Ricordo – Montale

Lei sola percepiva i suoni
dei miei silenzi. Temevo
a volte che fuggisse il tempo
ostile mentre parlavamo.
Dopodiché ho smarrito la memoria
ed ora mi ritrovo a parlare
di lei con te, tra spirali di fumo
che velano la nostra commozione.
Ed è questa la parte di me che ritrovo
mutata: il sentimento, per sé informe,
in quest’oggi che è solo di rimpianto.

Questa poesia è tratta dai Diari Postumi. È una poesia molto semplice, eppure così difficile da commentare. Il costante tentativo, così presente in Montale, di scorgere il segno che possa essere la prova o anche solo l’indizio di un senso, è qui assente. Ma bisogna stare attenti: affermare che un senso non ci sia, è sbagliato. È più corretto affermare che il senso non c’è, ma c’è stato. Quale sia, lo dirò solo alla fine della mia riflessione, non perché io sia intenzionato a tenervi sulle spine, quanto piuttosto perché anche io, con voi, ci potrò arrivare solo poco a poco, sperando in una fortunata intuizione.

Forse la cosa migliore da fare è partire dall’inizio. Spezzettiamo la poesia, analizziamone ogni atomo. Lei. C’è una donna, come spesso in Montale. È a questa donna angelo, salvifica ma al tempo stesso bisognosa di essere salvata, che il poeta spesso si affida. Ma se altrove doveva essere salvata (Ti libero la fronte dai ghiaccioli) qui deve salvare, ed effettivamente lo fa. Sola. Dopo aver riletto questa parola, mi devo correggere, non solo deve salvare, ma è la sola a poterlo e a saperlo fare. La terza parola è fondamentale: percepiva è al tempo passato. Possiamo così comprendere che non solo Lei era la sola che poteva salvarlo, ma che lo ha già fatto. Sì, perché una persona è in grado di percepire i suoni dei tuoi silenzi solo se esiste un’intesa, una comprensione tanto profonda e inspiegabile tra quelle due persone che i loro due mondi silenziosi riescono a toccarsi, e forse a fondersi, diventare uno. Del resto lo stesso Montale diceva: “Accade che le affinità dell’anima
non giungano ai gesti e alle parole ma rimangano effuse come un magnetismo. È raro, ma accade”. Possiamo dunque asserire che percepire l’un l’altra i suoni del silenzio significhi comprendersi. E comprendere, che etimologicamente deriva da cum+prae+hed, in cui quest’ultima è una radice ariana, trae proprio da tale radice il suo significato: hed (o anche had, o hand) significa afferrare, abbracciare, tenere stretto. Ma qui è riflessivo: comprendersi significa “tenersi stretti insieme”. Tenersi forte per resistere al correre del tempo, a questo tempo che fugge. Ecco dunque che i vv. 4-5, nitida citazione oraziana, “Dum loquimur, fugerit invida aetas”, sono il necessario proseguo dei primi due.

Sono rimasto stupito dalla mole di parole che ho dovuto utilizzare per spiegare questi primi cinque versi. Una domanda è lecita: Montale ha pensato tutto quello che io ho detto, prima di scrivere? È possibile. È possibile che la sua decennale esperienza di riflessione e di poesia l’abbia portato a sviluppare un abilità tale da riuscire a trasformare in versi queste riflessioni, con una così perfetta semplicità. Esiste però un’altra possibilità, ed essa ci viene suggerita dal Wittgenstein, il quale dice: “Io penso di fatto con la penna, perché la mia testa spesso non sa nulla di ciò che scrive la mia mano”. Ecco dunque la seconda possibilità: Montale non ha mai concepito razionalmente quanto ha detto. Tale conoscenza era una conoscenza implicita, che risiedeva nel profondo della sua mente, e la sua penna l’ha fatta sgorgare direttamente dal profondo. In ogni caso, non cambia la sostanza: Montale l’ha scritta e ora è qui per noi, a darci qualche indizio su come muoverci a tastoni nel buio della nostra confusione.

