facile. Ma non chiamatemi ingenuo se quello che in realtà vi chiedo è l’attuazione di un compito nuovo e difficile. Ma non impossibile. C’è chi nel corso dei secoli è riuscito in questo arduo compito: ci è riuscito Dante, ci è riuscito Gozzano, ci è riuscito Kerouac. Abbiamo grandi maestri. Dimostriamoci allievi all’altezza.

Facciamo dunque nostro questo consiglio: indaghiamo dentro noi stessi e cerchiamo di definire chiaramente ciò che siamo nel profondo. Se non riusciremo, avremo fallito in quanto poeti. Cerchiamo la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe. Se non lo faremo, avremo fallito nel tentativo di costruire una nuova poesia.

E per primo lo dico a me stesso.

Jean Durante

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L’anguilla tra Montale e Kerouac

Siete perplessi, lo so. “L’Anguilla” di Montale, il componimento della raccolta “La bufera e altro”, l’avete ben presente. Ma di Kerouac non ricordate molto. Ricordate certamente Sulla Strada, ricordate tutta la sua frenesia beat e ricordate anche la sua incomparabile dolcezza, forse. Ma l’anguilla proprio no. Non la ricordate.

Dovete allora sapere che Kerouac, nel suo libro di poesie “Mexico City Blues”, pubblicato nel 1959, c’è una poesia, intitolata 174a strofa, che parla dell’anguilla e del suo viaggio. È molto bella: leggetela, se siete curiosi (A sinistra in lingua originale, a destra tradotta in italiano).

174th Chorus

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

174a Strofa

Le anguille europee d’acqua dolce
che risalgono i loro fiumi
e com’è presumibile fanno incursione nei fiordi
e consumano le pozzanghere, strane
proustiane visitatrici sopra le
montagne
dal mare, che, in fin di vita
riattraversano, fino alle Bermuda
da cui vennero, per morire.
Sarà che queste anguille
hanno la smania di esplorare
i capillari dell’Antica Atlantide
dalle cime di montagne sommerse
in questo lato delle Canarie
Ma no – loro scivolano
Dall’Europa all’Ucraina
e giù per i fiumi del Belgio
e senza espressione nel vuoto
nuotano ancora per generare
e muoiono con bronci allungati
– Poveri pesci.

Se vi piace, sappiate che nella stessa raccolta del poeta franco-canadese ce ne sono molte belle come questa. Questa però, è anche molto particolare, perché trae la sua ispirazione da quel famoso componimento che è “L’anguilla” di Montale. Il poeta ligure infatti, scrisse questa sua poesia nel 1948, e la pubblicò nel 1956. Inoltre, come già detto, la raccolta di Kerouac Mexico City Blues, fu pubblicata nel 1959. Esiste dunque il tempo materiale tale che Kerouac abbia avuto la possibilità di leggere il componimento montaliano e ne abbia potuto trarre ispirazione.

Ma se fossimo in tribunale, l’imputato verrebbe assolto per mancanza di prove. Delle date non bastano.

Ecco allora che porto a mio favore una prova più significativa. In un articolo rilasciato per il Corriere della Sera, Fernanda Pivano, forse la letterata italiana più interessata alla Beat Generation, scrive le parole che qui vi riporto.

Montale è stato adottato anche dai poeti moderni americani che sono tanto cari al mio cuore, naturalmente da Jack Kerouac, che questo nome di Montale aveva accolto nel suo cuore di poeta, e come avrebbe potuto non farlo.

È molto significativo che un grande uomo come Kerouac li abbia compresi a fondo, quei versi immortali di Montale: li ha raccolti con una passione con cui raccoglieva la poesia di tutto il mondo in un piccolo armadio dove stavano tutte le sue traduzioni; ed era commovente vedere come questo uomo così disprezzato, ingiustamente disprezzato, dalla poesia italiana sia stato il più serio poeta americano. E capace di rispettare il più serio poeta italiano.

Ora, con queste basi su cui lavorare, proviamo ad analizzare i due componimenti, mettendone il luce ciò che li differenzia e ciò che li lega.

174a strofa – Kerouac

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

L’anguilla – Montale

L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?

Sì può immediatamente notare una differenza di carattere geografico: Kerouac parla di “anguille d’Europa” e di “loro fiumi” come un qualcosa di distante da lui, mentre Montale parla di “nostri estuari, nostri mari” come se li sentisse di sua proprietà, molto vicini a lui.

