Cosa sta succedendo in Grecia

È da molto tempo che non mi impegno a scrivere su questo blog. Un’po perchè essendo uno studente universitario talvolta il tempo scarseggia, un po’( un bel po’) per  pigrizia e un po’ perchè semplicemente non ne ho voglia.

Ma in questi ultimi giorni è accaduto qualcosa, qualcosa che mi ha convinto a tornare a condividere i miei pensieri con voi sparuti lettori di questa piattaforma digitale. Come (non) tutti sapranno il mio campo di studi è quello economico, ed è stato proprio quello che ho imparato nella mia carriera universitaria a darmi spunto per scrivere questo articolo. Chi è attento alle notizie di attualità, sapendo che mi concentrerò sulla parte economica, può già avere intuito di che cosa tratterò. Per tutti gli altri espliciterò a chiare lettere l’argomento di cui voglio parlare: la crisi greca.

L’ Europa è in un momento di difficoltà, questo è indubbio. Diverse nazioni, tra cui Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, sono affossate da un enorme debito pubblico e le loro economie stentano a ripartire. Il tasso di disoccupazione è elevato e la crescita del PIL si aggira intorno allo zero o persino sotto.

Evidentemente qualche problema c’è, ma voglio prendere nel dettaglio la situazione greca, perchè è di quella che voglio parlare. La Grecia, come del resto l’Italia, è sempre stata caratterizzata da un elevatissimo debito pubblico, che supera di quasi il doppio il valore del PIL. Il problema maggiore del debito pubblico è sostanzialmente il fatto che per finanziare questo debito la soluzione più facilmente praticabile è quella di stampare moneta in modo da avere denaro disponibile per pagare i creditori. Consequenzialmente la moneta, che entra in circolo in grande quantità, perde di valore, causando un aumento dei costi per l’ importazione e dunque una sostanziale preclusione a tutti i prodotti che provengono dagli stati esteri. Il fabbrisogno totale della nazione dovrebbe quindi totalmente essere offerto dai produttori locali o nazionali, che dunque detengono una sorta di monopolio. Le conseguenze del monopolio sono note e spesso letali per una nazione: i prezzi si possono alzare a dismisura (sino ad essere pari a quelli dei produttori esteri), la quantità di prodotti acquistati cala e quindi aumentano disoccupazione e povertà. Per far fronte alla povertà dilagante il governo deve sovvenzionare i cittadini bisognosi, andando nuovamente a stampare moneta ed entrando in un circolo vizioso di complicatissima soluzione.

Tutto questo prima dell’Euro. Perchè la moneta unica europea ha portato, da questo punto di vista, una stabilità mai vista sino ad ora: anche se il debito greco aumenta il fatto che tutta l’Europa sia sostanzialmente a garanzia di questo debito impedisce che la moneta perda di valore. Inoltre l’Europa si è sempre adoperata per cercare di detenere almeno una parte del debito della Grecia, facendo in modo che il mercato e la borsa non si preoccupino troppo del fatto che i conti greci non siano perfettamente a posto.

E la Grecia? La Grecia fino al 2012 ha continuato a creare nuovo debito, concedendo pensioni elevate a tutti con un’età pensionabile veramente bassa, sussidiando con una quantità di denaro abnorme tutti coloro che perdevano il lavoro o che erano disoccupati, elargendo stipendi alti ai dipendenti del pubblico impiego, e spendendo dunque tutti i soldi dei contribuenti in misure che potevano essere certamente ridotte. La sanità e la scuola, d’altro canto, pativano la mancanza di denaro, che era tutto concentrato nelle misure sociali suesposte, e funzionavano in maniera pessima. Nel 2012, anche a causa della situazione finanziaria globale instabile, avviene l’impensabile: neppure le garanzie offerte dall’ Europa hanno permesso di tranquilizzare i mercati, che considerano i conti greci inaffidabili e tutti i titoli di stato della Grecia come titoli “spazzatura” (junk), ovvero titoli non più commerciabili in quanto non garantiti.

Accade qui una svolta di cui è importante tenere conto: l’ Europa si offre di comprare questi titoli di stato greci, e quindi di salvare la Grecia dal fallimento, ma in cambio chiede al governo greco il ridimensionamento di quelle misure sociali che avevano causato l’enorme debito pubblico, tentando di fare comprendere come non ci possano essere privilegi o sprechi di denaro in un momento di difficoltà.