Dal mio decisamente discutibile punto di vista, i successivi sette versi non valgono nemmeno un briciolo dei primi cinque. Nei primi cinque tutto ciò che di importante c’era da dire è già stato detto. I rimanenti sette non sono che lo strascico. Non commentarli sarebbe però un segno di ottusa pigrizia intellettuale, perché forse c’è in essi qualcosa di importante che ancora non sono stato in grado di cogliere. Proviamo a concentrarci nuovamente su alcune singole parole. Dopodiché. Questo avverbio implica lo scorrere del tempo e che in questo tempo trascorso qualcosa è cambiato. Ed effettivamente è così: Lei non c’è più. Lo si poteva già intuire dai verbi al passato dei primi cinque versi, ma qui è stato reso esplicito per sottolinearne la sua importanza. Ora. Ecco un altra determinazione di tempo. Il tempo presente è qui, come spesso in Montale, il momento in cui è doveroso constatare che, rispetto al passato, qualcosa si è perso. Eppure c’è il tentativo si recuperarlo: parlare di lei. Cercare, attraverso questo parlare, di riportarla alla mente, di riportarla in vita, di riportarla proprio accanto a sé, ora. Provare a tenerla stretta ancora una volta. Ma no. Il tentativo è fallimentare, e le spirali di fumo (che meravigliosa espressione!) sembrano esserne la constatazione. Commozione. Commozione è una parola difficile. Prima di tutto è meglio chiedersi: che significa? Non credo che questa volta sia necessario sviscerare il significato profondo e antico di questa parola: turbamento provocato nell’animo da sentimenti di affetto e accorato dolore, ecco tutto. È bello pensare a questi turbamenti velati dalle spirali di fumo. Un turbamento esteriore che ne copre uno più profondo, interiore, e che forse lo riproduce.

Mutata. Il tempo cambia le cose. Cambia anche le persone. Anzi cambiare queste ultime è forse più semplice, perché la loro essenza è, secondo il poeta ligure, costituita da sentimenti informi. Rimodellarli in parte o mutarli del tutto, stravolgerli, non è difficile per il tempo ostile. Oggi. Ecco ancora una volta una determinazione di tempo. Eppure l’ultimo complemento non mi è chiaro: “di rimpianto” si riferisce a “oggi” o a “sentimento”? Quest’oggi di rimpianto o questo sentimento di rimpianto? Se c’è una cosa che ho imparato, è che spesso in Montale, se qualcosa è ambiguo, è perché egli voleva che lo fosse. Probabilmente il complemento si può riferire a tutti e due i potenziali soggetti. Ma a pensarci bene, se si riferisse all’uno piuttosto che all’altro, ci sarebbe una differenza? Ripensiamo a quanto abbiamo detto. Il sentimento è così labile e informe da mutare con il tempo, esso muta costantemente. A ogni nuovo giorno, corrisponde un nuovo sentimento. I due sono strettamente correlati, sono talmente correlati che se il rimpianto è di oggi o è del sentimento provato quest’oggi, non fa differenza.

Per ultimo, sposterei l’attenzione sul significato di quest’ultima parola, rimpianto. È un termine forte, è drammatico. È come aver finito il vino e cercare negli angoli della bocca un ultimo residuo del suo sapore. Implica l’impossibilità di recuperare ciò che del passato ci faceva stare bene. Il finale torna all’inizio: Lei. Ma se la sua presenza era il segno di un senso, era la salvezza, era il tenersi stretti, la sua assenza coincide con l’opposto: assenza di senso, perdizione, solitudine. In questo io non riesco ad essere d’accordo con Montale, non perché voglio un lieto fine a tutti i costi, ma perché ho forse una maggior fiducia nella memoria. Nulla può togliere che Lei ci sia stata. E se c’è stata, deve aver lasciato un segno. Comprendersi, ovvero tenersi stretti, stringersi forte, deve aver lasciato un qualche segno sull’animo del poeta. Deve aver mutato qualcosa, una volta per tutte. Forse è sufficiente essere salvati una sola volta, e non è necessario essere salvati costantemente, continuamente, ininterrottamente. Forse è sufficiente un solo segno.

