A che serve l’Italiano?

Studio in Italia, ma studio in lingua inglese, leggo e scrivo la maggior parte delle volte in lingua inglese,  comunico in lingua inglese e quando penso, penso in lingua inglese. Come ogni lingua, anche l’italiano è destinato a scomparire. Ed è del tutto ragionevole ipotizzare che tra italiano e inglese, sia la seconda che avrà vita più lunga. E allora, a che serve l’italiano?

Le lingue esistono per essere mutevoli. La scrittura è un’invenzione piuttosto recente rispetto alla nascita del linguaggio parlato. Di quest’ultimo, se n’è a lungo rivendicato – e tutt’ora se ne rivendica – l’unicità umana. Seppure questo sia parzialmente vero, in forma più rudimentale esso esiste in altre specie, dalle scimmie urlatrici agli scimpanzé, ma forse persino in altri mammiferi, al di fuori della famiglia dei primati. Dico questo per rimarcare la distanza temporale tra la nascita del linguaggio parlato (forse 200.000 anni fa, o forse 50.000) e la scrittura ( circa 3.500 anni fa). Per decine di migliaia di anni, dunque, si parlò senza lasciare traccia. Ma proprio la traccia che ancora la parola, marcarla su un muro, su un foglio o su una pergamena e dire: si scrive così, si pronuncia così. Ma senza ancore ci ritroviamo scossi tra le onde di un mare aperto, nello spazio dell’infinita mutevolezza. Da una generazione all’altra, un linguaggio poteva subire profonde trasformazioni, e nel giro di poche generazioni, scomparire. Il linguaggio non è fatto per rimanere uguale a se stesso, non è nella sua natura. Tant’è che nemmeno l’introduzione della scrittura è riuscita ad impedire che diversi linguaggi si susseguissero, indomabili.

Eppure l’Italiano serve. Non serve al mondo, non serve al futuro, non serve forse nemmeno al mio lavoro, ma serve a me. Mi serve perché l’italiano è il mio posto. Mi spiego meglio. Prima di nascere, i bambini nell’utero possono distinguere la loro lingua madre da ogni altra lingua. E quando nascono, i bambini non piangono tutti allo stesso modo. Ogni bambino piange nella sua lingua. Piange seguendo la prosodia (ovvero l’intonazione, la cadenza e la melodia) della sua lingua. La nostra lingua è radicata in noi in modo estremamente profondo. La nostra lingua è parte di noi. Ed è per questo che nessuna poesia sarà mai bella quanto lo è una poesia scritta in italiano, e nessuna romanzo sarà mai più soddisfacente di un romanzo scritto in italiano.

E così, quando sono stanco, la sera, prima di dormire, dopo una giornata passata immerso in una lingua che non è la mia, mi sento forestiero in un continente che non mi appartiene. Non riconosco i ricami dell’orizzonte, non vedo le mie montagne, e nemmeno l’aria ha lo stesso sapore. Ed è per questo che sento profondo e istintivo il bisogno di tornare. E allora apro un libro di Montale e ne leggo qualche pagina a caso, non metodicamente dall’inizio alla fine, perché come mi insegnò al liceo il mio professore, è così che si leggono i libri di poesie. E lo amo. E mi sento al mio posto. L’Italiano mi serve per questo, perché è aggrovigliato tra le circonvoluzioni della mia mente ed è incastrato nel profondo delle mie viscere. Ci appartiene.

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P.S. Ogni informazione riportata non è stata inventata di sana pianta, ma è frutto di ricerche che sono state pubblicate e sono reperibili su riviste scientifiche. Non ho inserito citazioni perché il mio scopo era proporre una riflessione, non un argomentazione scientifica. In ogni caso, se siete interessati, scrivetemi. Sarò felice di condividere le citazioni con voi.