Il governo greco presieduto da Samaras accetta la soluzione prospettata dall’UE. La situazione greca però è pessima, e i tagli alla spesa pubblica, che sono di fondamentale importanza nel lungo periodo, ma che sono recessivi nel breve, causano una mancanza di fiducia tale da gettare nello sconforto la popolazione che nelle nuove elezioni indette nel febbraio 2015 elegge il comunista-populista Tsipras come capo del governo. Quest’ ultimo,dopo alcuni mesi di trattative con l’Europa su come ripagare i debiti contratti nel 2012, propone all’UE un piano insensato per il ripianamento dei conti pubblici e dunque per il pagamento ai creditori europei.

Tsipras infatti prevede che le tasse aumentino in maniera esponenziale in modo che tale da aumentare il gettito fiscale in maniera tale da recuperare proprio dalle imposte il denaro per ripagare i debiti. Quella di aumentare le tasse in realtà è un’idea pessima e controproducente: il gettito aumenta di pochissimo, i consumi crollano, i grandi patrimoni vengono portati all’estero,e la recessione aumenta. L’Europa rendendosi conto che in questo modo la Grecia andrebbe incontro al suicidio, rifiuta questo piano di Tsipras e ne propone uno fatto di tagli della spesa pubblica e riduzione delle imposte, in continuazione con quanto aveva fatto il precedente governo Samaras.

Questo piano, ci tengo a sottolinearlo in modo marcato, è l’unico che ha qualche possibilità di successo. Infatti è fondamentale riuscire a capire che se i tagli alla spesa sono recessivi nei primi anni in cui vengono impiegati, essi portano ad una crescita molto maggiore alla recessione che hanno causato, negli anni successivi. Se il debito pubblico cala a seguito dei tagli, anche le imposte possono essere ridotte. Un riduzione delle imposte causa un aumento dei consumi e dell’occupazione, nonchè una crescita netta del PIL, che a sua volta permette un’ ulteriore riduzione del debito.Per vedere questi effetti sono necessari dai 3 ai 5 anni, ma il problema fondamentale è quello della fiducia dei consumatori. Se i consumatori sono fiduciosi per il futuro allora il piano funziona, ma se i consumatori sono non informati oppure non fiduciosi allora gli effetti benefici di un taglio alla spesa sono rimandati nel tempo.

Nonostante il piano proposto dall’UE sia l’unico praticabile Tsipras non ne vuole sapere di rispettarlo e propone un referendum in modo che sia il popolo greco a decidere se questo piano debba essere rifiutato oppure accettato. Ovviamente ove il piano europeo non fosse accettato la Grecia sarebbe costretta ad uscire dall’ Euro e molto probabilmente a fallire, perdendo la fiducia dei mercati anche per moltissimi anni a venire e creando una situazione di tensione sociale all’interno del Paese davvero elevata.

Questa è la mia analisi di ciò che accade ad oggi in Grecia. Ciò che mi ha portato a scrivere oggi non è in realtà la volontà di fare questa analisi, quanto piuttosto il fatto che la netta maggioranza del popolo italiano che frequenta e scrive opinoni sul web sia nettamente contrario all’accordo con l’UE e che ci siano moltissime persone che ritengano che l’unica via d’uscita possibile sia quella di uscire dall’Euro e quindi andare incontro ad una inevitabile catastrofe. L’Europa, da tutti vista come un tiranno e come un ente assolutamente insensibile alle problematiche nazionali, ha in realtà sempre aiutato la Grecia aquistando i titoli di stato quando nessuno lo avrebbe mai fatto, fornando di fatto moltissimo denaro agli ellenici.

Ripeto inoltre, poichè davvero lo ritengo il punto centrale di tutta la faccenda, che la via proposta dall’Europa è la più saggia e anche l’unica con diverse possibilità di riuscita, in quanto i tagli alla spesa sono l’unica vera soluzione per uscire dal debito pubblico elevato.

Spero vivamente di essere riuscito a convincere anche solo uno di voi con questo mio articolo. Se così fosse il mio ritorno dopo diverso tempo avrà avuto un senso.Il referendum avverrà il 5 luglio, e dunque quel giorno sapremo il futuro della Grecia e dell’Europa. Sperando che anche i greci capiscano. Sperando che vinca il sì all’accordo con l’Europa.