montale                                                                                                                                          Jean

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Riflessioni per una Poesia nuova

Credo che sia urgente affrontare un dibattito che troppo poco si è sviluppato negli ultimi anni. Vedo l’intero grande edificio della Poesia in una condizione pietosa e decadente. O forse anche questa mia ultima affermazione non è abbastanza vicina alla realtà. Ciò che percepisco sempre più chiaramente è che la Poesia non esiste più. Quella che viene oggi dichiarata poesia non è nemmeno lontanamente legata a quella che era la poesia del secolo scorso o dei precedenti. Credo che i motivi debbano essere ricondotti al contesto storico e sociale sviluppatosi negli ultimi anni, ma non è mia intenzione parlare in questa sede né di storia né di società. Vorrei concentrarmi non sulle cause dell’attuale crisi della poesia, ma sulla possibile alternativa per una poesia nuova.

Per fare questo tornerei indietro di qualche anno, in un recente passato, quando però il delitto non era ancora stato commesso e la poesia godeva di una discreta salute. Mi pare dunque opportuna un’attenta lettura di queste parole di Lawrence Ferlingetti (1958).

“Il tipo di poesia che ha fatto più chiasso qui è diversa dalla Poesia sulla Poesia, la poesia della tecnica, la poesia per i poeti e i professori che ha dominato le riviste e le antologie e che naturalmente si scrive anche a San Francisco. La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata “poesia di strada”. Perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico.
Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa. Ma la poesia di cui parlo qui è poesia parlata, poesia concepita come messaggio orale. A volte è stata letta col jazz, a volte no… quello che importa è che questa poesia usa gli occhi e le orecchie come non sono mai stati usati per molti anni.”

Interiore santuario estetico. Queste sono le tre parole fondamentali, perché esemplificano alla perfezione quella che si è sempre più venuta a delineare come la figura del poeta. Il poeta appare come una persona misteriosa, oscura e imperscrutabile dall’esterno, ma dotata di una luce interna che nessuno può vedere (né tantomeno comprendere) la quale, comunque, è sacra e inviolabile. Tutto ciò che deriva da questa luce è sacro e immacolato. È il frutto della purezza interiore. È incontestabile.

Ma ovviamente questo tipo di poeta si definisce poeta incompreso. Nessuno riesce ad arrivare fino in fondo e vedere ciò che c’è nell’abisso della sua coscienza. L’unica cosa che dunque gli resta da fare è ritirarsi nel proprio angolo di universo e ripudiare il mondo esterno, non solo con rammarico, ma per di più con un misantropico ribrezzo.

La verità è che costui non è un poeta, ma semplicemente dice di essere tale. È un usurpatore. O più frequentemente un uomo che ha fallito nel suo tentativo di essere poeta. Il grande edificio della poesia si è dunque riempito di questi uomini e di queste donne che con grandi aspirazioni ma poca abilità hanno iniziato a fare i padroni in casa d’altri. Ci si chiede allora dove siano i reali padroni di questa poesia, i reali poeti. Essi, di fatto, non sono mai usciti di casa loro, ma la loro casa è così piena e la confusione è tanta e tale che è impossibile identificarli. L’errore dei poeti sta nel fatto che mai hanno cercato di emergere, sono rimasti in quella casa affollata da usurpatori.
Per il timore di non essere capito, uscirò da questa metafora: in un mondo dove dominano la sottocultura e la sovrapproduzione (non economica, sia chiaro, ma in questo caso prettamente letteraria) è facile che quel poco di giusto e lodevole che sia stato fatto, venga sommerso dal resto e dimenticato. Di conseguenza è paradossalmente più facile riscoprire un antico poeta di 1000 anni fa che scoprire ciò che il miglior poeta oggi esistente sulla faccia della terra ha appena pubblicato. La spazzatura è troppa.
Il vero poeta deve trovare una soluzione, non può continuare così. Chiedere a tutti di uscire di casa non avrebbe alcun senso, perché semplicemente non lo ascolterebbero. Ha perso quell’autorità che aveva, o più probabilmente non è mai riuscito a guadagnarsela. Non è in questa sede che svelerò la ricetta per una poesia nuova e perfetta, che finalmente riesca a ridare una dignità al vero poeta. Posso però proporre un primo passo, ed è quello che farò qui di seguito.