Jean Durante

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Riflessioni per una Poesia nuova

Credo che sia urgente affrontare un dibattito che troppo poco si è sviluppato negli ultimi anni. Vedo l’intero grande edificio della Poesia in una condizione pietosa e decadente. O forse anche questa mia ultima affermazione non è abbastanza vicina alla realtà. Ciò che percepisco sempre più chiaramente è che la Poesia non esiste più. Quella che viene oggi dichiarata poesia non è nemmeno lontanamente legata a quella che era la poesia del secolo scorso o dei precedenti. Credo che i motivi debbano essere ricondotti al contesto storico e sociale sviluppatosi negli ultimi anni, ma non è mia intenzione parlare in questa sede né di storia né di società. Vorrei concentrarmi non sulle cause dell’attuale crisi della poesia, ma sulla possibile alternativa per una poesia nuova.

Per fare questo tornerei indietro di qualche anno, in un recente passato, quando però il delitto non era ancora stato commesso e la poesia godeva di una discreta salute. Mi pare dunque opportuna un’attenta lettura di queste parole di Lawrence Ferlingetti (1958).

“Il tipo di poesia che ha fatto più chiasso qui è diversa dalla Poesia sulla Poesia, la poesia della tecnica, la poesia per i poeti e i professori che ha dominato le riviste e le antologie e che naturalmente si scrive anche a San Francisco. La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata “poesia di strada”. Perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico.
Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa. Ma la poesia di cui parlo qui è poesia parlata, poesia concepita come messaggio orale. A volte è stata letta col jazz, a volte no… quello che importa è che questa poesia usa gli occhi e le orecchie come non sono mai stati usati per molti anni.”

Interiore santuario estetico. Queste sono le tre parole fondamentali, perché esemplificano alla perfezione quella che si è sempre più venuta a delineare come la figura del poeta. Il poeta appare come una persona misteriosa, oscura e imperscrutabile dall’esterno, ma dotata di una luce interna che nessuno può vedere (né tantomeno comprendere) la quale, comunque, è sacra e inviolabile. Tutto ciò che deriva da questa luce è sacro e immacolato. È il frutto della purezza interiore. È incontestabile.

Ma ovviamente questo tipo di poeta si definisce poeta incompreso. Nessuno riesce ad arrivare fino in fondo e vedere ciò che c’è nell’abisso della sua coscienza. L’unica cosa che dunque gli resta da fare è ritirarsi nel proprio angolo di universo e ripudiare il mondo esterno, non solo con rammarico, ma per di più con un misantropico ribrezzo.

La verità è che costui non è un poeta, ma semplicemente dice di essere tale. È un usurpatore. O più frequentemente un uomo che ha fallito nel suo tentativo di essere poeta. Il grande edificio della poesia si è dunque riempito di questi uomini e di queste donne che con grandi aspirazioni ma poca abilità hanno iniziato a fare i padroni in casa d’altri. Ci si chiede allora dove siano i reali padroni di questa poesia, i reali poeti. Essi, di fatto, non sono mai usciti di casa loro, ma la loro casa è così piena e la confusione è tanta e tale che è impossibile identificarli. L’errore dei poeti sta nel fatto che mai hanno cercato di emergere, sono rimasti in quella casa affollata da usurpatori.
Per il timore di non essere capito, uscirò da questa metafora: in un mondo dove dominano la sottocultura e la sovrapproduzione (non economica, sia chiaro, ma in questo caso prettamente letteraria) è facile che quel poco di giusto e lodevole che sia stato fatto, venga sommerso dal resto e dimenticato. Di conseguenza è paradossalmente più facile riscoprire un antico poeta di 1000 anni fa che scoprire ciò che il miglior poeta oggi esistente sulla faccia della terra ha appena pubblicato. La spazzatura è troppa.
Il vero poeta deve trovare una soluzione, non può continuare così. Chiedere a tutti di uscire di casa non avrebbe alcun senso, perché semplicemente non lo ascolterebbero. Ha perso quell’autorità che aveva, o più probabilmente non è mai riuscito a guadagnarsela. Non è in questa sede che svelerò la ricetta per una poesia nuova e perfetta, che finalmente riesca a ridare una dignità al vero poeta. Posso però proporre un primo passo, ed è quello che farò qui di seguito.