Se non c’è alternativa

Guardate questo grafico (link).

Osservatelo attentamente. È la percentuale di debito pubblico rispetto al PIL, uno dei moltissimi indicatori economici che vede l’ Europa spaccata in due parti. Da un lato Italia, Portogallo, Irlanda, Grecia, dall’altro Germania, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi. La divisione non è affatto casuale: da una parte ci sono i paesi che sono in recessione, che soffrono moltissimo la crisi, dall’altra abbiamo nazioni in crescita, o comunque intaccate in modo minimo dalla crisi economica. Un’altro indicatore che mostra una divisione, più netta ed evidente, e anche più dolorosa, è quello sul tasso di occupazione:

File:Mappa disoccupazione UE2.png

Mi fermo qui perchè di grafici e indicatori ce ne sono diversi, e tutti molto negativi per l’Italia. Eppure questi grafici non sono fini a sè stessi. Non si esauriscono sulla carta dove sono stampati, non sono dei semplici numeri senza alcun significato. Dietro questi indicatori c’è infatti la vita economica di un paese, la vita reale della popolazione. Allora diviene naturale pensare, ragionare su questi grafici, sorgono spontanee delle domande. E la prima cosa che viene in mente, la più banale, è quela di fare qualcosa, per cambiare strada.

Eppure l’Italia non può far niente. Questo post nasce proprio dalla necessità di raccontare un qualcosa che viene continuamente sottovalutato, ovvero come in questo preciso momento storico l’Italia non possa in alcun modo promuovere una propria politica. E questa potrebbe essere un’occasione clamorosa.

Mi spiego meglio. Il grafico che ha aperto questo post non è stato scelto casualmente tra lo spettro dei grafici economici possibili. Esso è la causa principale del perchè l’Italia si trova nella situazione in cui è impantanata oggi. Il debito pubblico italiano è altissimo. La spesa pubblica è stata evidentemente spropositata in relazione al PIL, le tasse, per questo motivo, sono altissime, e gli interessi sul debito sono mostruosamente elevati. Ed è qui che viene la chiave per poter provare a uscire dalla crisi economica. L’Italia infatti non può far nulla proprio per questo motivo. Essendo in Europa, deve sottostare a delle regole, che sono state saggiamente fissate per impedire che un paese possa andare in bancarotta. Se il nostro paese vuole restare nell’Unione Europea, ed è una follia pensare di uscirne, deve rispettare alcuni parametri economici. Tali parametri prevedono che non possano essere immessi soldi in circolazione, che non si possa più permettersi di spendere, dato che si è già speso troppo in passato, e quindi, cosa fondamentale, che non si possa più fare alcuna riforma. Se si parte da questa corretta ipotesi, ovvero che l’Italia è bloccata dal suo debito, le conclusioni divengono chiare e lampanti. Se una qualsiasi politica, di destra, di sinistra, di centro, è impossibile, perchè l’Italia è troppo indebitata per poter fare qualunque cosa, immobilizzata da un gigantesco macigno che è il debito pubblico, è ovvio che l’unica alternativa possibile sia quella di ridurre questo enorme debito. E ridurlo drasticamente. Ripeto: questa non si tratta di una possibilità politica, ma dell’unica possibilità politica rimasta al nostro paese. È la base dal quale partire. Senza quella base l’Italia muore, soffocata da interessi sul debito di 84 milardi di euro. Le politiche di qualsiasi tipo, progressiste, liberali, conservatrici, vengono dopo quella primaria necessità di tagliare il debito.

Il governo Letta sembra averlo in parte capito, ma i tagli sono troppo poco drastici. Se Letta continuerà così rischiamo di passare diversi anni a tagliare poco debito, che continuerà a salire, e ci ritroveremmo dunque nella stessa situazione di partenza, ma senza diverse aziende strategiche da privatizzare, se le privatizzazioni vengono fatte un po’ per volta e male. Se si vuole recuperare una minima sovranità politica (anche se non è detto che ciò sia un bene ) bisogna dunque fare grandi tagli, attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni. Dopo aver fatto questo, e solo dopo, si può pensare a una politica più progressista che porti soldi all’economia e aiuti a permettere la crescita dell’economia. Ma per ora, lo ripeto, non c’è alternativa.