Ciò che vedo intorno a me è una poesia sempre più misteriosa e imperscrutabile, come già detto. In realtà solo gli incapaci, che nemmeno mi pare opportuno definire poeti, scrivono in modo misterioso e imperscrutabile. Questa soggettivizzazione della poesia sta sconfinando nel ridicolo. Arriveremo al giorno in cui ogni uomo si dichiarerà poeta e proporrà una poetica incomprensibile a chiunque altro all’infuori di se stesso. Sarà una babele poetica.

Uno dei più grandi psicologi sovietici, Vygotskij, ha delineato la differenza tra senso e significato. Il senso è un significato personale, è quel particolare significato che noi attribuiamo a una parola, noto solo a noi stessi. Il significato è invece condiviso, in quanto tutti lo comprendono. Oggi io vedo una poesia del senso. Vorrei che la poesia di domani fosse la poesia del significato.

Questo, si noti, non equivale a dire che la poesia debba piacere a tutti. La ricerca del consenso del grande pubblico non è necessaria, anche perché ho visto molti uomini e molte donne andare in questa direzione, intellettuali e letterati brillanti perfino, che per un po’ di successo si sono concessi a piccol pregio. Sono le prostitute della poesia. Per riprendere la metafora della casa, sono quei e quelle tali che se ne stanno nel vialetto appena fuori dalla casa della poesia, e la gente che passa, ingenua e disinformata, li indica, si cura di loro e dice: “quelli sono i poeti”. Lo dice in buona fede, ma sbaglia.

L’importanza sta nell’usare un linguaggio dotato di significato universale o, quantomeno, il più universale possibile. Un linguaggio semplice. Non è questa una novità. Già Aulo Gellio, nelle Noctes Atticae scriveva “imprimiti bene nella mente e nell’animo che, come un marinaio evita gli scogli, così tu devi evitare le parole strane e rare“. Lessi questa frase per la prima volta nel mio libro di latino al liceo, percepii subito il fatto che fosse importante e per questo la imparai a memoria. Solo ora ne comprendo appieno il motivo.
Comunque sia, di esempi come questi se ne possono fare molti, dispiegati lungo i secoli ma con lo stesso identico messaggio. Mi sia data la possibilità di ricordare la sentenza di Jack Kerouac “One day I’ll find the right words and they will be simple” [un giorno troverò le parole giuste e saranno semplici].
La semplicità non deve però cadere nella banalità, ed è questo il punto più delicato di tutta la mia trattazione, qui arriva infatti il compito più difficile dell’aspirante poeta. Si potrebbe pensare che poco sopra io abbia definito come incapace il poeta che parla del suo misterioso abisso interiore. Quello che intendevo, però, è ben diverso: io dico che chi si arroga il diritto e l’onere di parlare del suo, così séguito a chiamarlo, “misterioso abisso interiore”, non è capace di farlo. Sbaglia, fallisce clamorosamente. Perché?

Perché utilizza il senso anziché il significato. Rende se stesso comprensibile a sé (e non c’è nulla di male in questo) ma non rende l’uomo comprensibile all’umanità. Di conseguenza, d’ora in poi chi si vorrà definire poeta dovrà scavare dentro di sé e spiegarsi in modo preciso, puntuale e soprattutto chiaro. Non sono le acque torbide che ci interessano. Il fondale di un mare profondo e in particolar modo quest’abisso, sono visibili solo in acque limpide. Spero che nonostante l’ulteriore metafora, il concetto sia chiaro: il senso rende incomprensibile ogni cosa, il significato la rende limpida. Questa è la strada da seguire.