Ciò che vedo intorno a me è una poesia sempre più misteriosa e imperscrutabile, come già detto. In realtà solo gli incapaci, che nemmeno mi pare opportuno definire poeti, scrivono in modo misterioso e imperscrutabile. Questa soggettivizzazione della poesia sta sconfinando nel ridicolo. Arriveremo al giorno in cui ogni uomo si dichiarerà poeta e proporrà una poetica incomprensibile a chiunque altro all’infuori di se stesso. Sarà una babele poetica.

Uno dei più grandi psicologi sovietici, Vygotskij, ha delineato la differenza tra senso e significato. Il senso è un significato personale, è quel particolare significato che noi attribuiamo a una parola, noto solo a noi stessi. Il significato è invece condiviso, in quanto tutti lo comprendono. Oggi io vedo una poesia del senso. Vorrei che la poesia di domani fosse la poesia del significato.

Questo, si noti, non equivale a dire che la poesia debba piacere a tutti. La ricerca del consenso del grande pubblico non è necessaria, anche perché ho visto molti uomini e molte donne andare in questa direzione, intellettuali e letterati brillanti perfino, che per un po’ di successo si sono concessi a piccol pregio. Sono le prostitute della poesia. Per riprendere la metafora della casa, sono quei e quelle tali che se ne stanno nel vialetto appena fuori dalla casa della poesia, e la gente che passa, ingenua e disinformata, li indica, si cura di loro e dice: “quelli sono i poeti”. Lo dice in buona fede, ma sbaglia.

L’importanza sta nell’usare un linguaggio dotato di significato universale o, quantomeno, il più universale possibile. Un linguaggio semplice. Non è questa una novità. Già Aulo Gellio, nelle Noctes Atticae scriveva “imprimiti bene nella mente e nell’animo che, come un marinaio evita gli scogli, così tu devi evitare le parole strane e rare“. Lessi questa frase per la prima volta nel mio libro di latino al liceo, percepii subito il fatto che fosse importante e per questo la imparai a memoria. Solo ora ne comprendo appieno il motivo.
Comunque sia, di esempi come questi se ne possono fare molti, dispiegati lungo i secoli ma con lo stesso identico messaggio. Mi sia data la possibilità di ricordare la sentenza di Jack Kerouac “One day I’ll find the right words and they will be simple” [un giorno troverò le parole giuste e saranno semplici].
La semplicità non deve però cadere nella banalità, ed è questo il punto più delicato di tutta la mia trattazione, qui arriva infatti il compito più difficile dell’aspirante poeta. Si potrebbe pensare che poco sopra io abbia definito come incapace il poeta che parla del suo misterioso abisso interiore. Quello che intendevo, però, è ben diverso: io dico che chi si arroga il diritto e l’onere di parlare del suo, così séguito a chiamarlo, “misterioso abisso interiore”, non è capace di farlo. Sbaglia, fallisce clamorosamente. Perché?

Perché utilizza il senso anziché il significato. Rende se stesso comprensibile a sé (e non c’è nulla di male in questo) ma non rende l’uomo comprensibile all’umanità. Di conseguenza, d’ora in poi chi si vorrà definire poeta dovrà scavare dentro di sé e spiegarsi in modo preciso, puntuale e soprattutto chiaro. Non sono le acque torbide che ci interessano. Il fondale di un mare profondo e in particolar modo quest’abisso, sono visibili solo in acque limpide. Spero che nonostante l’ulteriore metafora, il concetto sia chiaro: il senso rende incomprensibile ogni cosa, il significato la rende limpida. Questa è la strada da seguire.