Qualcosa su Giovanni Pascoli

“Omnes arbusta iuvant humilesque Myricae”.

Il mio poeta preferito, Giovanni Pascoli, inizia così l’epigrafe della sua raccolta di poesie più famose, intitolata Myricae. A tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici, si potrebbe tradurre. Questa frase, ovviamente, ha un significato decisivo nella storia poetica pascoliana, introducendo nella raccolta il fondamentale concetto di diritto di cittadinanza per tutti gli elementi della realtà. Ma, a mio parere, questa straordinaria rivoluzione che riguarda l’oggetto della poesia è soprattutto la premessa a una ancor più straordinaria capacità di Pascoli, capacità che lo rende a tutti gli effetti il mio poeta preferito.

Questa capacità non è facilmente descrivibile a parole, e per capirla appieno è necessario analizzare brevemente la poesia più bella del poeta emiliano, L’assiuolo. La riporto qui sotto:

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

Ci sarebbe tantissimo da analizzare in questa poesia, ma l’elemento che a me stupisce ogni volta che la leggo, che è alla base della capacità di Pascoli di cui sopra parlavo, è il fatto che il poeta emiliano agisca sempre su 2 piani. Prendiamo ad esempio la metrica. Pascoli usa il novenario, verso per eccellenza della filastrocca e della tradizione popolare (in accordo con la sua poetica del fanciullino), eppure, come ha saggiamente notato Contini, lo rompe continuamente con punti interrogativi o esclamativi, pause e virgole. Questa rottura del verso è qui probabilmente dovuta alla volontà di Pascoli di creare un’atmosfera di tensione, di angoscia, ma mette soprattutto in evidenza l’abilità, che sarà sviscerata meglio in seguito, di trasformare un qualcosa di semplice e lineare in una sensazione angosciosa e inquieta. Un’altra consuetudine di Pascoli è quella di passare continuamente da un linguaggio grammaticale, quello che utilizziamo tutti i giorni, a uno pregrammaticale, onomatopeico e fonosimbolico. Questa caratteristica, che è nuovamente un agire su 2 piani differenti, quello della ragione e quello del pre-razionale, è fondamentale per tentare di spiegare il perchè questo poeta mi piaccia tanto. Come nella metrica e nel linguaggio, infatti, Pascoli riesce anche nei contenuti a lavorare su due diversi livelli.

Mentre parla delle “Myricae”, cioè di cose piccole o inutili, mentre descrive piccoli oggetti o animali, il poeta emiliano sta descrivendo in realtà di qualcos’altro, qualcosa di più importante, sta mettendo in risalto delle sensazioni che sono fondamentali per ogni essere umano. Nell’Assiuolo per esempio la sensazione che si ha leggendo la poesia è quella di un’ansia, una preoccupazione, un timore, eppure Pascoli non ha descritto razionalmente queste cose, anzi sta raccontando un paesaggio lunare. Il genio di Pascoli è questo. L’apice della sensazione irrequieta che circonda la poesia si raggiunge nel “chiù” finale di ogni strofa. E il “chiù” non è una descrizione dettagliata dell’ansia che assale il poeta, una lucida spiegazione razionale su come mai abbia questa sensazione, ma semplicemente il verso onomatopeico di un animale notturno. Cerco di spiegarmi meglio. È come se Pascoli ci stesse dicendo che per quanto grande possa essere la ragione umana, per quanto l’uomo possa spiegarsi bene, è nella sfera pre-razionale che si riesce a descrivere al meglio ciò che l’uomo realmente prova. Le sensazioni che ogni persona sente durante il corso della propria vita sono un qualcosa che va oltre il ragionamento puro.Ma il fatto straordinario in realtà è che Pascoli era un classicista, un latinista, un intellettuale di prim’ordine insomma. Questo ci fa comprendere come sia ancor più incredibile questa scelta. Essere una persona colta non ha impedito al poeta emiliano di intuire che la ragione è sì il più alto degli strumenti umani, l’apice a cui l’uomo può aspirare nella sua vita, ma  che esistono anche diverse sfumature all’interno di ogni essere umano che non hanno a che fare con la ragione, e che a volte per spiegare queste sfumature è necessario “abbassarsi” al livello del pre-razionale. Ecco dunque spiegata la necessità di parlare delle cose piccole, delle “myricae”. Solo grazie alle “myricae” infatti si riesce a descrivere davvero i particolari dell’animo umano, le sensazioni, anche quelle più brevi, a fare dei rapidi ritratti dei presentimenti che albergano in ognuno di noi. Ed è questa la capacità fondamentale di Pascoli.