Ma tralasciando questa differenza puramente geografica, possiamo notare non poche analogie. In entrambe le poesie, le anguille compiono lo stesso viaggio. Percorrono i fiumi, e poi di ramo in ramo entrano nei fiordi, e di capello in capello arrivano fino ai capillari dell’antica Atlantide e, infine, approdano in pozze d’acquamorta, in pozzanghere.

Non so quanto conosciate le anguille, ma sappiate che questo identico viaggio, descritto da Montale e da Kerouac, è falso. Le anguille non lo compiono davvero. Montale se lo è inventato, perché l’emblema che l’anguilla porta con sé è molto più importante di quanto non lo sia la realtà delle cose. È un uscita dalla realtà che rispecchia la fuga da quella rete che ci stringe, da quel reale necessario che non sembra lasciare vie di fuga. L’anguilla, emblema di Clizia, emblema dell’Amore, esce dalla rete, esce da quella catena di anelli ininterrotta, esce perché è qualcosa di altro, e di superiore, esce perché è quel qualcosa che ci salva.

Partendo dallo stesso presupposto però, Kerouac arriva a conclusioni diverse. Infatti se per Montale l’atto della fecondazione è quell’atto che dà vita là dove morde l’arsura, e l’anguilla è “la scintilla che dice | tutto comincia quando tutto pare | incarbonirsi”. Per Kerouac, invece, il generare è vuoto, la fecondazione non porta a nulla, se non ad altra vanità.

Se in Montale l’anguilla è emblema dell’amore, in Kerouac essa rappresenta l’inutilità, quel viaggio che per l’anguilla coincide con tutta la durata della sua vita è inutile, e lo stesso, metaforicamente, vale per l’uomo. La vita e il viaggio sono la stessa cosa, la vita è il viaggio, ma, osservato dall’occhio triste e fragile di Kerouac, questo nostro viaggio, e dunque questa nostra vita, è vana.

E questo ci fa capire come partendo dalla poesia di Montale, Kerouac abbia elaborato un proprio significato, nuovo e diverso da quello montaliano, ma a esso legato. Ci fa capire che la poesia italiana ha ancora qualcosa da dire al mondo intero, e, anche se Montale non è certamente stato un nuovo Dante, l’eco delle sue parole ha saputo arrivare molto lontano, fino alla East Coast dell’America, alle orecchie di quello che è forse lo scrittore e poeta americano più grande del secondo Novecento, Jack Kerouac.

Jean

Jack Kerouac – Sulla strada

Sulla Strada racconta la storia realmente accaduta di due amici, Jack Kerouac e Neal Cassady, chiamati nel romanzo con due nomi fittizi, Sal Paradise e Dean Moriarty. Ci sono altre decine e decine di personaggi, che vanno e vengono, che non restano mai fermi, alcuni più presenti (come Marylou o Carlo Marx), altri meno, ma nessuno di essi ha un’importanza decisiva, passano tutti in secondo piano, e a emergere sono solo loro due, Jack e Neal. Jack emerge in prima persona, in quanto autore del libro e in quanto io narrante, mentre Neal emerge in quanto esempio perfetto di “beat-man” del secolo scorso. È l’incarnazione vivente del lato dionisiaco della duplice natura di Jack Kerouac, è un uomo che non si può descrivere in breve, e una serie lunghissima di aggettivi non basterebbe a definirlo con la necessaria completezza.

Neal è folle, squilibrato, affascinante, mentalmente alterato ma allo stesso tempo filosofo, energico, carismatico. Queste qualità lo portano a diventare un uomo altamente insofferente nei confronti della sua epoca, ma per comprenderne il motivo bisogna comprendere in quale epoca egli abbia vissuto. L’epoca coincide con gli anni che vanno dal 1940 al 1960 (Neal Cassady è nato nel 1926 e morto nel 1968), ovvero anni di grandi stravolgimenti politici ed economici, infatti le innovazioni che porteranno al boom economico degli anni ’60 innestano proprio in questo terreno le loro radici. E le radici sono, in primo luogo, massa e mercato. In che senso? Nel senso che la massa acquisisce in questi anni un potere sempre maggiore, fino ad arrivare in un numero sempre crescente di Paesi a essere la detentrice politica del potere attraverso la democrazia, e nel senso che il mercato, anno dopo anno, è sempre più “furbo” e arriva a comprendere come sia la massa il cliente migliore a cui vendere i propri prodotti per arricchirsi. Non a caso è proprio in questi anni che Brooks Stevens, un designer statunitense, arriva ad affermare che “è il desiderio del consumatore di possedere qualcosa un po’ più nuovo, un po’ meglio, un po’ prima del necessario” ed aggiunge: “[l’obiettivo è] creare un consumatore insoddisfatto del prodotto di cui ha goduto affinché lo venda di seconda mano e lo comperi più nuovo con una immagine più attuale“.