Potrei essere accusato di ingenuità, e mi si potrebbe dire che è impossibile parlare in modo chiaro e puntuale di qualcosa di così complesso come l’abisso interiore dell’essere umano. Mi si potrebbe dire che nemmeno i grandi poeti ci siano riusciti e che persino Montale dicesse di “non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe”. Rispondo a queste critiche dicendo che non era compito di Montale riuscire in questo obiettivo. Montale ha scritto mezzo secolo fa, se non prima. Questo è il nostro nuovo compito e sicuramente non è facile. Ma non chiamatemi ingenuo se quello che in realtà vi chiedo è l’attuazione di un compito nuovo e difficile. Ma non impossibile. C’è chi nel corso dei secoli è riuscito in questo arduo compito: ci è riuscito Dante, ci è riuscito Gozzano, ci è riuscito Kerouac. Abbiamo grandi maestri. Dimostriamoci allievi all’altezza.

Facciamo dunque nostro questo consiglio: indaghiamo dentro noi stessi e cerchiamo di definire chiaramente ciò che siamo nel profondo. Se non riusciremo, avremo fallito in quanto poeti. Cerchiamo la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe. Se non lo faremo, avremo fallito nel tentativo di costruire una nuova poesia.

E per primo lo dico a me stesso.

Jean Durante

Sylvia Plath, a particularly beautiful woman

Carl Jung disse che una donna particolarmente bella è una fonte di terrore, e probabilmente mentre lo diceva una qualche disturbata eco cavalcantiana arrivava ancora alle sue orecchie. Ma Jung aggiunse che una donna bellissima è una terribile delusione. Ciò che in altre parole egli sosteneva era che l’uomo, di fronte a una donna molto bella, ha, prima di tutto, paura, perché la vede come un obiettivo irrealizzabile, fuori dalla sua portata, ma dopo averla conosciuta egli rimane deluso. Deluso perché scopre che quella donna meravigliosa non è così perfetta come immaginava.

Sylvia Path

Sfortunatamente il fato non è stato con me abbastanza generoso da farmi conoscere Sylvia Plath, poetessa e scrittrice statunitense, perché forse sarebbe stata in grado di sfatare le parole pronunciate da Jung. Donna dalla bellezza pura e fragile, oltre al suo corpo meraviglioso, meravigliosa fu anche la sua anima. È quella donna che, mi imbarazzo a dirlo, rimpiango di non aver mai incontrato.

Un aggettivo capace di descriverla alla perfezione è sicuramente complicata, un altro è fragile. Era infatti una donna con una testa piena di pensieri, concetti, idee, paure, timori che si accumulavano gli uni sugli altri fino a rischiare di scoppiare. E il rischio divenne realtà la notte tra il 10 e l’11 febbraio del 1963, quando Sylvia, a soli 30 anni, sigillò con lo scotch ogni fessura della cucina nella quale si era chiusa, posò la testa all’interno del forno e aprì il gas. Ma Sylvia aveva in precedenza sigillato la camera dei suoi bambini affinché il gas non arrivasse fin lì, e lasciato accanto ai loro lettini il latte e il pane con il burro per la colazione.

Fu un atto folle ma al tempo stesso meditato e razionale. Fu un gesto di arroganza ma al tempo stesso di altruismo. Fu una dichiarazione non di odio nei confronti della vita, ma di maggior preferenza per la morte.

Amo Sylvia Plath e amo le sue poesie, come quella che vi voglio proporre, che io ritengo semplice, pura e sconvolgente al tempo stesso. Ma prima di ulteriori commenti, ve la faccio leggere. Qui troverete la traduzione in italiano.

I Am Vertical

But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them–
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

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Ora forse riuscite a capire perché ho detto che non odia la vita ma preferisce la morte. La morte come gesto di umiltà, nulla più. C’è forse qualcosa di malato in Sylvia nel comprendere che il mondo non è un posto adatto per lei? Che forse solo la morte può finalmente farla sentire a suo agio, può finalmente farla diventare un umile e fragile frammento di universo in pace e in armonia con tutto il resto? Insomma, c’è un qualcosa di malato nel credere che solo la morte può e deve essere la risposta? Forse sì, ma sicuramente c’è anche un fondo di perversa saggezza. Io non riterrò mai il suicidio una risposta valida, perché la vita è sacra sempre e comunque, ma rimango ogni volta esterrefatto e interdetto di fronte a queste sue parole perché io no, io non sono capace di arrivare a tanto. È una diversa forma di perfezione, è qualche cosa che va oltre la banalità della vita e che va oltre l’oblio della morte. È la perfezione dell’essenza.