Eppure la poesia dove mi sono accorto di questa abilità del poeta emiliano è un’altra, ovvero La nebbia, presente nella raccolta dei Canti di Castelvecchio. Eccola:

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli,
d’aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valerïane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
Che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane…

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda il cipresso
là, solo,
qui, quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.

Non appena ho letto questa poesia provato una strana sensazione. Vorrei descriverla anche a voi, ma forse, se seguissi quello che mi ha insegnato Pascoli, sarebbe meglio non farlo. E credo che seguirò il suo consiglio. Provate a leggerla, e forse quello straordinario presentimento lo avvertirete anche voi.

Perché gli italiani continuano a votare Silvio Berlusconi

È ancora lì. Dato mille volte per finito, per eliminato, per sconfitto, Silvio Berlusconi è ancora una delle persone più potenti d’Italia. Il destino del nostro paese è legato indissolubilmente alla sua figura e ai suoi colpi di testa. E io, un giovane studente, nato nel 1994, non ho mai vissuto nient’altro che lui. Per me,e per tutti quelli della mia generazione, la politica è quella faccia lì, con tutte le sue follie e le sue incoerenze, con il sorriso stampato e le rughe cancellate da un lifting più o meno riuscito.

Eppure quell’uomo è votato, ogni singola volta che si presenta a una tornata elettorale, da tantissimi italiani.E allora sorge spontanea la domanda:perchè? Perchè così tanta gente vota, e continuerà a votare, un uomo che non è riuscito a mantenere le promesse elettorali, che ha gestito male il paese, che ha aumentato la spesa pubblica e che nei suoi governi ha fatto approvare davvero pochissime leggi utili al paese?

La risposta è probabilmente una sola: Silvio Berlusconi è un comunicatore abilissimo e le sue campagne elettorali sono di straordinaria efficacia. Le capacità dell’ex-premier,in questo ambito, sono molteplici. La prima, quella più evidente, è quella di creare nemici “invisibili”. Quante volte abbiamo sentito Berlusconi parlare di “pericolo comunista”? Tante, forse troppe, eppure la trovata funziona: l’ex premier, durante le campagne elettorali, crea una specie di storia del quale è indiscusso protagonista,e, come in ogni storia di successo, è necessario che il protagonista abbia dei nemici. E i nemici sono i “comunisti” che si oppongono all’Italia per bene e liberale che Silvio vorrebbe rappresentare, sono il male assoluto che paralizza il Paese. Il fatto che i”comunisti” dopo la sua discesa in campo non siano mai esistiti, e che anzi il partito di sinistra sia spesso stato colluso con le sue manovre, non è un problema,dato che Berlusconi opera tramite una semplice modalità, la polarizzazione, che non a nulla a che fare con l’ambito della ragione umana. Il discorso diviene quasi antropologico, ma fondamentale: è impossibile negare che l’uomo non sia formato solo da una parte razionale, ma anche da una che opera secondo istinto, una componente irrazionale che proviene dall’origine animale propria dell’essere umano. Su questa parte irrazionale si fonda la strategia di Berlusconi: tramite le sue tecniche comunicative crea le due fazioni opposte di chi è a suo favore, sempre e comunque, e di chi è contro di lui, sempre e comunque. I vantaggi di questa tecnica, definita appunto polarizzazione, sono diversi e importanti. Eccoli:

1) è la premessa per la polarizzazione: S.B. deve sempre,in ogni occasione, essere al centro della scena. E la modalità più efficace per farlo è quella di dire frasi ad effetto, sopra le righe, frasi divisive, polarizzanti. Dire ad esempio che Mussolini ha fatto anche delle cose buone, e dirlo nel giorno della memoria, è un fatto che ha una primaria conseguenza,cioè il risalto che verrà dato alla notizia, che sarà amplissimo. Ogni giornale titolerà su di lui e Berlusconi ne trarrà un grandissimo vantaggio in termini di pubblicità,negativa o positiva che sia.