Potrei essere accusato di ingenuità, e mi si potrebbe dire che è impossibile parlare in modo chiaro e puntuale di qualcosa di così complesso come l’abisso interiore dell’essere umano. Mi si potrebbe dire che nemmeno i grandi poeti ci siano riusciti e che persino Montale dicesse di “non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe”. Rispondo a queste critiche dicendo che non era compito di Montale riuscire in questo obiettivo. Montale ha scritto mezzo secolo fa, se non prima. Questo è il nostro nuovo compito e sicuramente non è facile. Ma non chiamatemi ingenuo se quello che in realtà vi chiedo è l’attuazione di un compito nuovo e difficile. Ma non impossibile. C’è chi nel corso dei secoli è riuscito in questo arduo compito: ci è riuscito Dante, ci è riuscito Gozzano, ci è riuscito Kerouac. Abbiamo grandi maestri. Dimostriamoci allievi all’altezza.

Facciamo dunque nostro questo consiglio: indaghiamo dentro noi stessi e cerchiamo di definire chiaramente ciò che siamo nel profondo. Se non riusciremo, avremo fallito in quanto poeti. Cerchiamo la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe. Se non lo faremo, avremo fallito nel tentativo di costruire una nuova poesia.

E per primo lo dico a me stesso.

Jean Durante

L’anguilla tra Montale e Kerouac

Siete perplessi, lo so. “L’Anguilla” di Montale, il componimento della raccolta “La bufera e altro”, l’avete ben presente. Ma di Kerouac non ricordate molto. Ricordate certamente Sulla Strada, ricordate tutta la sua frenesia beat e ricordate anche la sua incomparabile dolcezza, forse. Ma l’anguilla proprio no. Non la ricordate.

Dovete allora sapere che Kerouac, nel suo libro di poesie “Mexico City Blues”, pubblicato nel 1959, c’è una poesia, intitolata 174a strofa, che parla dell’anguilla e del suo viaggio. È molto bella: leggetela, se siete curiosi (A sinistra in lingua originale, a destra tradotta in italiano).

174th Chorus

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

174a Strofa

Le anguille europee d’acqua dolce
che risalgono i loro fiumi
e com’è presumibile fanno incursione nei fiordi
e consumano le pozzanghere, strane
proustiane visitatrici sopra le
montagne
dal mare, che, in fin di vita
riattraversano, fino alle Bermuda
da cui vennero, per morire.
Sarà che queste anguille
hanno la smania di esplorare
i capillari dell’Antica Atlantide
dalle cime di montagne sommerse
in questo lato delle Canarie
Ma no – loro scivolano
Dall’Europa all’Ucraina
e giù per i fiumi del Belgio
e senza espressione nel vuoto
nuotano ancora per generare
e muoiono con bronci allungati
– Poveri pesci.

Se vi piace, sappiate che nella stessa raccolta del poeta franco-canadese ce ne sono molte belle come questa. Questa però, è anche molto particolare, perché trae la sua ispirazione da quel famoso componimento che è “L’anguilla” di Montale. Il poeta ligure infatti, scrisse questa sua poesia nel 1948, e la pubblicò nel 1956. Inoltre, come già detto, la raccolta di Kerouac Mexico City Blues, fu pubblicata nel 1959. Esiste dunque il tempo materiale tale che Kerouac abbia avuto la possibilità di leggere il componimento montaliano e ne abbia potuto trarre ispirazione.

Ma se fossimo in tribunale, l’imputato verrebbe assolto per mancanza di prove. Delle date non bastano.

Ecco allora che porto a mio favore una prova più significativa. In un articolo rilasciato per il Corriere della Sera, Fernanda Pivano, forse la letterata italiana più interessata alla Beat Generation, scrive le parole che qui vi riporto.