O almeno così a me pare.

Jean

L’edera – Franco Fortini

Molti anni fa, quando non eravamo
ancora marito e moglie, in un pomeriggio
di marzo o aprile, lungo le rive di un lago,
un poco scherzando, un poco sul serio, colsi
al piede di un abete un breve ramo di edera,
simbolo di fedeltà dei sentimenti,
per ricordo di quella passeggiata tranquilla
ultima di un’età della nostra vita.

Senza turbamento non so guardarla.
La luce ha scolorito a poco a poco
le foglie che erano verdi e nere.
Mutamenti impercettibili, sintesi
molto lente, alterazioni invisibili.
Come se non vent’anni ma molti secoli
fossero passati. Ora quel ramo somiglia
tante cose che inutile è qui nominare.

Pure, solo così impallidendo, ha vissuto.
Se una volta era degno di sorriso
ora è più somigliante figura d’amore.

Stai leggendo la raccolta di poesie “Una volta per sempre” di Franco Fortini. Hai appena letto poesie come “Un’altra attesa”, “Traducendo Brecht” o “Fine della preistoria”, dove prevalgono i sentimenti di impazienza, ansia, e a tratti, anche di odio. Stai leggendo delle poesie fortemente ideologizzate, da cui traspare in maniera forte l’essere comunista di Fortini. Stai leggendo e a tratti rimani pure dubbioso, se non allibito.

Ma poi volti pagina e ti ritrovi davanti agli occhi questa poesia. Ti aspetteresti di tutto, a parte questo. La leggi piano, perché lento è il suo ritmo, un ritmo prosastico, quasi come se Fortini avesse preso un romanzo, l’avesse fatto a pezzi e ne avesse ottenuto così delle poesie. È il suo inconfondibile ritmo, è il suo inconfondibile stile. Ma la presenza di una donna nel secondo verso, ti agita già un po’: non te lo saresti mai aspettato. Vai avanti a leggere incuriosito e, finita la prima strofa, ti manca già il fiato. È perfetta.

Dopo una breve pausa, ricominci a leggere. Pensi che sì, il turbamento è un sentimento tipicamente fortiniano, ma pensi anche che no, non questo tipo di turbamento. Non è un turbamento politico questo, né esistenziale. È piuttosto un turbamento d’amore. Hai quindi già intuito che questa è una poesia importante, ma non hai ancora ben capito perché. Consapevole di questo, vai avanti a leggere.

Che perfetta descrizione, nei minimi dettagli, fin dentro alle venature della foglia! Stai pensando… e poi leggi: Come se non vent’anni ma molti secoli | fossero passati. “Ora quel ramo somiglia | tante cose che inutile è qui nominare“. Ah, ora hai compreso la descrizione dell’edera: è passato molto tempo. Ma aspetta, pensi fra te e te. Quali cose? Perché è inutile nominarle? Tu, lettore, in realtà le vorresti sapere tutte. Ma fidati di me e di Fortini, non sono importanti. Tutto quel che c’è di importante, ti verrà detto tra poco. Leggi l’ultima strofa.

Ecco, ora che l’hai letta, sei rimasto quasi paralizzato. Forse ti sei riconosciuto in quelle parole, o forse hai riconosciuto l’amore dei tuoi genitori in esse. O forse, stai sognando di poterle leggerle, un giorno, fra dieci o vent’anni, sentendole completamente tue. Non riesci a pensare a molto altro, non riesci a riflettere. Ma è normale, in questo caso: riflettere non è sempre necessario. Fai piuttosto un piccolo segno, a matita, accanto al titolo della poesia, o fai una piccola piega in fondo alla pagina del libro, così, quando vorrai, avrai sempre la possibilità di rileggerla.

 

Jean

“La mia poesia ha ripiegato le ali”: Rimbaud, la poesia e ciò che li lega.