È su questi assiomi, ormai dati per appurati, che si basa il mercato di oggi, ma all’epoca essi erano completamente rivoluzionari. E questa rivoluzione portò a una generale infelicità, infatti soddisfare di continuo i propri desideri per poi scoprirli labili e vani, con l’unica conseguenza di desiderare subito qualcos’altro, non può di certo portare alla felicità. Ecco che in questo clima economico gli artisti sono portati a due atteggiamenti principali: il rifiuto e la resa. Rifiutare una società che non possono accettare, in quanto opprimente e, se vogliamo dirlo, illiberale, oppure arrendersi e, non trovando via di scampo, annegare in essa.

Neal è troppo intelligente, troppo testardo e, forse, anche troppo folle per arrendersi. L’unica strada è il rifiuto. Ecco dunque che Sulla Strada è il racconto del rifiuto e della resa. Il rifiuto occupa tutto il libro, la resa solo le ultime pagine, e non è mai dichiarata.

Il rifiuto sta nella fuga, in una fuga che, conforme alla rivalutazione del corpo iniziata nell’Ottocento con Schopenhauer e Marx, è una fuga fisica, e non spirituale. Per gli artisti di questo periodo è inconcepibile il pensiero di uomo in quanto puro spirito, l’uomo è prima di tutto realtà sensibile, esiste in quanto materia. Si pensi solo a come Kerouac arriverà, rivolgendosi ai lettori, a chiedere: “E non sapete che Dio è Winnie Pooh?” mostrandosi, in un istante di puro delirio, incapace perfino di concepire Dio stesso come un qualcosa di immateriale. Ma solo per un istante, non fraintendetemi.

La fuga consiste dunque in un qualcosa di fisico, ovvero nel fare la valigia e partire, partire e andare. La meta è spesso imprecisata, e se c’è, è molto lontana, tanto che Jack e Neal rimbalzano da New York a Los Angeles, avanti e indietro per l’America, per moltissime volte, quasi ossessivamente, perché sanno che è nel momento stesso del viaggio che sta la felicità, non nell’arrivare. Infatti ogni volta che arrivano a destinazione essi si ritrovavano costretti a fare i conti con la necessità di soldi, e quindi con il bisogno di trovare un lavoro, e per di più finiscono per innamorarsi. Insomma, finiscono per mettere le radici.

kerouac-cassady

Questo fermarsi è causa di infelicità per due motivi. Innanzitutto, seguendo l’idea di Bergson di flusso vitale, la vita è un continuo scorrere, e dunque non può realizzarsi nella stasi, nella cristallizzazione dell’individuo. Esso deve muoversi, e in questo movimento, perdersi. Da esempio si prenda l’episodio, verso la fine del romanzo, in cui Jack, in una soffocante notte estiva del Messico, divorato da ogni tipo di insetto, sporco di sangue e di polvere, immerso in una zona imprecisata della foresta dell’America Centrale, si stende sul tetto della sua auto. In quel momento l’individuo si annulla nella natura e, in quello che può ricordare un panismo quasi – ma non solo – dannunziano, Jack è felice.

In secondo luogo costruire una vita stabile significa scendere a patti con la società che Jack e Neal si sono propugnati di rifiutare, e per questo arriva sempre il momento in cui essi non possono fare altro che rifare la valigia e ripartire. E questo momento torna di continuo, con ossessione, tanto che a un certo punto Neal, sposatosi la terza volta e avuto l’ennesimo figlio, in un momento di apparente stasi, tiene comunque la valigia accanto al letto, pronto ad afferrarla per ripartire in un qualsiasi istante. Ed è quello che farà, per andare in Messico con Jack. Questa sarà il loro ultimo viaggio, il più intenso e incredibile, su fino a 3000 metri d’altezza fra i contadini degli altopiani messicani e giù fin nelle più torride pianure, in mezzo alle quali, nel nulla più assoluto, emergono immense città.