Montale è stato adottato anche dai poeti moderni americani che sono tanto cari al mio cuore, naturalmente da Jack Kerouac, che questo nome di Montale aveva accolto nel suo cuore di poeta, e come avrebbe potuto non farlo.

È molto significativo che un grande uomo come Kerouac li abbia compresi a fondo, quei versi immortali di Montale: li ha raccolti con una passione con cui raccoglieva la poesia di tutto il mondo in un piccolo armadio dove stavano tutte le sue traduzioni; ed era commovente vedere come questo uomo così disprezzato, ingiustamente disprezzato, dalla poesia italiana sia stato il più serio poeta americano. E capace di rispettare il più serio poeta italiano.

Ora, con queste basi su cui lavorare, proviamo ad analizzare i due componimenti, mettendone il luce ciò che li differenzia e ciò che li lega.

174a strofa – Kerouac

The freshwater eels of Europe
that climb up their rivers
and presumably raid fjords
and eat up pools, curious
proustian visitors from up the
mountain
of the sea, wich, when they die,
they re-cross, to Bermuda,
from whence they came, to die.
Must be that these eel
Have a yen to explore
the veins of Old Atlantis
From their sunken mountaintop
this side Canaryas
But no – they slide
from Europe to Ukraine
and down the Belgian Rivers
and blankly in the void
swim back to spawn
and die with longfaced pouts
– poor fish.

L’anguilla – Montale

L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?

Sì può immediatamente notare una differenza di carattere geografico: Kerouac parla di “anguille d’Europa” e di “loro fiumi” come un qualcosa di distante da lui, mentre Montale parla di “nostri estuari, nostri mari” come se li sentisse di sua proprietà, molto vicini a lui.

Ma tralasciando questa differenza puramente geografica, possiamo notare non poche analogie. In entrambe le poesie, le anguille compiono lo stesso viaggio. Percorrono i fiumi, e poi di ramo in ramo entrano nei fiordi, e di capello in capello arrivano fino ai capillari dell’antica Atlantide e, infine, approdano in pozze d’acquamorta, in pozzanghere.

Non so quanto conosciate le anguille, ma sappiate che questo identico viaggio, descritto da Montale e da Kerouac, è falso. Le anguille non lo compiono davvero. Montale se lo è inventato, perché l’emblema che l’anguilla porta con sé è molto più importante di quanto non lo sia la realtà delle cose. È un uscita dalla realtà che rispecchia la fuga da quella rete che ci stringe, da quel reale necessario che non sembra lasciare vie di fuga. L’anguilla, emblema di Clizia, emblema dell’Amore, esce dalla rete, esce da quella catena di anelli ininterrotta, esce perché è qualcosa di altro, e di superiore, esce perché è quel qualcosa che ci salva.

Partendo dallo stesso presupposto però, Kerouac arriva a conclusioni diverse. Infatti se per Montale l’atto della fecondazione è quell’atto che dà vita là dove morde l’arsura, e l’anguilla è “la scintilla che dice | tutto comincia quando tutto pare | incarbonirsi”. Per Kerouac, invece, il generare è vuoto, la fecondazione non porta a nulla, se non ad altra vanità.

Se in Montale l’anguilla è emblema dell’amore, in Kerouac essa rappresenta l’inutilità, quel viaggio che per l’anguilla coincide con tutta la durata della sua vita è inutile, e lo stesso, metaforicamente, vale per l’uomo. La vita e il viaggio sono la stessa cosa, la vita è il viaggio, ma, osservato dall’occhio triste e fragile di Kerouac, questo nostro viaggio, e dunque questa nostra vita, è vana.