Con la pubblicazione, avvenuta nel 1873, di Una stagione all’inferno si chiude il periodo di produzione artistica di Rimbaud: Rimbaud smette di scrivere. Perché egli abbia smesso è una domanda a cui molti critici nel corso del Novecento hanno provato a rispondere, ma nessuno è stato in grado di dare risposte certe.

Alcuni, rifacendosi proprio al suo ultimo scritto, vedono il rifiuto dell’arte da parte di Rimbaud come la comprensione della sua inutilità. Infatti egli nell’abbozzo della Stagione all’Inferno dice: «Ora odio gli slanci mistici e le bizzarrie di stile. Ora posso dire che l’arte è una sciocchezza».

Français : Arthur Rimbaud (1854-1891) en 1872....

Français : Arthur Rimbaud (1854-1891) en 1872. Photographie conservée à la Bnf. (Photo credit: Wikipedia)

Ma sembra difficile che Rimbaud, in un clima dove la poesia è identificata come irrazionale e soprattutto come inutile, tanto da arrivare, proprio all’interno del circolo parnassiano di cui Rimbaud faceva parte, alla teoria dell‘Arte per l’Arte, la rifiuti proprio a causa della sua inutilità.

C’è chi invece ritenga che nel suo totale rifiuto della società europea, dominata da una mentalità puramente economica, Rimbaud arrivi a identificare la poesia stessa come prodotto di quella società e sia dunque costretto a rifiutarla.

Altri ancora, più semplicemente, fanno notare il coincidere della fine del rapporto di Rimbaud con Paul Verlaine e la fine del suo scrivere artistico, e assumono la fine di questo rapporto come causa della fine dello scrivere del poeta. Infatti in una lettera del 5 luglio 1873 inviata da Rimbaud all’amico, egli scrive, fra le altre, queste parole:

Se vuoi spedirmi le tue lettere a Parigi scrivi a L. Forain, 289, Rue St. Jacques, per A. Rimbaud. Saprà il mio indirizzo. Certo, se tua moglie tornerà, non ti comprometterò scrivendoti – non ti scriverò mai.

La sola, unica mia parola è: torna, voglio stare con te, ti amo.
Se la ascolterai, mostrerai del coraggio, e di avere uno spirito sincero.
Altrimenti, io ti pianto.
Ma io t’amo, t’abbraccio, e noi ci rivedremo.”

Ma in quella semplice promessa di Rimbaud di non scrivere più all’amico, troppo facilmente i critici ne deducono una promessa di non scrivere più nulla in assoluto. Tutte queste teorie mi lasciano in qualche modo perplesso, e forse, non essendo mai l’una in contrasto con l’altra, è l’insieme di questi più diversi motivi ad aver portato Rimbaud a smettere di scrivere. Ma la domanda a cui io vorrei rispondere non è quale motivo ha spinto Rimbaud a smettere di scrivere, bensì un’altra: ha davvero Rimbaud smesso di scrivere? Di certo egli non ha mai smesso di scrivere lettere in prosa ad amici e familiari, ma del suo scrivere poetico, dopo Sogno del 1875 non ci resta apparentemente più nulla.

Nel tentativo di trovare le tracce di suoi scritti poetici, ho pensato di leggere le sue lettere posteriori al 1875, nelle quali ci sarebbero potute essere tracce di poesia. Non ho trovato molto, se non che in una lettera alla sorella del 15 luglio 1891, parlando delle sue pessime condizioni di salute, a causa delle quali egli non poteva più muovere la gamba sinistra (la cui causa si rivelerà essere un tumore, che lo porterà in poco tempo alla morte), egli dice queste parole:

“Decisi di riposarmi, o almeno di rimanere in posizione orizzontale. Disposi un letto tra la mia cassa, i miei scritti e una finestra dalla quale potevo osservare le mie bilance in fondo al cortile.”