2) prendiamo sempre la frase su Mussolini come esempio: chi sostiene Berlusconi non smette certo di sostenerlo perchè ha detto quella frase, anzi attaccherà con forza chi si scaglierà contro l’ex premier. Il perchè di questo atteggiamento è presto detto: la serie di frasi ad effetto, di atteggiamenti discutibili, di comportamenti scherzosi di Berlusconi, di cui parlavo al punto 1, ha creato nell’immaginario di chi lo sostiene,ed è questo il vantaggio primario della polarizzazione, l’idea che chiunque attacchi S.B. (e S.B. viene attaccato molto spesso a causa appunto delle sue continue uscite, che sono pensate per essere divisive) è una persona che attacca a prescindere, che esagera sulle accuse, che “sta dall’altra parte”.Ecco chi sono davvero i “comunisti”: persone che attaccano Berlusconi per le sue uscite discutibili, e non avversari politici che impediscono a B. di lavorare. Il ragionamento dei sostenitori di berlusconi è totalmente “irrazionale”: non viene presa in considerazione la ragione dell’attacco, ma si pensa che Berlusconi sia stato attaccato solo perchè si chiama Silvio Berlusconi, e non perchè abbia detto o fatto delle cose false o sbagliate.

3) come si vede dal punto 2 è necessario che, perchè la strategia comunicativa di Berlusconi funzioni, qualcuno lo attacchi ogni volta che lui si metta in mostra con le frasi già più volte descritte. Questo è un punto fondamentale: per Berlusconi sono necessari i cosiddetti anti-berlusconiani. Sono parte integrante della sua strategia comunicativa, sono per lui fondamentali. Le sferzate che l’ex-premier subisce sono infatti molteplici e spesso connotate da parzialità: prendendo sempre come esempio la frase su Mussolini, la stra-grande maggioranza dei giornalisti che attacca S.B. non ammetterà mai che, per quanto discutibile e scandalosa, quella frase è vera. Sicuramente Mussolini ha fatto anche delle cose buone. Certo il contesto per dire la frase non è quello adatto, ma è proprio Berlusconi a volerla affermare in quel contesto, ben conscio della pubblicità che ne riceverà. Quello della parzialità dei giornalisti è un altro degli effetti della polarizzazione:  essi fanno parte della fazione opposta a Berlusconi e spesso non riescono a discernere qual è la realtà effettiva, attaccando l’ex-premier solo perchè ha detto qualcosa di contestabile. Questi giornalisti fanno il gioco di S.B., dato che rafforzano i suoi sostenitori. Chi è nella fazione “a favore” dell’ex-premier infatti avrà confermato quello che il loro leader sostiene da tempo, ovvero che esiste una parte di Paese a lui contrario a prescindere da quello che dica (omettendo però ovviamente che quello che dice è per natura divisivo). E ovviamente la principale delle conseguenze delle critiche degli anti-berlusconiani è quella, già espressa, della continua pubblicità, che non fa altro che rafforzare Berlusconi.

Gli esiti di questa strategia di B. sono devastanti. Il Paese è costretto a un continuo referendum su di lui: o pro o contro. Ma l’effetto primario è quello che si parla sempre e solo di Berlusconi. Tutte le dichiarazioni dei suoi avversari politici saranno volte a rispondere alle sue, il centro di ogni ragionamento politico sarà Silvio Berlusconi.

Forse però una strategia per bloccare il diabolico meccanismo berlusconiano c’è. Ed è piuttosto sempice: basterebbe parlare di quello che Berlusconi ha fatto in politica, ovvero niente. I governi di Berlusconi non sono stati piccoli, sono stati minuscoli. Nessuna misura è stata approvata, dal punto di vista economico è stato fatto il nulla totale. Due buone leggi ha fatto il nostro: patente a punti e divieto di fumo in locali pubblici. Basta. Niente tagli di spesa,niente tagli di tasse, niente privatizzazioni, niente politiche liberali. Dal punto di vista politico Silvio Berlusconi è inesistente, bloccato dalle diverse anime del suo partito, che hanno preferito non fare nulla piuttosto che osare a cambiare qualcosa.