E questo ci fa capire come partendo dalla poesia di Montale, Kerouac abbia elaborato un proprio significato, nuovo e diverso da quello montaliano, ma a esso legato. Ci fa capire che la poesia italiana ha ancora qualcosa da dire al mondo intero, e, anche se Montale non è certamente stato un nuovo Dante, l’eco delle sue parole ha saputo arrivare molto lontano, fino alla East Coast dell’America, alle orecchie di quello che è forse lo scrittore e poeta americano più grande del secondo Novecento, Jack Kerouac.

Jean

Xenia II 12 – Eugenio Montale

I falchi
sempre troppo lontano dal tuo sguardo
raramente li hai visto da vicino.
Uno a Etretat che sorvegliava i goffi
voli dei suoi bambini.
Due altri in Grecia sulla via di Delfi,
una zuffa di piume soffici, due becchi giovani
arditi e inoffensivi.

Ti piaceva la vita fatta a pezzi,
quella che rompe dal suo insopportabile
ordito.

Questa poesia di Montale è tratta da Satura, una raccolta del 1971. È una – ma il giudizio è puramente personale – delle sue poesie più belle. Il poeta genovese si rivolge a sua defunta moglie, Drusilla Tanzi, che era solito chiamare con affetto “la Mosca” a causa della sua fortissima miopia. Montale tenta qui di mettere in funzione quel meccanismo così fallace, labile ed erroneo che è la memoria, e prova a ricordare. Il ricordo parte dai falchi, così spesso presenti in Montale (si pensi a Spesso il male di vivere ho incontrato o all’Estate), e viene subito legato alla figura della moglie, figura che prima del 1963, ovvero prima della sua morte, non è mai presente nelle poesie scritte da Montale. Del resto anche Annetta morì prima che Montale le dedicasse le sue poesie, e nello stesso modo Irma Brandeis, meglio conosciuta come Clizia, non è presente nelle poesie montaliane prima della sua partenza per gli Stati Uniti, da cui non farà ritorno. Forse tutto questo accadde perché – mi sembra banale ma lo dico comunque – Montale, come chiunque, si accorse dell’importanza di ciò che aveva solo nel momento in cui lo perse.

Ma concentrandosi sulla poesia, vorrei far notare come l’espediente letterario dei primi tre versi, molto probabilmente fittizio, sia perfetto per dare l’abbrivio alla trattazione dell’argomento di cui Montale ci vuole parlare: il tempo. Bisogna infatti sapere che Etretat è il luogo in cui Marcel Proust era solito andare per trovare pace e tranquillità, e in cui egli probabilmente concepì ed elaborò la sua a tutti nota Ricerca del tempo perduto. Inoltre Delfi è il luogo in cui era situato l’oracolo di Apollo, il quale forniva in maniera oscura e spesso incomprensibile predizioni sul futuro. Passato e futuro dunque, che non hanno nulla in comune se non la presenza dei falchi.

Ma i falchi, che significano? Vi chiederete. Comprenderlo è indispensabile per intuire il significato degli ultimi versi di questa poesia e, in una più ampia prospettiva, tutta la poetica montaliana. I falchi sono, come possiamo capire dalle poesie precedenti di Montale, l’emblema dell’uscita, del varco e, quindi, della possibilità di salvezza. Quello che Montale ci sta dunque dicendo è che il tempo, passato e futuro, come è sempre stato concepito, in realtà, non esiste: “La storia non contiene un prima e un dopo” ci dice egli stesso ne La storia. Non esiste un ordine prestabilito e programmato di fatti, che si susseguono gli uni agli altri in maniera concatenata e razionale. O, in ogni caso, molti anelli di questa catena non tengono. Esistono solo eventi, sconnessi e casuali, che non sanno legarsi fra loro.

Tutto è dominato dalla casualità. Ma esistono anche i falchi, esiste forse la possibilità di un varco, esiste forse la maglia rotta nella rete che ci stringe, esiste forse quella vita che, seppur “più breve del tuo fazzoletto” (…Ma così sia, da Le Occasioni), riesce forse a rompere da questo insopportabile ordito. Forse. Non possiamo sapere con certezza se esista o no una salvezza, ma forse, chissà…

Jean