Ciò che mi ha interessato di questo stralcio di lettera sono le tre parole i miei scritti. Esse infatti presuppongono che Rimbaud conservasse, nonostante il suo continuo viaggiare, i suoi scritti. Ma questi scritti, esattamente, a cosa corrispondono? Potrebbero corrispondere semplicemente alle sue lettere, oppure potrebbero corrispondere alle sue poesie. Come fare a capire quale delle due ipotesi è quella giusta? Per riuscirci ho cercato il testo originale di questa lettera alla sorella Isabelle, scritto ovviamente in francese, e in esso ho sorprendentemente trovato che la parola utilizzata al posto dell’italiano scritti è ecritures, che non significa esattamente scritti (il cui corrispondente francese è ecrites), ma, più precisamente scritture, un termine che è molto più preciso, un termine che rimanda alle sacre scritture della Bibbia. A questo punto ho cercato, in tutte le sue lettere, dove Rimbaud utilizzi questo termine, e, benché lo utilizzi di rado, esso è sempre accostato al significato di scritti artistici, mai epistolari. Rimbaud utilizza questa parola per indicare un qualcosa di sacro e di visionario, una profezia, infatti come dice nella lettre a Paul Demeny, meglio conosciuta come lettre du voyant, il poeta deve essere veggente, e ciò che scrive deve essere, appunto, una ecritur, un qualcosa di mistico, di visionario. Ecco dunque che il termine scritture può essere facilmente accostato al termine poesie, mentre non avrebbe senso se accostato alle prose o alle lettere.

Con questo non voglio sostenere che Rimbaud abbia ricominciato a scrivere poesie, ma che sicuramente tutte le poesie che aveva scritto prima del 1875 gli erano ancora care, e le portava ancora con sé.

Ma questo sarebbe troppo poco per sostenere un legame inscindibile fra Rimbaud e la poesia. Quello che più mi conduce ad essere convinto di questo legame è un altro testo del poeta francese, il suo ultimo testo. Il 9 Novembre 1891, Rimbaud, sentendo forse la sua ora vicina (morirà solo poche ore dopo, la mattina del 10 Novembre), chiede a sua sorella che lei scriva al posto suo, visto che le sue pessime condizioni di salute non gli permettono di essere autonomo, e le detta queste parole:

“Al direttore delle «messaggerie marittime»

Un lotto*: un dente solo.

Un lotto: due denti.

Un lotto: tre denti.

Un lotto: quattro denti.

Un lotto: due denti.

Signor Direttore,
Le voglio chiedere se Lei mi abbia mai preso in considerazione. Io desidero immediatamente cambiare questo servizio, del quale non conosco neppure il nome, e in tutti i casi, che ci sia il servizio di Aphinar. Tutti questi servizi sono dappertutto laggiù, ed io, impotente, sfortunato, io non posso trovare nulla, il primo cane per la strada glielo potrà dire.
Inviatemi dunque il prezzo dei servizi di Aphinar a Suez. Io sono completamente paralizzato: dunque desidero trovarmi a bordo di buon ora. Ditemi a quale ora devo essere trasportato a bordo…”

(*Il lotto era una quota fissa di una certa merce, che veniva utilizzata come mezzo di baratto: nel suo lavoro di commerciante in Africa, Rimbaud era solito barattare lotti di caffè con denti di elefante, molto pregiati poiché d’avorio)

Ritengo che le prime righe contenute in questo ultimo scritto possono essere considerate a tutti gli effetti versi poetici, e quindi nel loro insieme, una poesia; infatti hanno forti analogie con quei criteri metrici e stilistici che Rimbaud utilizzò nelle sue precedenti poesie, come tenterò ora di dimostrare.

Innanzitutto il verso breve era spesso utilizzato dal giovane poeta maledetto fin dai suoi primi scritti poetici, ad esempio in Les reparties de Nina e Mes Petites amoureuses, e l’utilizzo di versi molto corti, anche solo bisillabici, è sempre più frequente in Rimbaud, tanto che fra i suoi ultimi componimenti, detti Dernier Vers, la maggior parte delle poesie sono composte da versi molto brevi (come L’Eternité, Bonheur , Age d’Or).