Ecco quindi di cosa bisogna parlare se si vuole sconfiggerlo, di politica. Perchè inseguirlo su ogni frase che pronuncia, per quanto discutibile che sia, non è altro che fargli un favore, scadere nel suo campo, nutrirlo affinchè possa rifarlo la settimana dopo, perchè si parli sempre di lui e si creino fazioni contrapposte tra chi lo sostiene e chi gli è contro. E non ce ne libereremo mai.

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Uguaglianza imposta o disuguaglianza reale?

Andrea,uno studente, ha sempre studiato un sacco. I professori, vedendo le sue capacità, lo hanno spesso premiato con voti alti, talvolta più alti di quelli che si meritava, ma comunque sempre in linea con quanto aveva studiato. Giovanni, un altro studente, al contrario non ha mai studiato. I professori, non vedendo le sue capacità, lo hanno spesso punito con voti bassi, talvolta più bassi di quelli che si meritava, ma comunque sempre in linea con quanto aveva studiato. I professori sono stati intelligenti, mi verrebbe da dire. Hanno capito un precetto fondamentale: non tutti gli studenti sono uguali,non tutti hanno le stesse capacità, ed è giusto che qualcuno sia premiato più degli altri, e che qualcuno sia premiato meno degli altri, se non sa nulla. Immaginate ora che i professori non riconoscessero queste capacità e che invece imponessero per tutti gli studenti gli stessi voti a prescindere dalle reali abilità. Sarebbe giusto? No, mi pare chiaro. Sarebbe un’imposizione che non corrisponde al vero. Sarebbe un forzare la realtà tentando di appiattire ogni differenza tra gli alunni.Sarebbe soprattutto un qualcosa di contrario a ogni forma di giustizia sociale,a mio parere.

Bene, ora sappiate che una delle ideologie politiche con più successo dell’ultimo secolo, il socialismo , si basa proprio su questo concetto. “Teoria o ideologia che postuli una riorganizzazione della società su basi collettivistiche e secondo principi di uguaglianza sostanziale, contrapponendosi alle concezioni individualistiche della vita umana”, non significa altro se non che nessuna differenza tra gli uomini viene più considerata, che all’uomo viene imposta l’uguaglianza, al posto di una disuguaglianza che è naturale, reale, che si viene a creare a causa delle capacità dei singoli. Per quale motivo Giovanni dovrebbe avere la stessa ricchezza di Andrea? Perchè i due dovrebbero essere uguali? Sono individui profondamente diversi, con delle caratteristiche particolari e differenti. Certamente essi devono essere ugualmente importanti, devono poter usufrire degli stessi servizi di base, scuola e sanità, ma niente oltre a questo.

La disuguaglianza è quindi la forma più naturale e giusta della natura umana, antopologicamente. E dal punto di vista economico?

Certo sarebbe magnifico se ogni persona potesse godere di una grande ricchezza.Eppure ciò è impossibile, utopico e irrealizzabile. Confrontandoci con la realtà dei fatti anche dal punto di vista economico è migliore una società che punta verso la disuguaglianza. Il problema del socialismo economico è che un aumento incontrollato del debito pubblico e del denaro messo in circolazione, non porta assolutamente a una maggiore ricchezza dei ceti più deboli, ma anzi li impoverisce ancora di più. Se le tasse si alzano aumenta notevolmente la disoccupazione, con il fallimento di parecchie aziende. La ripresa diviene impossibile, il debito impedisce ogni riforma, la società si blocca e rimane stagnante. Ogni politica socialista è a lungo termine contraria ai più poveri. La dimostrazione, reale, concreta, ce la danno Margaret Thatcher e i suoi governi negli anni ’80 .

 

Durante il periodo Thatcher la disugualianza è cresciuta di parecchio, i ricchi sono diventati più ricchi, ma la cosa fondamentale è che tutti hanno goduto di una maggiore ricchezza. Il ragionamento da fare è che è inutile tentare di giungere a un’uguaglianza economica in cui tutti sono più poveri, senza il vantaggio per nessuno e con più difficoltà per i ceti meno abbienti.Seguendo la logica non ha alcun senso preferire dei poveri più poveri piuttosto che una collettività più ricca.L’uguaglianza imposta, oltre a essere contraria a ogni principio di capacità dei singoli, semplicemente non funziona. E il liberismo,con tutti i suoi limiti, rimane un’idea di società migliore di quella per la quale a Andrea e Giovanni, i due studenti, viene imposta un’uguaglianza che non corrisponde a realtà.