Ma questa sarà anche la loro ultima folle fuga, il loro ultimo folle rifiuto. Una volta arrivati, una volta fermi, si renderanno conto di essere infelici e, soprattutto, si renderanno conto che la loro strada non era una strada per raggiungere la felicità, ma una strada per sfuggire all’infelicità. Si renderanno conto che fuggire per sempre è impossibile e che, prima o poi, si è costretti a fermarsi.

È questo il momento della resa (entrambi finiranno con il perdere le energie e, lentamente, con lo spegnersi. Quell’alcol che nei loro anni giovanili era stato causa di divertimento, diventa a poco a poco una terribile dipendenza ed entrambi a causa di esso moriranno. Questo il libro non lo racconta, ma la Storia sì).

Da notare, oltre al contenuto, anche gli innovativi aspetti linguistici e metrici. Kerouac utilizza una lingua che si potrebbe definire avventata, in quanto non meditata prima, e totalmente impulsiva, precipitosa, irriflessiva. È la lingua che lui stesso parla, una lingua nuova e fresca, che mai era stata utilizzata prima in letteratura. Kerouac scrive ciò che pensa, senza preoccuparsi se il pubblico sarà capace di comprendere e di apprezzare, perché (come se vivesse in una seconda era di Maledettismo) il pubblico non ha alcuna importanza, infatti esso è composto proprio dalla massa, ovvero da quella società che egli si propone di rifiutare. Dal punto di vista stilistico, le innovazioni sono di una portata quasi rivoluzionaria e per poterle comprendere, particolarmente preziose risultano le stesse parole di Kerouac, che dice: “voglio prendere un rotolo di carta per rivestire i mobili, infilarlo nella macchina e scrivere tutto più veloce che posso, d’un fiato, esattamente com’è accaduto, al diavolo quelle architetture fasulle”.

In realtà, contrariamente a quanto vuole il mito, la punteggiatura è convenzionale. L’innovazione sta nella spontanea frenesia, che rende la scrittura intima, sfrenata, colloquiale e vera, con segni improvvisi, puntini e trattini che spezzano i periodi e li sovrappongono l’uno all’altro come onde, perché se l’idea che sta alla base del romanzo è quella bergsoniana di vita intesa come flusso eterno e immutabile, ecco che questa idea si ripercuote sulla metrica, che diventa anch’essa densa e fluida, diventa un flusso continuo e costante di parole.

Vorrei, per ultimo, riportare una poesia di Kerouac, senza commentarla né analizzarla, ma semplicemente perché credo che sia il riassunto perfetto di ciò che nella mia analisi ho cercato di dire. È una poesia scritta dopo il romanzo, e che dunque racchiude in sé la visione dell’uomo sconfitto, dichiaratamente infelice.

  Solitudine messicana

E sono uno straniero infelice
contento di scappare per le strade del Messico
I miei amici sono morti su di me, le mie
amanti svanite, le puttane bandite,
il mio letto sbattuto e sollevato dal
terremoto – e niente erbasanta
per uno sballo a lume di candela
e sognare – solo spurghi d’autobus,
ventate polverose, e cameriere che mi sbirciano
da un buco nella porta
segretamente attizzate alla vista
degli onanisti fottenti cuscini –
Io sono la Gargolla
di Nostra Signora
che sogna nello spazio
sogni di grigia nebbia –
Il mio volto è puntato verso Napoleone
– io non ho forma –
La mia agenda è piena di DEFUNTO
non ho valore nel vuoto,
in patria senza onore, –
Il mio unico amico è un vecchio pederasta
senza macchina per scrivere
Chi, se è mio amico,
lo beccherò nel culo.
Mi resta ancora un po’ di maionese,
tutta un’inutile bottiglia d’olio,
contadini mi lavano il lucernaio,
un matto si schiarisce la voce
nel bagno a fianco
cento volte al giorno
condividendo il soffitto con me –
Se mi ubriaco mi viene sete
– se cammino il piede mi cede
– se sorrido la mia maschera è una farsa
– se piango non sono che un bambino –
– se mi ricordo sono bugiardo
– se scrivo la scrittura è passata –
– se muoio il morire è finito –
– se vivo è appena cominciato –
– se aspetto l’attesa è più lunga
– se vado l’andare è andato –
se dormo la beatitudine è pesa –
mi pesa sulle palpebre –
– se vado a un cinema da poco prezzo
mi assalgono le cimici –
I costosi non me li posso permettere
– se non faccio niente
niente fa 

Jean