In secondo luogo dal punto di vista stilistico l’anafora, l’intera ripetizione di versi o comunque l’ossessivo ripetersi di determinate parole è molto frequente in Rimbaud, si prendano i primi due versi della poesia Tête de Faune dell’appena quindicenne poeta:

Dans la feuillée, écrin vert taché d’or,Dans la feuillée incertaine et fleurie

Dentro il fogliame, scrigno verde macchiato d’oro,Dentro il fogliame, incerto e fiorito

O i versi 21-36 del IV capitolo di un componimento come Ce qu’on dit au Poète à propos de fleurs, dove una singola parola, trouve, si ripete all’inizio di ogni strofa:

Trouve, ô Chasseur, nous le voulons,
Quelques garances parfumées
Que la Nature en pantalons
Fasse éclore ! – pour nos Armées !

Trouve, aux abords du Bois qui dort,
Les fleurs, pareilles à des mufles,
D’où bavent des pommades d’or
Sur les cheveux sombres des Buffles !

Trouve, aux prés fous, où sur le Bleu
Tremble l’argent des pubescences,
Des calices pleins d’Oeufs de feu
Qui cuisent parmi les essences !

Trouve des Chardons cotonneux
Dont dix ânes aux yeux de braises
Travaillent à filer les noeuds !
Trouve des Fleurs qui soient des chaises !

Trova, o Cacciatore, lo vogliamo
qualche robbia profumata
che la natura in calzoni
faccia sbocciare! – per le nostre Armate!Trova, nei dintorni di Foreste addormentate,
fiori simili a dei musi
che sbavano auree pomate
sugli scuri capelli dei Bufali!Trova, ai folli prati, dove sul blu
trema l’argento delle pubescenze,
dei calici pieni di Uova di fuoco
che si cuociono tra le essenze!Trova Cardi cotonati
di cui dieci asini con occhi di brace
lavorino per filarne i nodi!
Trova Fiori che siano sedie!

O, in maniera molto più vistosa, si guardi alla poesia Felicità, dove il ripetersi di uno stesso verso (per di più molto breve) è continuo e quasi ossessivo.

O saisons, ô châteaux,
Quelle âme est sans défauts?O saisons, ô châteaux,J’ai fait la magique étude
Du Bonheur, que nul n’élude.O vive lui, chaque fois
Que chante son coq gaulois.Mais ! je n’aurais plus d’envie,
Il s’est chargé de ma vie.Ce charme ! il prit âme et corps,
Et dispersa tous efforts.Que comprendre à ma parole ?
Il fait qu’elle fuit et vole !

O saisons, ô châteaux !

[Et, si le malheur m’entraîne,
Sa disgrâce m’est certaine,

Il faut que son dédain, las !
Me livre au plus prompt trépas !

O saisons, ô châteaux,
Quelle âme est sans défauts ?]*

*Le ultime sei righe sono state barrate da Rimbaud stesso con una croce e non sono qui tradotte in italiano.

O stagioni, o castelli,quale anima è senza difetti?
O stagioni, o castelli,
ho fatto il magico studiodella felicità che nessuno elude.
Oh, viva lei, ogni voltache canti il gallo gallico.
Ma non avrò più desideri:essa s’è incaricata della mia vita.
Questo incanto! prese anima e corpoe disperse ogni sforzo.
Come comprendere la mia parola?Bisogna ch’essa fugga e voli!
O stagioni, o castelli!

Di certo non si può paragonare questo ultimo testo di Rimbaud con i suoi scritti giovanili in quanto a bellezza artistica. Si può invece, e a mio parere si deve, comprendere quanto questo testo sia importante: alla fine della sua vita, in un momento di atroce dolore fisico che invadeva tutto il suo corpo, Rimbaud decide di scrivere, e che si tratti di ermetismo, avanguardia dadaista o semplice farneticazione poco importa, quello che importa è che dall’uomo che Rimbaud è, emerge il poeta, in un emergere che è faticoso, scosso, combattuto, ma di decisiva importanza: è la dimostrazione ultima di un disperato legame tra Rimbaud e la poesia.

Jean